Il tavolo tecnico

di Luigi Lorusso

tavolotecnico
Trenta giorni fa

Non siamo soli nell’universo. È quanto abbiamo scoperto drammaticamente questo pomeriggio, nella maniera più inaspettata ma allo stesso tempo prevista da decine di film hollywoodiani. È incredibile quanto la realtà sia vicina alla fantasia con cui abbiamo vissuto per decenni.

Una nave spaziale, a suo dire proveniente dalla galassia di Andromeda, ha stabilito un contatto con le autorità del nostro paese. Dalle 17 di oggi, l’Italia è isolata dal resto del mondo: le comunicazioni, i trasporti via mare, via terra e via cielo sono impediti da quello che viene definito un campo di forza. Gli abitatori della nave spaziale hanno diramato un comunicato di poche righe che vi leggiamo:

“Cittadini italiani del pianeta Terra, buonasera. Siamo esploratori dello spazio, in contatto con decine di civiltà della nostra e della vostra galassia. È nostra intenzione insediarci sul vostro pianeta, come abbiamo già fatto altrove. La nostra usanza è quella di selezionare una piccola parte del pianeta con cui vogliamo stabilire regolari relazioni diplomatiche ed effettuare uno scambio. Invitiamo gli abitanti originari a trasferirsi su una bella e confortevole zona di uno dei nostri satelliti, e cedere il territorio su cui desideriamo impiantare una base della nostra civiltà. Il luogo da noi scelto è quello da voi conosciuto come Italia. Il tutto avverrà senza violenza né imposizioni, ma nel termine inderogabile di trenta giorni, trascorsi i quali, con nostro rammarico, saremo costretti a procedere autonomamente. Abbiamo già predisposto un tavolo tecnico con le autorità italiane per discutere delle modalità logistiche del vostro trasferimento.
Certi di poter stabilire positive e pacifiche relazioni con voi, ci rimettiamo alle decisioni del vostro governo per cominciare le operazioni. Buonasera”.

Interpellato dai giornalisti, il presidente del Consiglio Gentiloni ha risposto che, data la situazione di stallo verificatasi all’indomani delle elezioni del 4 marzo, non si sente in grado di affrontare una questione che va ben oltre il disbrigo degli affari correnti. Ha rassegnato le dimissioni in un incontro al Quirinale con il presidente Mattarella, il quale le ha però respinte, ricordando a Gentiloni che il suo governo è già formalmente dimissionario, ma il mandato costituzionale prevede di rimanere in carica fino alla nomina di un nuovo governo.

I leader dei due partiti che stanno negoziando per definire un programma di governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno chiesto ai rappresentanti di Andromeda un paio di giorni di tempo per stabilire le priorità italiane prima di poter sedere a un tavolo tecnico con loro. Di Maio ha inoltre aggiunto che verranno consultati gli esperti del M5S in materia ufologica e che verranno predisposte delle opzioni di discussione con gli andromedani che potranno essere votate dagli iscritti al Movimento sulla piattaforma Rousseau.
Matteo Salvini ha invece dichiarato: “La gravità della situazione ci spinge con ancora più forza a ricercare un accordo per dare un governo a questo paese. L’invasione di fronte a cui ci troviamo necessita di una risposta forte e decisa. Potremmo mandare tutto all’aria e dire che se la sbrigasse Gentiloni con gli alieni. Ma la gente ci ha votato per prendere delle decisioni e questo faremo. Ora scusate ma abbiamo da lavorare”.

Inutile ogni tentativo di mettersi in contatto con i paesi dell’Unione Europea o della Nato. Anche i rappresentanti diplomatici presenti nel nostro paese non hanno modo di mettersi in contatto con i rispettivi governi. Non è chiaro cosa accadrà alle persone straniere temporaneamente presenti in Italia. Dopo il loro comunicato, gli andromedani hanno nominato un loro portavoce, che con toni cordiali ha ricordato che non verranno date ulteriori comunicazioni fin quando non ci sarà un primo incontro con il governo italiano.

Il presidente della Repubblica Mattarella ha ricordato un episodio legato all’ex presidente Giovanni Gronchi nel 1954, che mentre era in visita alle terme di Montecatini, mandò un telex all’ambasciatore Usa per avvisarlo che i partiti della maggioranza stavano discutendo, ma che per quanto concerneva il piano Marshall potevano comunque conferire con lui. Ha quindi chiesto ai rappresentanti andromedani qualche giorno di tempo per poter discutere con serenità della questione.

