Chi comanda a Cerignola?

Tre fatti avvenuti a breve distanza di tempo, uno dopo l’altro: il 2 novembre, il presidente dei costruttori pugliesi viene arrestato in seguito all’inchiesta partita dalla denuncia del sindaco di Cerignola, Franco Metta, di un tentativo di corruzione, avvenuto con una mazzetta da ventimila euro in contanti trovata all’interno di una scatola di biscotti; il 3 novembre, l’inaugurazione della nuova collocazione del monumento-murale a Giuseppe Di Vittorio, abbandonato da decenni, nel giorno del sessantesimo anniversario della morte del sindacalista e leader delle lotte bracciantili; il 4 novembre, l’incendio, secondo gli ultimi resoconti doloso, al centralissimo bar all’interno della Villa Comunale, dato in concessione.

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Foto prese dal sito La Notizia Web

Tre fatti apparentemente scollegati tra loro che però mi riconducono a una domanda complessiva: chi comanda oggi a Cerignola?
Per spiegare il senso della domanda e del ragionamento che c’è dietro, occorre spiegare il contesto in cui nasce: ormai da decenni non abito più a Cerignola, che frequento in occasionali seppur non rare visite, ma non si può dire che interagisca nella società cerignolana, al di là di frequentare i miei familiari, alcuni amici, fare spese e così via. Non conosco bene le dinamiche sociali e ignoro del tutto quelle politiche locali. Insomma, non posso neanche definirmi un osservatore esterno delle vicende cerignolane. Tanto più che rispetto ai fatti di cui parlo non ho svolto inchieste o studi approfonditi, se non quello di leggere notizie su internet o ascoltare i commenti di persone che conosco. Parto però da una relazione affettiva con questo luogo, forse aumentato dalla distanza e dal senso di remota colpa che spesso coinvolge chi esperisce sulla sua pelle il fenomeno della migrazione in altri luoghi. Una sensazione che mi fa guardare con favore ai cambiamenti che noto da qualche anno a questa parte, nell’emergere di attività associative, culturali, imprenditoriali, nonostante abbia forti differenze ideali e di pratiche con molte di esse: dall’organizzazione di eventi come la Fiera del Libro, alla nascita di librerie, allo sperimentarsi di nuove forze che provano a fare artigianato e agricoltura di qualità, basandosi non più su improbabili contributi pubblici, ma unicamente sulle proprie forze.
Avevo visto amici e amiche presentare il proprio lavoro poche settimane fa, nel corso della rassegna dedicata all’oliva Bella di Cerignola, avevo chiacchierato con persone con una progettualità sul territorio. Poi, le tre notizie. Apparentemente in contrasto tra loro.
Per ripristinare il murale dedicato a Giuseppe Di Vittorio e alle lotte bracciantili, diverse persone hanno dedicato molto tempo ed energia per una questione che non è “solamente” relativa ai beni culturali, ma riguarda il rapporto con la propria storia e IMG_5851la propria identità. Il fatto che quel monumento sia riemerso da uno scantinato comunale è indubbiamente un fatto positivo e dobbiamo essere grati a chi se ne è fatto promotore. Ma allo stesso tempo, rischia di essere l’ennesimo tassello in continuità con una pratica normalizzatrice della straordinaria storia rivoluzionaria delle lotte bracciantili in Capitanata: Di Vittorio come unicum, non come espressione di un popolo (e sì che nel murale il volto di Di Vittorio, seppure in primo piano, occupa solo una parte dello spazio, dominato dai lavoratori in marcia), come gloria locale al pari di Nicola Zingarelli, Pietro Mascagni o