Aprile cambia cose

Questo cotone appiccica, questa maglietta è sbiadita e porta segni
un volto a spasso su per la città, dita spiegate a ritrovare forza
nel mostrarsi e nel mostrarti, un gioco così bello dà potenza
e mette ali ai piedi che una guardia di frontiera senza dignità
non può arrestare. Terra e sudore, vernice addosso che tutto ricorda
e la memoria torna cosa viva, vibra e muove. Non sono lacrime
quelle che spostano le cose, ma anche loro hanno un giusto posto.
Solcato il mare come un cavaliere antico, di quelli veri senza croci
addosso, nessun bisogno di adattare frasi o di smussare spigoli
quando lo sdegno è fatto uno col vivere quotidiano. Un profeta è
uno che apre squarci su tempi diversi, spazi ampi e relazioni nuove
ed è riconosciuto come tale. Nessuna voglia di onorare attese vuote,
troppo poco è stato il tempo collegato, ma tanto è quello che ci unisce.
Altro cotone e altro cibo ed altre mani, braccia forti oppure meno
che non tutto viene facile, anzi. Anche le tombe dei faraoni sono
saccheggiate e niente resta intatto, la purezza qui non ci appartiene
e forse neanche la vogliamo, ma bisogna trovare parole e gesti e
azioni degne, forti, vive e vere. In questo secolo il male si è fatto
vigliacco e indossa un velo, così sottile da non riuscirlo a strappare
se non a forza e testardaggine e Utopia, che tanto ci mancano e non
ce n’è alle viste, non a buon mercato. Si ritorna là dove tutto è
cominciato e dove tutto si confonde ma niente si nasconde, alle strade,
quelle in cui si parte e quelle in cui si torna, insieme certo, che tanto c’è
da fare, ma tanto anche da buttare e una promessa è una bugia, se non
diventa vera, che cammini su spalle di giganti, che si nutra di vita comune
e sogni praticati, che unisca strade vecchie e nuove, che impugni armi
adatte e più che sufficienti, si faccia forte là dove è debole e non tolleri
mai ciò che è meno di tutto quello che ha da dare, protegga e rassicuri,
spaventi e rida forte, sputi sulle tombe su cui posare fiori e solo allora
possa dirlo, alto e sicuro: che Vik è vivo, sì, Vittorio è insieme a noi.

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Linguaggio sessuato

Breve intervento uscito su Laspro numero 2, giugno/luglio 2009

Questa rivista è fatta principalmente di parole. Quattro pagine che rappresentano quello che vogliamo essere e dire per i successivi due mesi. Plasmando e limando caratteri e battute – quante volte utilizziamo “Strumenti – conteggio parole”?
Così, ci troviamo a discutere di alcune regole comuni e chiederci, ad esempio, se rivolgerci a tutti voi, oppure a tutti e tutte voi. Dove sta la differenza, si chiederà qualcuno. Problema banale, si diranno altri o altre.
Convenzionalmente, in italiano si adotta il genere maschile, come genere neutro e universale. Un po’ come quando, studiando storia, il fatto che tutti gli uomini, tutti i cittadini avessero diritto di voto, veniva chiamato suffragio universale. Solo recentemente su alcuni libri si usa aggiungere l’aggettivo “maschile”.
Per un uomo è difficile rendersi conto come l’uso di una parola disegni un mondo. Io che scrivo faccio il maestro elementare. Ho sorriso, firmando moduli prestampati sotto la dicitura “le insegnanti”. Mi ha imbarazzato, quando una collega parlando a un uditorio composto solo da donne, tranne me, ha detto “noi maestre”, poi mi ha visto e ha detto “ah, scusate, noi maestri”. Da solo, ho cambiato il genere a tutte loro.
Io non penso che il genere maschile debba essere universale. Siamo differenti, uomini e donne. Mi piace che lo siamo e mi piacerebbe che ce lo riconoscessimo. Noi uomini siamo nella posizione di genere dominante, stabiliamo come dev’essere una donna per piacerci ed essere accettata. Se ne accorgono anche i bambini e le bambine a scuola.
Non sarà ora di iniziare a cambiare?

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In Folle

Che poi a volte ti capita che stai più avvelenato del solito, no? Avvelenato e di buon umore è la miscela buona, che ti fa impennare come ogni cinquantino buono di carriera, che sputa fuoco da marmitte svalvolate sfogo troppo forte che s’inceppa eppure deve andare, m’avvelena sì sapere che è una finta andare in scena, che non metto tutto in gioco perché Hooverville si avveri sì ma cosa dovrei fare? Ecco ancora qui al villaggio di cartone che ritorna stupido tra i piedi perché stupido tu eri a dare retta a troppe teste, teste sì ma poi di cosa, avanti testardo e sarà che poi fa troppa rima con bastardo ma a sputare sangue non ci sono abituato forse neanche a cesellare è la fatica quella che non fa durare ma io reggo a galla quest’ormeggio ormai da tanto che navigo nel mare ed il rispetto guadagnato a furia di ferite che saran superficiali e certo a dirsi è un buon allenamento ma nel gioco quello vero quando entriamo, mai?
Pare quasi si azzittisca ora, ‘sto motore fa fiammate, fa rumore, è fastidioso, solo intralci e niente viaggi te lo guardi e ti chiedi se resterà per sempre un’eterna promessa, vai a fa’ ‘sto pieno, va’.