Nel frattempo, assembramenti si stanno formando in diverse città italiane. A Torino gruppi di anarchici si stanno scontrando da ore con la polizia, mentre piazza San Pietro a Roma è occupata da una veglia di preghiera che andrà avanti tutta la notte.

Gli italiani si stanno dunque chiedendo se e quando dovranno abbandonare la propria nazione per trasferirsi su un satellite di Andromeda. Con questo dilemma che attanaglia tutti noi, vi auguriamo la buonanotte.

Oggi

Gentili telespettatori, come tutti sapete, oggi scade l’ultimatum imposto dagli andromedani per lasciare l’Italia. In trenta giorni, nessun tavolo tecnico è stato approntato dai nostri rappresentanti istituzionali per poter stabilire quanto meno le modalità con cui dovrebbe svolgersi l’evacuazione dalle nostre case, dalle nostre città, dal nostro pianeta. L’incapacità totale della nostra classe politica di giungere a una qualche forma di mediazione ci porterà a essere in balia di questi alieni che a più riprese hanno invitato gli italiani a darsi un governo.

Il presidente della Repubblica Mattarella ha esortato, in ultimo disperato appello, Gentiloni, Salvini e Di Maio ad acconsentire alla formazione di un governo neutrale che possa gestire il periodo della dislocazione sul nuovo satellite, ma nessuno crede a un governo a tempo. “Undici milioni di italiani” ha detto Di Maio “non potranno mai accettare di vivere su un satellite di Andromeda con un governo che non hanno votato”. “Ci sono alcuni dettagli del programma che non ci convincono” ha aggiunto Salvini “e nemmeno in un’altra galassia ci convinceranno a fare quello che non è giusto per gli italiani”.

Nel frattempo, cari telespettatori, gli italiani hanno manifestato più volte il loro pensiero. Su Twitter i due hashtag #AndromedanoStammiLontano e #ExtraterrestrePortamiVia contano lo stesso numero di follower e girano tantissimi fotomontaggi di Salvini e Di Maio nelle vesti di Spock e del capitano Kirk che si contendono un raggio traente. Meno successo ha quello di Salvini nelle vesti del capitano Picard che si trasforma in un Borg. Non si registrano manifestazioni di piazza. I centri commerciali sono invece più affollati del solito.

Gli esperti stanno da giorni cercando di ragionare su cosa avverrà ora. Tra pochi minuti, secondo quanto comunicato dallo stesso portavoce di Andromeda, avremo la risposta.

Ne approfittiamo per un breve stacco pubblicitario.

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“Andromeda fa spazio al sapore italiano. Fai il pieno di Parmigiano Reggiano prima di partire”

Signori, ci giunge in questo momento il comunicato del portavoce di Andromeda. Come sempre, a leggerlo non è il portavoce in persona ma un sintetizzatore vocale, poiché gli andromedani hanno scelto di non mostrarsi al pubblico italiano. Ascoltiamo tutti questa comunicazione che riguarda il futuro di noi tutti.

“Cittadini italiani del pianeta Terra, buonasera. Questo sarà il nostro ultimo comunicato. Da questo momento qualsiasi contatto tra la nostra specie e quella del pianeta Terra sarà interrotta. La capacità di prendere decisioni in situazioni di stress è fondamentale per sopravvivere in un universo come il nostro, dove specie aggressive e pericolose possono annientarvi in ogni momento. Non possiamo essere contagiati dal vostro immobilismo. Ritiriamo la nostra offerta di scambio e ci rechiamo altrove, dove crediamo potremo trovare altre civiltà più pronte al contatto con l’altro e l’alieno. Speriamo per voi che riusciate a uscire da questo stato di torpore. Non vi capiteranno sempre specie pacifiche come noi. I Klingon vi avrebbero già spazzati via. Addio”.

Signori telespettatori, questo è davvero l’esito più inaspettato che potessimo immaginarci… Quest’incubo è finito, l’incapacità della classe politica di darci un governo è quello che ci ha salvati dalla deportazione… Ma mi dicono che c’è un’aggiunta al comunicato, speriamo non ci siano cambiamenti rispetto a quanto annunciato:

“Forse vi interesserà sapere quale fosse il luogo che vi era stato assegnato. In un passato mitologico, la vostra specie viveva proprio lì dove avremmo voluto portarvi. Era un luogo a voi noto con il nome di Eden. Forse vi sarebbe piaciuto. Peccato”.

Il conduttore della trasmissione rimane senza parole. Dalla regia arrivano urla e improperi. Le comunicazioni con il resto del mondo sono ripristinate- In breve il segnale televisivo cessa. Molte persone si affacciano in strada. Dopo dieci minuti, le prime molotov vengono lanciate sul portone di palazzo Chigi.