Giuseppe Pavoncelli. Quel monumento, in una città in cui è risaputo l’impiego di manodopera bracciantile a condizioni semischiavistiche (che riguardano in particolare migranti ma non solo) rischia di assolvere alla funzione di santino, di atto dovuto alla memoria di qualcosa che non ha più un rapporto reale con la città. Di Vittorio non ha più un significato rivoluzionario. Dà lustro alla città, possiamo rispolverarlo senza alcun problema. Il monumento sembra essere un punto d’arrivo, non la tappa di un processo, quale sarebbe ristabilire i nessi, i collegamenti tra quella vecchia storia e la realtà attuale.
Di fronte ai ragionamenti di questo tipo, il fuoco che ha spettacolarmente investito la parte più centrale della città, la Villa Comunale (tra l’altro, il giorno prima dell’inaugurazione di un altro monumento all’interno della stessa Villa), mi è sembrato che sancisse in maniera inequivocabile come il discorso storico, culturale e anche quello politico stiano su un piano parallelo a quello più concreto della gestione dell’esistente nel territorio cittadino. Mi è sembrato di rivedere lo scenario di quel Mondo di Mezzo descritto per Roma, la città in cui vivo, in cui poteri economici e criminali determinano l’andamento reale di quello che accade, lavorando sottotraccia, in maniera poco evidente e sicuramente meno eclatante di quanto avveniva qualche decennio fa.
Poi, a un tratto, l’esplosione e il fuoco che (seppur ancora con tutti i dubbi del caso relativi allo svolgimento di indagini) riportano alla mente quegli anni ’80 e primi ’90 della nascita e dell’emergere di una criminalità organizzata cerignolana, con i negozi dati alle fiamme nel cuore della notte, gli omicidi, i sequestri-lampo di minori, apparentemente stroncati dall’operazione giudiziaria Cartagine del 1994.
La potenza del fuoco che sembra svelare per un attimo quel mondo di sotto che dice che, nonostante tutto, c’è ancora qualcosa che può tranquillamente permettersi di ignorare i cambiamenti che avvengono al suo esterno, perché niente mette in discussione il suo dominio. Che sembra dire: “Fate pure, le vostre belle iniziative, chiacchierate su quello che ha fatto il sindaco o di quello che ha detto l’assessore, giocate a far finta di contare qualcosa. Tanto alla fine decidiamo noi”. In un contesto in cui la denuncia per corruzione e l’arresto di un importante imprenditore – con modalità tra il maldestro e il poco credibile – sembrano essere solo incidenti di percorso poco rilevanti nella gestione del potere reale.
Da qui la domanda: chi comanda a Cerignola?
E chi è comandato?
Chi fa la parte e la controparte negli anni che viviamo?
Guardiamo con nostalgia a quel murale, che ci racconta anni in cui l’oppressione era più dura, ma almeno (forse) era più chiara: da una parte il padrone, dall’altra i cafoni.
Sembra di muoverci in un territorio in cui non solo la lotta per un cambiamento non ha prospettive, ma sia la lotta stessa a non essere contemplata, in un ripetersi ad libitum del mantra There Is No Alternative, non c’è alternativa, di thatcheriana memoria, rivisto in luce cerignolana, ma forse anche in prospettiva più ampia.
Solo che l’alternativa c’è sempre. Nel mondo vissuto alla luce del sole, di chi non deve vergognarsi di uscire allo scoperto, di vivere, di creare collegamenti, iniziative, cose belle da fare, da scambiare, da condividere, produrre e far conoscere. Altrimenti c’è solo la rassegnazione, l’indifferenza e la sconfitta. E allora non potremo neanche più chiederci chi comanda, ma solo chinare il capo al padrone.