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Solo pezzi originali

Frankie arrivava ogni sera a farsi i suoi bravi conti e quasi sempre gli tornava, i più coi meno stavano al loro posto
Ma a volte quando vuoi mettere le cose al giusto posto ti ritrovi con i pezzi mancanti
Faceva le cose al momento giusto e per quanto poteva trattava sempre tutti come doveva e giù in officina nessuno aveva mai avuto da ridire
Capita un giorno questo tizio col suo Saab degli anni ’80 dice “Guarda ha solo da rimettere a posto il cambio, tutti i pezzi originali”
Ma Frankie apre il cofano e sente puzza di bruciato, qui è la testata va cambiata o ti lascia come la sposa sull’altare
Il tipo faceva il duro ma di motori Frankie ne sa e vuol essere sempre quello giusto, ha una certa cura per tutte queste cose e per il nome che ha in giro
“Tu mi vuoi fregare qui non c’è niente che non va, ti ho detto il solo cambio e voglio pezzi originali” ha detto, dice Frankie “Tu mi vuoi fregare” ha ripetuto tante volte
Be’ io lo giuro signor giudice, Frankie non è un cattivo uomo anche se quel giorno la mia tuta l’ho dovuta lavare proprio per bene ma sì gli son saltati i nervi perché lui voleva farsi i conti e trovarsi sempre a posto, quando l’ha colpito gliel’ha detto “Io ho solo pezzi originali” e giù col cric “Solo pezzi originali” e il cranio contro il cofano “Solo pezzi originali” e non si è più fermato, tutto rosso qui anche sui guanti “Solo pezzi originali” ha continuato a dire e che era tutto a posto
Ma a volte quando vuoi mettere le cose al giusto posto ti ritrovi con i pezzi mancanti

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Forza Hooverville

Bisognerebbe tenerlo, l’occhio al premio. Quello che ti tolgono via, quello che non è mai quanto ti aspettavi, quello che quando devi pagare è sempre di più. E che non riserva mai sorprese, che non ti lascia mai a bocca asciutta ma sempre a bocca ripiena d’amaro e lercio, quello che se anche dici non ne riesci a mettere insieme i pezzi, quello che a farci i conti ci vorrebbe uno sì, ma scienziato buono anzi dieci, cento scienziati che a fare i conti qua non siamo buoni ma lo vedi, e sì che lo vedi che il premio te lo portano sempre via se non il premio del più… ci siamo capiti, no?
Che poi è sempre quella, Hooverville, sembra sempre quella lì, non cambia mai, dementi matti e sconnessi, e invece passa il tempo sì e invece cambia, che dove c’era tre ore c’è otto e dove litigavi ora t’ammazzi e dove campavi male ora non campi proprio. E che ci vuoi fare, però sento proprio un gran dolore amico mio perché ci piace fare i cinici e i disincantati ma noi sì che gli vogliamo bene a queste mura e queste strade, non è che gli dimostriamo mai sto grande affetto ma è la nostra e altro poco qui ci resta ma ridotta in questo stato, Gesù, una botta in testa e smette di soffrire.
Amen.

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Mezza giornata da profugo

11 dicembre 2008. Piogge e temporali si abbattono su Roma. Molte strade sono allagate e interi quartieri isolati. Esonda l’Aniene. Il sindaco Alemanno invita i cittadini a rimanere a casa. Le scuole restano aperte.

Tiburtina del cacchio, unico collegamento col resto del mondo di questo quartiere…
… percorro 500 metri in un’ora e non si può accannare la macchina da nessuna parte, con Bruce Springsteen che canta che lui è nato per correre. Riesco a trovare un pertugio per infilarci fallicamente la mia opeletta corsa blu. Ombrello nero anni 40 crisis style, inforco coraggiosamente la via del cammino su strada-sconnessa-extraurbana per raggiungere eroico e orgoglioso il posto di lavoro. Sfreccio superiore alla civiltà delle macchine, tra auto incolonnate e autisti che fumano, uno su un furgoncino dormiva, serio… Leggi l’articolo completo

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Kelvin

C’era una volta un tizio, qui da queste parti, sì me lo ricordo come se fosse ora, come se fosse appena dietro questo muro e lo sentissi borbottare e insomma sì non lo si reggeva più, aveva freddo, diceva, un freddo tale, ma un freddo tale, che si dimenticava anche di battere i denti, per il freddo, non stava neanche più a battere i piedi per terra, per tutto il freddo che provava, che diceva che se anche fosse venuto un refolo di aria calda, non avrebbe neanche riconosciuto, che era caldo, che non sapeva più che cos’era, quel famoso caldo e allora ogni tanto arrivava uno nuovo e gli diceva smettila, non fa mica tutto questo freddo, tu fai il matto, gli dicevano, allora uno di noi vecchi gli faceva segno che no, non stava a fare il matto, anzi era uno in gamba, davvero dico, avreste sentito che storie raccontava, ti guardava dritto in faccia e ti tirava fuori roba che tu nemmeno ricordavi di avere, sì che era capace e non glielo abbiamo detto mai, ora che ci penso e ora che è andato via, che sto qui a dirvi questa cosa, perché lui ha detto, sapete, che non ne poteva più, troppe correnti e spifferi, queste escursioni termiche, diceva, era spossato e basta, che freddo sia diceva, ma quello vero e quello serio, secco e basta.
Non è che so dov’è che è andato a finire, ogni tanto arriva uno di quei nuovi, lo guardo, me lo squadro e sto per aprire bocca, ma poi penso che non ne vale la pena, con tutto quel calore, che si portano tutti appresso.

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