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20 anni fa potevamo cambiare il mondo.

Una rapida occhiata al calendario, alla fine di una normale giornata di gennaio, in cui si riprendono i ritmi che sono stati per qualche giorno spezzati dalle vacanze di Natale, e realizzo: domani è 10 gennaio 2018.
Il 10 gennaio 1998 venivamo sgomberati dalla polizia dalla presidenza della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma che avevamo occupato esattamente un mese prima, il 10 dicembre, e dove eravamo rimasti per tutto il periodo delle vacanze di Natale.
È come un altro me che cerca il contatto da un altro tempo. Uno col mio stesso nome, cognome e patrimonio genetico che comunica con me attraverso un passaggio spaziotemporale, una data: 1998-2018.
20 anni.
Non mi interessa, qui, fare considerazioni sul tempo che passa, su quello che fai quando si è giovani e cose del genere. Mi interessa quello che dicevamo, che facevamo, il progetto che avevamo.
Non mi interessa nemmeno riprendere i nostri volantini e le nostre piattaforme per dire “avevamo ragione noi”. Però da quest’ultimo punto mi vengono delle considerazioni da fare.
Eravamo nel 1997. Presidente del Consiglio era Romano Prodi, in un governo di centrosinistra con Giorgio Napolitano ministro dell’Interno – già responsabile dello sgombero violento della facoltà di Lettere della Sapienza, l’anno prima, con lancio di lacrimogeni all’interno dell’edificio, Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università, Tiziano Treu ministro del Lavoro, Massimo D’Alema segretario del Partito Democratico della Sinistra (PDS).
Il governo, tra le altre cose, proseguiva la politica cosiddetta di concertazione con le parti sociali, sindacati e Confindustria. Governo e parti sociali si accordavano così sulle riforme del mercato del lavoro eliminando così la tradizionale conflittualità, gli scioperi e le vertenze. La più importante è una legge delega che prese il nome di pacchetto Treu, con il quale si introducevano le agenzie interinali ma, soprattutto, si incentivavano forme di lavoro all’epoca considerate atipiche: il tempo determinato, il lavoro a chiamata, il part-time e così via. In pratica, l’inizio della fine per i diritti del lavoro conquistati con la stagione delle lotte degli anni ’60-’70 e l’inizio di quella precarietà lavorativa ed esistenziale che avrebbe contraddistinto le nostre vite e quelle di chi ci avrebbe seguito da allora in avanti.
Contemporaneamente, il progetto di riforma dell’università e della scuola di Berlinguer andava di pari passo, con l’introduzione dei crediti, il 3+2 e una programmazione dei curricoli scolastici e universitari pensati esclusivamente in funzione delle esigenze del mercato del lavoro e non della formazione della persona.
Vent’anni dopo, possiamo dirlo?
Avevamo ragione noi. Con i nostri comunicati sgrammaticati, con le infaciture ideologiche, con il nostro mischiare microrivendicazioni e macroprogetti rivoluzionari, intuivamo che per noi la ricerca di un lavoro stabile sarebbe stata molto difficile. Forse non credevamo che la maggior parte di noi un lavoro stabile non l’avrebbe mai trovato.
Ritornando a quei giorni all’università, pochi giorni dopo l’occupazione finimmo nei titoli di tutti i telegiornali, perché andammo a un convegno che si teneva lì vicino e contestammo D’Alema, Sergio Cofferati, segretario della Cgil, e Innocenzo Cipolletta, direttore generale di Confindustria. Avevamo identificato chiaramente chi erano i bersagli della nostra protesta: non le autorità accademiche (che non ci hanno mai cercato per aprire un confronto, a dire il vero) ma governo, sindacato e Confindustria. Eravamo molto lucidi.
Peccato però che non lo fossimo altrettanto nel delineare un programma e una strategia. Altrimenti, chissà come sarebbe andata. All’indomani della fine delle vacanze di Natale, volevamo fare un’assemblea con gli studenti. Volevamo che anche le altre facoltà della Sapienza si mobilitassero. Ed eravamo in contatto con altre università in Italia.
Ci hanno bloccato prima di cominciare, sgomberandoci.
Non avremmo cambiato la storia. Forse.
Chissà, un movimento nazionale di protesta contro le leggi che precarizzano il lavoro, mettono l’universià al servizio dei privati, che richiede servizi pubblici garantiti…
Era il 1998.
Forse avremmo potuto bloccare quell’ingranaggio in cui siamo ancora dentro.
Forse quel centrosinistra non avrebbe continuato a fare politiche di destra.
Forse ci saremmo strutturati in tempo per non farci spazzare via nel 2001.
Forse ora saremmo meno soli.
Volendo trarre un paio di spunti da questa cosa, capisco questo:
gli obiettivi intermedi a volte ti sviano da quello finale;
è importante darseli, gli obiettivi;
è importante capire come raggiungerli;
è importante trovarsi alleati.