 

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena Colle Val d’Elsa – Castellina Scalo
(segue da qui)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl sonno sarà pure stato quello dei giusti, ma il ticchettio della pioggia notturna sul finestrone della mansarda in cui ci troviamo non ci sembra giusto per niente. 3BMeteo e MeteoAM si contraddicono: chi dice che pioverà dalle 15, chi dalle 18. In ogni caso, a noi dovrebbe andare bene: avviandoci alle 9, 9 e mezzo, per le 3 dovremmo essere belli che arrivati a Monteriggioni, poi da lì a Castellina Scalo, dove ci aspetta il nostro uomo, rumeno, bulgaro o comunque dell’est, tuttofare della parrocchia, che ci ha trovato uno strapuntino nonostante fosse tutto pieno, che è sabato di Pasqua. Saluti con il nostro ospite, che di sicuro ci prende per cattolici ferventi, e colazione al bar di fronte, calorica come è d’uopo per chi si appresta a camminare, poi frutta e pizza ai negozi di vicinato della strada. Grandi sorrisi ma qua costa tutto un occhio. Si va, e a vedere che si passa davanti l’Eurospin un pensiero ce lo fai, che magari spendevi un terzo, ma vada per la sopravvivenza dei piccoli negozi, per questa volta.
Siamo a Colle Val d’Elsa ma potremmo essere a Morena, a Trinitapoli, a Trebisacce, a Corsico o alla periferia di Siracusa. Rotonde, capannoni e cartelli sbiaditi. Ci puoi aggiungere o togliere cassonetti di immondizia o cani randagi, giusto a cercare la differenza. Poco male. È giornata foriera di discorsi, il tempo regge e non c’è neanche da OLYMPUS DIGITAL CAMERAOLYMPUS DIGITAL CAMERAguardare il percorso, sempre dritto fino ad attraversare il fiume Elsa, un ponte abbastanza largo e ci passiamo sulla ciclopedonale, con i piccioni che si rintanano dentro buchi che sembrano costruiti apposta. È la seconda volta che vediamo piccioni in questo viaggio, fuori dal contesto urbano non sembrano stolidi rovistatori di briciole ma uccelli con la loro dignità. Anche noi visti fuori dal solito siamo così diversi?
Si esce da Colle e ci si trova su campi coltivati. Mi si prende in giro perché i capelli sono ancora gli stessi da quando ce li avevo ancora poggiati sul cuscino e non danno mostra di rimettersi a posto, mi si fanno foto notando che sono vestito sempre di blu, in queste uscite. Reciprocamente, noto che il livello delle soste è notevolmente aumentato, a un certo punto dico: “Certo, se ci fermiamo ogni due metri…”, ma non credevo sarei stato così letterale.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAAttraversiamo nuclei di case, il primo si chiama Scarna, che però mi torna alla mente come Stronca. Di Scarna ricordiamo solo: che non è frazione di nessun comune, quindi è a se stante, e penso che ci potrei andare a fare il sindaco; che non si vede neanche un bar; che c’è l’abbaiatore più costante incontrato finora, che si fa decine di metri di cancello per continuare ad abbaiare contro, e vien voglia di rimanere là per vedere se va avanti.
Poi si passa ad Acquaviva, ma per arrivarci c’è da fare una strada dritta e lunga, come cantavano i Nomadi nella tristemente nota e apotropaica canzone, e che comunque in qualche misura portatrice di sventura fu, dacché iniziò sotto un cielo velato ma a tratti ancora terso e con una leggera brezza e si trasformò, neanche un chilometro (ma quasi un’ora) dopo, in vento contrario di tramontana e cielo che annuncia burrasca. La F. che è con me ha studiato meteorologia, e dice: “Forse ora piove”, ci passa al fianco un cavallo al trotto mentre noi arranchiamo ché lo zaino effettivamente si fa sentire – pesa troppo e mi fa male, dice lei, e a te? sì che pesa, certo – e passato Acquaviva, che al contrario di Scarna non ha né cartello, né probabilmente sindaco e nemmeno cani abbaiatori, ci ritroviamo a Strove, frazione di Monteriggioni, dove la guida dice “si può proseguire oppure entrare nel paese, allungando per un po’”, ma noi siamo orientati per la sosta ormai, e pure prolungata, e magari per un autobus o anche, perché no, un ostello, un affittacamere locale. Interroghiamo un uomo, che reca tre ova da un locale all’altro della sua rurale magione. Autobus non ce n’è, ostelli tanto meno. C’è un bar, più avanti. In verità (ripassando davanti a vie rosse, Matteotti, Gramsci, eccetera – in una ventina di metri totali) ci sarebbe un albergo-ristorante-enoteca, ma bastano i prezzi dei primi, dai 15 euro in su, a spostarci verso il bar tabacchi. La pioggia aumenta, e d’altra parte, al nostro ritmo forsennato, s’è fatta pure ora di pranzo (e avremo fatto cinque chilometri…). Pecorino di Pienza? Sì, sì… e mortadella pure… di Bologna? Sennò c’è la finocchiona… vai co’ quella! Ma un bicchiere di vino bianco ci sta pure va’… solo che la signora abbonda e all’orlo non ci arriva solo perché il bicchiere è bello grosso.