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Chi comanda a Cerignola?

Tre fatti avvenuti a breve distanza di tempo, uno dopo l’altro: il 2 novembre, il presidente dei costruttori pugliesi viene arrestato in seguito all’inchiesta partita dalla denuncia del sindaco di Cerignola, Franco Metta, di un tentativo di corruzione, avvenuto con una mazzetta da ventimila euro in contanti trovata all’interno di una scatola di biscotti; il 3 novembre, l’inaugurazione della nuova collocazione del monumento-murale a Giuseppe Di Vittorio, abbandonato da decenni, nel giorno del sessantesimo anniversario della morte del sindacalista e leader delle lotte bracciantili; il 4 novembre, l’incendio, secondo gli ultimi resoconti doloso, al centralissimo bar all’interno della Villa Comunale, dato in concessione.

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Foto prese dal sito La Notizia Web

Tre fatti apparentemente scollegati tra loro che però mi riconducono a una domanda complessiva: chi comanda oggi a Cerignola?
Per spiegare il senso della domanda e del ragionamento che c’è dietro, occorre spiegare il contesto in cui nasce: ormai da decenni non abito più a Cerignola, che frequento in occasionali seppur non rare visite, ma non si può dire che interagisca nella società cerignolana, al di là di frequentare i miei familiari, alcuni amici, fare spese e così via. Non conosco bene le dinamiche sociali e ignoro del tutto quelle politiche locali. Insomma, non posso neanche definirmi un osservatore esterno delle vicende cerignolane. Tanto più che rispetto ai fatti di cui parlo non ho svolto inchieste o studi approfonditi, se non quello di leggere notizie su internet o ascoltare i commenti di persone che conosco. Parto però da una relazione affettiva con questo luogo, forse aumentato dalla distanza e dal senso di remota colpa che spesso coinvolge chi esperisce sulla sua pelle il fenomeno della migrazione in altri luoghi. Una sensazione che mi fa guardare con favore ai cambiamenti che noto da qualche anno a questa parte, nell’emergere di attività associative, culturali, imprenditoriali, nonostante abbia forti differenze ideali e di pratiche con molte di esse: dall’organizzazione di eventi come la Fiera del Libro, alla nascita di librerie, allo sperimentarsi di nuove forze che provano a fare artigianato e agricoltura di qualità, basandosi non più su improbabili contributi pubblici, ma unicamente sulle proprie forze.
Avevo visto amici e amiche presentare il proprio lavoro poche settimane fa, nel corso della rassegna dedicata all’oliva Bella di Cerignola, avevo chiacchierato con persone con una progettualità sul territorio. Poi, le tre notizie. Apparentemente in contrasto tra loro.
Per ripristinare il murale dedicato a Giuseppe Di Vittorio e alle lotte bracciantili, diverse persone hanno dedicato molto tempo ed energia per una questione che non è “solamente” relativa ai beni culturali, ma riguarda il rapporto con la propria storia e IMG_5851la propria identità. Il fatto che quel monumento sia riemerso da uno scantinato comunale è indubbiamente un fatto positivo e dobbiamo essere grati a chi se ne è fatto promotore. Ma allo stesso tempo, rischia di essere l’ennesimo tassello in continuità con una pratica normalizzatrice della straordinaria storia rivoluzionaria delle lotte bracciantili in Capitanata: Di Vittorio come unicum, non come espressione di un popolo (e sì che nel murale il volto di Di Vittorio, seppure in primo piano, occupa solo una parte dello spazio, dominato dai lavoratori in marcia), come gloria locale al pari di Nicola Zingarelli, Pietro Mascagni o Giuseppe Pavoncelli. Quel monumento, in una città in cui è risaputo l’impiego di manodopera bracciantile a condizioni semischiavistiche (che riguardano in particolare migranti ma non solo) rischia di assolvere alla funzione di santino, di atto dovuto alla memoria di qualcosa che non ha più un rapporto reale con la città. Di Vittorio non ha più un significato rivoluzionario. Dà lustro alla città, possiamo rispolverarlo senza alcun problema. Il monumento sembra essere un punto d’arrivo, non la tappa di un processo, quale sarebbe ristabilire i nessi, i collegamenti tra quella vecchia storia e la realtà attuale.
Di fronte ai ragionamenti di questo tipo, il fuoco che ha spettacolarmente investito la parte più centrale della città, la Villa Comunale (tra l’altro, il giorno prima dell’inaugurazione di un altro monumento all’interno della stessa Villa), mi è sembrato che sancisse in maniera inequivocabile come il discorso storico, culturale e anche quello politico stiano su un piano parallelo a quello più concreto della gestione dell’esistente nel territorio cittadino. Mi è sembrato di rivedere lo scenario di quel Mondo di Mezzo descritto per Roma, la città in cui vivo, in cui poteri economici e criminali determinano l’andamento reale di quello che accade, lavorando sottotraccia, in maniera poco evidente e sicuramente meno eclatante di quanto avveniva qualche decennio fa.
Poi, a un tratto, l’esplosione e il fuoco che (seppur ancora con tutti i dubbi del caso relativi allo svolgimento di indagini) riportano alla mente quegli anni ’80 e primi ’90 della nascita e dell’emergere di una criminalità organizzata cerignolana, con i negozi dati alle fiamme nel cuore della notte, gli omicidi, i sequestri-lampo di minori, apparentemente stroncati dall’operazione giudiziaria Cartagine del 1994.
La potenza del fuoco che sembra svelare per un attimo quel mondo di sotto che dice che, nonostante tutto, c’è ancora qualcosa che può tranquillamente permettersi di ignorare i cambiamenti che avvengono al suo esterno, perché niente mette in discussione il suo dominio. Che sembra dire: “Fate pure, le vostre belle iniziative, chiacchierate su quello che ha fatto il sindaco o di quello che ha detto l’assessore, giocate a far finta di contare qualcosa. Tanto alla fine decidiamo noi”. In un contesto in cui la denuncia per corruzione e l’arresto di un importante imprenditore – con modalità tra il maldestro e il poco credibile – sembrano essere solo incidenti di percorso poco rilevanti nella gestione del potere reale.
Da qui la domanda: chi comanda a Cerignola?
E chi è comandato?
Chi fa la parte e la controparte negli anni che viviamo?
Guardiamo con nostalgia a quel murale, che ci racconta anni in cui l’oppressione era più dura, ma almeno (forse) era più chiara: da una parte il padrone, dall’altra i cafoni.
Sembra di muoverci in un territorio in cui non solo la lotta per un cambiamento non ha prospettive, ma sia la lotta stessa a non essere contemplata, in un ripetersi ad libitum del mantra There Is No Alternative, non c’è alternativa, di thatcheriana memoria, rivisto in luce cerignolana, ma forse anche in prospettiva più ampia.
Solo che l’alternativa c’è sempre. Nel mondo vissuto alla luce del sole, di chi non deve vergognarsi di uscire allo scoperto, di vivere, di creare collegamenti, iniziative, cose belle da fare, da scambiare, da condividere, produrre e far conoscere. Altrimenti c’è solo la rassegnazione, l’indifferenza e la sconfitta. E allora non potremo neanche più chiederci chi comanda, ma solo chinare il capo al padrone.

 

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena Colle Val d’Elsa – Castellina Scalo
(segue da qui)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl sonno sarà pure stato quello dei giusti, ma il ticchettio della pioggia notturna sul finestrone della mansarda in cui ci troviamo non ci sembra giusto per niente. 3BMeteo e MeteoAM si contraddicono: chi dice che pioverà dalle 15, chi dalle 18. In ogni caso, a noi dovrebbe andare bene: avviandoci alle 9, 9 e mezzo, per le 3 dovremmo essere belli che arrivati a Monteriggioni, poi da lì a Castellina Scalo, dove ci aspetta il nostro uomo, rumeno, bulgaro o comunque dell’est, tuttofare della parrocchia, che ci ha trovato uno strapuntino nonostante fosse tutto pieno, che è sabato di Pasqua. Saluti con il nostro ospite, che di sicuro ci prende per cattolici ferventi, e colazione al bar di fronte, calorica come è d’uopo per chi si appresta a camminare, poi frutta e pizza ai negozi di vicinato della strada. Grandi sorrisi ma qua costa tutto un occhio. Si va, e a vedere che si passa davanti l’Eurospin un pensiero ce lo fai, che magari spendevi un terzo, ma vada per la sopravvivenza dei piccoli negozi, per questa volta.
Siamo a Colle Val d’Elsa ma potremmo essere a Morena, a Trinitapoli, a Trebisacce, a Corsico o alla periferia di Siracusa. Rotonde, capannoni e cartelli sbiaditi. Ci puoi aggiungere o togliere cassonetti di immondizia o cani randagi, giusto a cercare la differenza. Poco male. È giornata foriera di discorsi, il tempo regge e non c’è neanche da OLYMPUS DIGITAL CAMERAOLYMPUS DIGITAL CAMERAguardare il percorso, sempre dritto fino ad attraversare il fiume Elsa, un ponte abbastanza largo e ci passiamo sulla ciclopedonale, con i piccioni che si rintanano dentro buchi che sembrano costruiti apposta. È la seconda volta che vediamo piccioni in questo viaggio, fuori dal contesto urbano non sembrano stolidi rovistatori di briciole ma uccelli con la loro dignità. Anche noi visti fuori dal solito siamo così diversi?
Si esce da Colle e ci si trova su campi coltivati. Mi si prende in giro perché i capelli sono ancora gli stessi da quando ce li avevo ancora poggiati sul cuscino e non danno mostra di rimettersi a posto, mi si fanno foto notando che sono vestito sempre di blu, in queste uscite. Reciprocamente, noto che il livello delle soste è notevolmente aumentato, a un certo punto dico: “Certo, se ci fermiamo ogni due metri…”, ma non credevo sarei stato così letterale.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAAttraversiamo nuclei di case, il primo si chiama Scarna, che però mi torna alla mente come Stronca. Di Scarna ricordiamo solo: che non è frazione di nessun comune, quindi è a se stante, e penso che ci potrei andare a fare il sindaco; che non si vede neanche un bar; che c’è l’abbaiatore più costante incontrato finora, che si fa decine di metri di cancello per continuare ad abbaiare contro, e vien voglia di rimanere là per vedere se va avanti.
Poi si passa ad Acquaviva, ma per arrivarci c’è da fare una strada dritta e lunga, come cantavano i Nomadi nella tristemente nota e apotropaica canzone, e che comunque in qualche misura portatrice di sventura fu, dacché iniziò sotto un cielo velato ma a tratti ancora terso e con una leggera brezza e si trasformò, neanche un chilometro (ma quasi un’ora) dopo, in vento contrario di tramontana e cielo che annuncia burrasca. La F. che è con me ha studiato meteorologia, e dice: “Forse ora piove”, ci passa al fianco un cavallo al trotto mentre noi arranchiamo ché lo zaino effettivamente si fa sentire – pesa troppo e mi fa male, dice lei, e a te? sì che pesa, certo – e passato Acquaviva, che al contrario di Scarna non ha né cartello, né probabilmente sindaco e nemmeno cani abbaiatori, ci ritroviamo a Strove, frazione di Monteriggioni, dove la guida dice “si può proseguire oppure entrare nel paese, allungando per un po’”, ma noi siamo orientati per la sosta ormai, e pure prolungata, e magari per un autobus o anche, perché no, un ostello, un affittacamere locale. Interroghiamo un uomo, che reca tre ova da un locale all’altro della sua rurale magione. Autobus non ce n’è, ostelli tanto meno. C’è un bar, più avanti. In verità (ripassando davanti a vie rosse, Matteotti, Gramsci, eccetera – in una ventina di metri totali) ci sarebbe un albergo-ristorante-enoteca, ma bastano i prezzi dei primi, dai 15 euro in su, a spostarci verso il bar tabacchi. La pioggia aumenta, e d’altra parte, al nostro ritmo forsennato, s’è fatta pure ora di pranzo (e avremo fatto cinque chilometri…). Pecorino di Pienza? Sì, sì… e mortadella pure… di Bologna? Sennò c’è la finocchiona… vai co’ quella! Ma un bicchiere di vino bianco ci sta pure va’… solo che la signora abbonda e all’orlo non ci arriva solo perché il bicchiere è bello grosso.