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiove serio. I tipi dietro di noi chiamano dei taxi, e noi iniziamo a informarci. Loro poi rimediano il passaggio, e il taxi lo aspettiamo noi. Scrupoli da cittadini ci fanno prendere in ordine ancora caffè e gelato, perché non è che a casa nostra puoi startene seduto al bar per ore senza niente, eh. Qui nessuno si farebbe problemi, e intanto contempliamo la sorte del povero Jack, cagnolino dalla faccia triste, perduto tra i campi di Strove, e chissà se lo ritroveranno, e a me pare difficile. Il taxi alfine arriva, e ci tiene a dire che viene da Colle, quindi più lontano. Da lì parte il tassametro e neanche siam saliti e già sono 15 euro. Altri 10 fino a Castellina Scalo, e ormai Monteriggioni ci abbiamo rinunciato. È strano andare in macchina, sulle strade che fino a poco prima percorrevi a piedi, e come quello sforzo, quello spazio e quel tempo siano irrisi da un nonnulla di motore, e pensare che comunque quello sforzo, quello spazio e quel tempo continuano ad avere un valore.
E però, pensiamo all’unisono, quando ferma davanti alla chiesa di Castellina Scalo (grande in maniera sproporzionata rispetto al resto del paese), proprio qui davanti ci devi scaricare? Potevi fermarti cento metri prima, così sotto la pioggia battente, bagnati e coi bastoncini un po’ la nostra figura ce la facevamo? E invece no, ci ribattezzano subito “i taxigrini”, con me che mi sono pure scordato la credenziale e il tipo che mi dice “Ma che pellegrino sei?”. Si vede che so’ infiltrato dentro a sta combriccola che mescola Decathlon e rosari?
OLYMPUS DIGITAL CAMERANiente, ci trovano posto nella biblioteca della parrocchia, dove evidentemente si tiene il catechismo. I nostri letti stanno sotto due manifesti scritti a penna: uno è il “Confesso”, l’altro è l’”Atto di dolore”. Paura, pentimento e passione. Tra i libri ce ne sono però di interessanti, scelgo un “Memoriale di Ignazio Silone dal carcere in Svizzera”, giusto una lettura evasiva. Intanto ci informano che se vogliamo alle 22 inizia la veglia di Pasqua. Per fortuna non mi esce nessuna frase inopportuna (né nel senso di irrispettosa, né di promessa di esserci).
Accada quel che accada, io comunque a certe cose ci tengo, come al fatto che un paio di volte al giorno si mangia. La mia compagna ci bada un po’ di meno, per cui mi avventuro per le due strade di Castellina Scalo, diretto verso l’unica pizzeria del paese. Entro con fare sorridente e aperto al mondo. Chiedo di mangiare, perché che altro vuoi fare in una pizzeria a Castellina Scalo? No, non si può. Non c’è posto. “C’è una tavolata da 18”. E se con me fate 19 non ce la fate? Dove mi rimandate a quest’ora in giro sotto la pioggia con il nulla? Niente. Gli tiro le maledizioni come Alex Drastico. Ritorno al Circolo Arci, c’è il circoletto di prima dei vecchi, ringalluzziti dal fatto che la Fiorentina ha vinto 2-0, e che fra un po’ c’è la Messa e ci sono un po’ di belle signore (così dicono loro, eh). Ma non mi va ancora di tornare a casa, faccio il giro dei bar, come si faceva in Spagna ai tempi belli. C’è il Bar Sport di fronte alla parrocchia, entro e c’è Benigni alla televisione, che mi ricorda di quando stavo a Bologna sulle scale di San Petronio e mi passa davanti Lucio Dalla, o di quando facevo manovra in retromarcia a Napoli e a fianco avevo una vespetta con la pizza fumante appoggiata sul sedile. Se vado a Milano mi ritrovo Gino Bramieri che mi racconta le barzellette col medium. Mi dà un panino freddo di frigo, ma non ci capiamo, in Toscana è proprio un’altra lingua, “quant’è” gli diventa “caffè”, e soprattutto il tipo non conosce alcune formule arcaiche, tipo “grazie” o “buonasera”, nonostante le ripeta a voce alta e scandita più volte.
Vado a dormire sotto l’Atto di dolore, accumulando una certa ostilità.