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiove serio. I tipi dietro di noi chiamano dei taxi, e noi iniziamo a informarci. Loro poi rimediano il passaggio, e il taxi lo aspettiamo noi. Scrupoli da cittadini ci fanno prendere in ordine ancora caffè e gelato, perché non è che a casa nostra puoi startene seduto al bar per ore senza niente, eh. Qui nessuno si farebbe problemi, e intanto contempliamo la sorte del povero Jack, cagnolino dalla faccia triste, perduto tra i campi di Strove, e chissà se lo ritroveranno, e a me pare difficile. Il taxi alfine arriva, e ci tiene a dire che viene da Colle, quindi più lontano. Da lì parte il tassametro e neanche siam saliti e già sono 15 euro. Altri 10 fino a Castellina Scalo, e ormai Monteriggioni ci abbiamo rinunciato. È strano andare in macchina, sulle strade che fino a poco prima percorrevi a piedi, e come quello sforzo, quello spazio e quel tempo siano irrisi da un nonnulla di motore, e pensare che comunque quello sforzo, quello spazio e quel tempo continuano ad avere un valore.
E però, pensiamo all’unisono, quando ferma davanti alla chiesa di Castellina Scalo (grande in maniera sproporzionata rispetto al resto del paese), proprio qui davanti ci devi scaricare? Potevi fermarti cento metri prima, così sotto la pioggia battente, bagnati e coi bastoncini un po’ la nostra figura ce la facevamo? E invece no, ci ribattezzano subito “i taxigrini”, con me che mi sono pure scordato la credenziale e il tipo che mi dice “Ma che pellegrino sei?”. Si vede che so’ infiltrato dentro a sta combriccola che mescola Decathlon e rosari?
OLYMPUS DIGITAL CAMERANiente, ci trovano posto nella biblioteca della parrocchia, dove evidentemente si tiene il catechismo. I nostri letti stanno sotto due manifesti scritti a penna: uno è il “Confesso”, l’altro è l’”Atto di dolore”. Paura, pentimento e passione. Tra i libri ce ne sono però di interessanti, scelgo un “Memoriale di Ignazio Silone dal carcere in Svizzera”, giusto una lettura evasiva. Intanto ci informano che se vogliamo alle 22 inizia la veglia di Pasqua. Per fortuna non mi esce nessuna frase inopportuna (né nel senso di irrispettosa, né di promessa di esserci).
Accada quel che accada, io comunque a certe cose ci tengo, come al fatto che un paio di volte al giorno si mangia. La mia compagna ci bada un po’ di meno, per cui mi avventuro per le due strade di Castellina Scalo, diretto verso l’unica pizzeria del paese. Entro con fare sorridente e aperto al mondo. Chiedo di mangiare, perché che altro vuoi fare in una pizzeria a Castellina Scalo? No, non si può. Non c’è posto. “C’è una tavolata da 18”. E se con me fate 19 non ce la fate? Dove mi rimandate a quest’ora in giro sotto la pioggia con il nulla? Niente. Gli tiro le maledizioni come Alex Drastico. Ritorno al Circolo Arci, c’è il circoletto di prima dei vecchi, ringalluzziti dal fatto che la Fiorentina ha vinto 2-0, e che fra un po’ c’è la Messa e ci sono un po’ di belle signore (così dicono loro, eh). Ma non mi va ancora di tornare a casa, faccio il giro dei bar, come si faceva in Spagna ai tempi belli. C’è il Bar Sport di fronte alla parrocchia, entro e c’è Benigni alla televisione, che mi ricorda di quando stavo a Bologna sulle scale di San Petronio e mi passa davanti Lucio Dalla, o di quando facevo manovra in retromarcia a Napoli e a fianco avevo una vespetta con la pizza fumante appoggiata sul sedile. Se vado a Milano mi ritrovo Gino Bramieri che mi racconta le barzellette col medium. Mi dà un panino freddo di frigo, ma non ci capiamo, in Toscana è proprio un’altra lingua, “quant’è” gli diventa “caffè”, e soprattutto il tipo non conosce alcune formule arcaiche, tipo “grazie” o “buonasera”, nonostante le ripeta a voce alta e scandita più volte.
Vado a dormire sotto l’Atto di dolore, accumulando una certa ostilità.