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena San Gimignano – Colle Val d’Elsa

Francigena. Un nome segnato in rosso nell’agenda delle cose da fare, da un paio d’anni ormai. E il trekking che sembra sempre più una passione che appare a momenti alterni, come fosse un tour di Springsteen, dove però non sei tu che fai le date, quando invece ne avresti la possibilità.

Francigena. Un ricordo di una sconfitta, poi addolcito da quello di un incontro. Finora l’Alto Lazio, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, Viterbo. Erano due, poi un anno fa. La differenza è che ora non sono in solitaria. Dunque, si va in Toscana. San Gimignano è terra di inglesi ma, scopriamo subito, anche di baristi calabresi, i quali ci risolvono una rogna non da poco, in questi tempi che non sono per pellegrini ma per lavoratori con la reperibilità e l’obbligo di mandare report anche quando sono in mezzo ai boschi. Internet point, esistono ancora, inviamo il report e ci lasciamo le rogne di lavoro alle spalle. Felici. OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl paese lo percorriamo al volo, “tanto poi al ritorno ce lo vediamo con calma”. Giusto il tempo di notare segni gerosolimitani e templari su un paio di chiese, e che magari non è bello vivere in un posto espropriato dai turisti. Nel senso, se hai quattordici anni qua, non è che vai in piazzetta con gli amici e quello è il posto tuo.

Comunque, il vecchietto a cui chiediamo “per Porta San Giovanni” e ci dà le indicazioni precise mentre toglie i cespi d’insalata dall’orto è più preciso del cellulare che mi dice che Porta San Giovanni sta vicino via Merulana. Un pasticciaccio brutto, sì. E mi conforta vedere che anche qui, patrimonio Unesco, c’è una periferia, e gente normale, ucraini che scendono dai furgoni che parlano di lavori da fare con ingegneri panzoni dalla c aspirata.

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Siamo in cammino. Oggi tappa breve, siamo fuori allenamento. San Gimignano – Colle Val d’Elsa, una dozzina di chilometri, col nostro passo 3-4 ore, e speriamo che non piova. Macché, tempo ideale, ci togliamo i giacchetti che vanno giusto a pesare un po’ di più sopra gli zaini.

Dai un’occhiata alle tue spalle. Quelle sono le torri di cui si parla tanto. Be’, a ragione. Dai un’occhiata avanti, campi di colza, e quel verde che dentro di sé ha tanto giallo, come direbbe uno che ragiona in quadricromia. Bello il paesaggio, bello fare le foto, ma siamo qui per camminare e allora andiamo. Il percorso è facile, per il momento seguiamo ancora la segnaletica ufficiale poi ce ne scosteremo, utilizzando il pellegrinetto giallo della guida di Terre di Mezzo (una guida che definirei ascetica: dà tutte le indicazioni sul dove svoltare, a che albero trovare il segnavia, ma ben poche segnalazioni artistico-storiche-culturali, come dire, siam mica qui a guardare la bellezza del creato, dobbiamo arrivare a Roma, noi – buon per noi che chilometri non possiamo macinarne tanti).

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi passa attraverso una gran parte di strade asfaltate e ville con cani, nemmeno troppo abbaianti. Siamo quasi a metà percorso e into the wild ci siamo stati ben poco: è quello che con difficoltà definisco “paesaggio antropizzato” ai miei alunni. “Ma come mae’, so’ tutti prati”. Sì, ma di naturale in un vigneto o in un campo coltivato non c’è proprio nulla. Per cui sì, le dolci colline senesi sono un bellissimo paesaggio, ma non è naturale (scevro il termine “naturale” da qualsiasi connotazione positiva o negativa).

Giusto per un po’ ci addentriamo in un sentiero brullo e circondato da rovi, dove chi mi segue ha da ridire sul fatto che non segnalo lo scostamento di rami che poi si ritrovano con gesto plastico sulla faccia di cui sopra. Piccoli screzi tra compagni di cammino, come ricordare all’altro/a le proprie necessità fisiologiche o appiopparsi maggiori o minori pesi nello zaino.

birreria-pietrafittaMa ci sembra appena di avere iniziato il tragitto e siamo già ben oltre metà percorso. La sosta alla Birreria Pietrafitta (riconoscibile dalle corna di cervo appese fuori, vere o false non ho capito) è ben accetta, col cartello che indica da un lato Poggibonsi, presenza che aleggia profetica sulle nostre teste ignare. Gelato ancora non ce n’è, ci indicano i proprietari, ché la primavera è giunta inaspettata (oddio, stiamo pure ai primi di aprile, eh…). Va bene andiamo… Ma no, il posto è bello, è pomeriggio va bene, ma una birretta ci può stare. Piccola, certo. Ichnusa, come no, in Toscana, è tipica. Questo è il lusso, dico. Stare fermi il pomeriggio a bere una birra piccola senza niente da contare e valutare. Quasi commovente. Ora andiamo però. Certo non se n’è vista gente in giro, anche se per il giorno dopo a Monteriggioni pare che l’ostello avesse tutto pieno per un gruppone da 50, qui sulla strada, tolti un paio di signori, ci siamo solo noi. Bel tratto in discesa, l’ultimo che si fa sentire, un pochetto di fatica c’è, e lo zaino inizia un po’ a pesare, lo alleggeriamo delle banane, ma ormai ci siamo, il tratto ciclopedonale entra dentro Colle Val d’Elsa, che credevamo un paesino invece è una cittadina, anche lei con le periferie, le baracchette con i nomi di gruppi latinoamericani sui citofoni, le rotonde, le banche e gli hard-discount. Entriamo in città e c’è pure una libreria, gli lascio un catalogo dei libri miei che hai visto mai, magari gli fa curioso ‘sto personaggio tutto sudato che fa il piccolo editore.

Paese diviso in due, tra Colle Alta e Colle Bassa, ovviamente il primo è più bello (ma anche il secondo non è male). Come collegamento ci sarebbe un comodo ascensore, ma che ti pare che lo pigliamo? No, e quindi l’arrivo – passando tra vie con nomi gloriosi della Toscana rossa, Garibaldi, Gramsci, Matteotti, Di Vittorio, che si ripeteranno anche nei paesini più minuscoli come nella patinata San Gimignano per arrivare a un’impareggiabile “Monteriggioni comunista” – a proposito, qui Rifondazione esiste ancora, il Pd scrive i tazebao e l’Arci è un circolo di vecchietti, giocatori di biliardo e tifosi della Fiorentina – si fa in salita, e con la lingua in fuori, abbastanza per giungere come degni pellegrini, con le scarpe un po’ infangate e i bastoncini da trekking, alla meta che non è proprio da pellegrini ma vabbe’: bellissima casa a Colle Alta, su tre piani, con terrazzino che dà sui colli, bei quadri, caminetto e il padrone di casa che ci consiglia un posto per mangiare dove ci rimedia un tavolo pur se è tutto pieno. Ci sta. Officina di Cucina Popolare: rostincioni e salsiccia di cinta senese, è roba mia – chi mi passa dietro fa espressioni strane e goderecce, ché la ciccia è la ciccia – preceduto da zuppa di ceci e rosmarino, con pancetta arrosto, e stranamente anche chi è vegetariano casca bene, ribollita e poi carciofi su letto di pecorino fuso, e radicchio al forno con aceto balsamico. In due, col vino, 45 euro. Un giretto a vedere le chiese aperte, oggi è il giorno che è morto Gesù, e poi a chiederci che cos’è un baluardo, nell’uso corrente in italiano, sulle indicazioni di un autoctono, che si sa, qui parlano un italiano un poco diverso dal resto dell’Italia, sarà forse che è quello vero? Ma sta a vedere che c’è un italiano vero? Diatriba antica. E poi a letto, ché domani si cammina, e la stanchezza è quella dei giusti.

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Il collegio docenti e la banalità del male

«Una scuola in punto di morte! E io mi sento sola e in lutto, ma con lo strazio di chi non può piangere sul morto, di chi non può seppellire il morto ed elaborare il dolore».

(Giusi Tartaro, Io non sono una brava maestra)

 

Noi maestre e maestri andiamo a scuola, tutti i giorni, sapendo che la scuola di oggi non è come quella di ieri e sarà diversa da quella di domani. Perché peggiora, sempre di più, un pezzo alla volta. Continua a leggere