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena San Gimignano – Colle Val d’Elsa

Francigena. Un nome segnato in rosso nell’agenda delle cose da fare, da un paio d’anni ormai. E il trekking che sembra sempre più una passione che appare a momenti alterni, come fosse un tour di Springsteen, dove però non sei tu che fai le date, quando invece ne avresti la possibilità.

Francigena. Un ricordo di una sconfitta, poi addolcito da quello di un incontro. Finora l’Alto Lazio, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, Viterbo. Erano due, poi un anno fa. La differenza è che ora non sono in solitaria. Dunque, si va in Toscana. San Gimignano è terra di inglesi ma, scopriamo subito, anche di baristi calabresi, i quali ci risolvono una rogna non da poco, in questi tempi che non sono per pellegrini ma per lavoratori con la reperibilità e l’obbligo di mandare report anche quando sono in mezzo ai boschi. Internet point, esistono ancora, inviamo il report e ci lasciamo le rogne di lavoro alle spalle. Felici. OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl paese lo percorriamo al volo, “tanto poi al ritorno ce lo vediamo con calma”. Giusto il tempo di notare segni gerosolimitani e templari su un paio di chiese, e che magari non è bello vivere in un posto espropriato dai turisti. Nel senso, se hai quattordici anni qua, non è che vai in piazzetta con gli amici e quello è il posto tuo.