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Nadhaa e la sollevazione

Nadhaa ha sette anni e vive a Roma da poco meno di due mesi. Prima era in Tunisia, in una casa in campagna con i nonni, badava all’orto e non sempre riusciva ad arrivare a scuola, nel paese lì vicino. Ma sa leggere e scrivere, in arabo certo, e anche un poco di francese. Tutte le mattine sgambetta dietro al padre con la sorellina, trascina il suo zainetto fucsia con le ruote in tinta col giacchetto rosa, che spicca sul grigio della Tiburtina, la strada coi lavori e il palazzo lungo dove abita, con gli striscioni e le bandiere della lotta per la casa e dell’occupazione. La fermata è un po’ più avanti, 040, 041, o gli autobus blu del Cotral che vengono da Tivoli o più in là, arriva a scuola a San Basilio, a volte un po’ in ritardo perché coi mezzi non si può sapere mai.
Nadhaa crede che le case a Roma sono tutte grigie e lunghe, di ferro, cemento e vetro come Telespazio, Telecom o quella tutta curva con la scritta Cts che quando c’è il sole brilla da lontano dal riflesso. E invece lei credeva che Roma era fatta di rovine, di mattoni gialli e marroni e di colonne, come quelle vicino casa sua, che una volta c’era andata con i nonni, un teatro tutto rovinato, del tempo dei romani che era un tempo antichissimo. I romani erano della città dove stava suo papà e forse ora lei lo raggiungeva.
Quando è finita l’estate le hanno detto di prepararsi per partire, si sono messi in taxi con i nonni che piangevano e sono andati all’aeroporto. Doveva stare attenta, a lei e a sua sorella, e non doveva avere paura dell’aereo. Quando è arrivata, ha visto Roma, che era tanto calda dentro l’autobus dove stava con papà, la strada grigia che faceva il fumo come quando vedeva il sole andare via d’estate.
Per arrivare dall’aeroporto a casa era stato un viaggio lunghissimo, più lungo di quello dentro l’aereo e anche più pauroso, perché c’era tanta gente che spingeva e che gridava e non capiva niente e papà suo le diceva sempre di tenerlo per la mano e faceva un caldo che si sentiva tutti i capelli appiccicati.
Casa sua era quella lì, lunga, grigia, con le bandiere rosse e le scritte sui lenzuoli e un po’ le faceva paura, così grande e brutta. C’erano tantissime persone nel palazzo, un poco strette, e facevano anche un po’ di chiasso giorno e notte, c’erano alcuni neri come quelli che aveva visto a casa sua, che i nonni avevano paura, ma questi erano amici di papà, altri coi capelli tanto strani, a treccine ma non come le sue, capelli grossi come tubi di quelli che usava per le piante. E poi c’erano un sacco di bambini, un cortile grosso per giocare e anche se papà era al lavoro c’è sempre qualche grande che può stare con loro.
Nadhaa ha visto Roma al centro per la prima volta a ottobre, il 19, camminava stretta vicina a suo papà che come al solito le diceva di darle la mano e non perderla mai, poi le mostrava quella grande chiesa bianca con le statue di angeli e santi, e allora Nadhaa vedeva che Roma non era solo palazzi grigi e strade piene di macchine e vuote di persone, perché quel giorno di macchine non se ne vedevano ma c’era un fiume di gente e anche se papà a volte era un poco preoccupato Nadhaa si guardava attorno senza sosta.
A volte gridavano e sembravano tutti un po’ arrabbiati, dicevano che non avevano la casa, proprio come loro, perché non avevano il lavoro o perché dovevano sempre nascondersi dalla polizia anche se non avevano fatto niente di male, ma sembravano anche un poco allegri e quel giorno Nadhaa si è divertita, le è piaciuto stare a Roma, al centro di Roma, e ha capito che se i romani avevano fatto un teatro vicino a casa sua, tantissimi anni fa, allora anche lei poteva fare casa a Roma, lì al palazzo grigio sulla Tiburtina e da quel giorno ormai, Roma era anche sua.

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

La Via Francigena da Acquapendente a Bolsena

La coda tra le gambe, le pive nel sacco, il capo chino, le forche caudine. Ce ne sono di espressioni e di metafore nella lingua italiana per indicare la sconfitta, la Caporetto, l’ignominiosa fine di sogni di gloria, di ribalte e di platee. Ma nessuna di esse, credo, ha a che fare con ditoni di colore viola. Eccolo qua, invece, nel pieno del suo livore.
Come siamo arrivati a tutto questo? Partendo da Roma, zona Settecamini, in un venerdì d’agosto, zaino in spalla per raggiungere la stazione Ostiense. C’era stato un segnale poco propizio, la sveglia che non suona o che non la si sente, e quindi l’avvio ben oltre le ore 9. Continua a leggere

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C’ho un rigurgito nazionalista

Col falafel ci voleva la birra, ma la scritta “halal” sull’insegna, là in quella traversa di via Giolitti, mi faceva immaginare che non ci sarebbe stata, in tempo di ramadan poi… infatti so’ andato di aranciata.
Non era buono, per niente. E il piccante era troppo piccante. Ma è stato un pasto proficuo, e quindi quel posto entra nella mia personale mappa con cui da circa vent’anni metto mentalmente le bandierine rosse sulla cartina di Roma, molto prima che esistesse o che si potesse anche solo immaginare Google Maps. Perché lì ho avuto un rigurgito nazionalista, sì insomma, ho pensato a Dante, alle Alpi, al mare, Roma, Venezia, la storia, i limoni, i mandolini, la pizza e tutto il resto. Continua a leggere

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