Comunque, il vecchietto a cui chiediamo “per Porta San Giovanni” e ci dà le indicazioni precise mentre toglie i cespi d’insalata dall’orto è più preciso del cellulare che mi dice che Porta San Giovanni sta vicino via Merulana. Un pasticciaccio brutto, sì. E mi conforta vedere che anche qui, patrimonio Unesco, c’è una periferia, e gente normale, ucraini che scendono dai furgoni che parlano di lavori da fare con ingegneri panzoni dalla c aspirata.

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Siamo in cammino. Oggi tappa breve, siamo fuori allenamento. San Gimignano – Colle Val d’Elsa, una dozzina di chilometri, col nostro passo 3-4 ore, e speriamo che non piova. Macché, tempo ideale, ci togliamo i giacchetti che vanno giusto a pesare un po’ di più sopra gli zaini.

Dai un’occhiata alle tue spalle. Quelle sono le torri di cui si parla tanto. Be’, a ragione. Dai un’occhiata avanti, campi di colza, e quel verde che dentro di sé ha tanto giallo, come direbbe uno che ragiona in quadricromia. Bello il paesaggio, bello fare le foto, ma siamo qui per camminare e allora andiamo. Il percorso è facile, per il momento seguiamo ancora la segnaletica ufficiale poi ce ne scosteremo, utilizzando il pellegrinetto giallo della guida di Terre di Mezzo (una guida che definirei ascetica: dà tutte le indicazioni sul dove svoltare, a che albero trovare il segnavia, ma ben poche segnalazioni artistico-storiche-culturali, come dire, siam mica qui a guardare la bellezza del creato, dobbiamo arrivare a Roma, noi – buon per noi che chilometri non possiamo macinarne tanti).

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi passa attraverso una gran parte di strade asfaltate e ville con cani, nemmeno troppo abbaianti. Siamo quasi a metà percorso e into the wild ci siamo stati ben poco: è quello che con difficoltà definisco “paesaggio antropizzato” ai miei alunni. “Ma come mae’, so’ tutti prati”. Sì, ma di naturale in un vigneto o in un campo coltivato non c’è proprio nulla. Per cui sì, le dolci colline senesi sono un bellissimo paesaggio, ma non è naturale (scevro il termine “naturale” da qualsiasi connotazione positiva o negativa).

Giusto per un po’ ci addentriamo in un sentiero brullo e circondato da rovi, dove chi mi segue ha da ridire sul fatto che non segnalo lo scostamento di rami che poi si ritrovano con gesto plastico sulla faccia di cui sopra. Piccoli screzi tra compagni di cammino, come ricordare all’altro/a le proprie necessità fisiologiche o appiopparsi maggiori o minori pesi nello zaino.

birreria-pietrafittaMa ci sembra appena di avere iniziato il tragitto e siamo già ben oltre metà percorso. La sosta alla Birreria Pietrafitta (riconoscibile dalle corna di cervo appese fuori, vere o false non ho capito) è ben accetta, col cartello che indica da un lato Poggibonsi, presenza che aleggia profetica sulle nostre teste ignare. Gelato ancora non ce n’è, ci indicano i proprietari, ché la primavera è giunta inaspettata (oddio, stiamo pure ai primi di aprile, eh…). Va bene andiamo… Ma no, il posto è bello, è pomeriggio va bene, ma una birretta ci può stare. Piccola, certo. Ichnusa, come no, in Toscana, è tipica. Questo è il lusso, dico. Stare fermi il pomeriggio a bere una birra piccola senza niente da contare e valutare. Quasi commovente. Ora andiamo però. Certo non se n’è vista gente in giro, anche se per il giorno dopo a Monteriggioni pare che l’ostello avesse tutto pieno per un gruppone da 50, qui sulla strada, tolti un paio di signori, ci siamo solo noi. Bel tratto in discesa, l’ultimo che si fa sentire, un pochetto di fatica c’è, e lo zaino inizia un po’ a pesare, lo alleggeriamo delle banane, ma ormai ci siamo, il tratto ciclopedonale entra dentro Colle Val d’Elsa, che credevamo un paesino invece è una cittadina, anche lei con le periferie, le baracchette con i nomi di gruppi latinoamericani sui citofoni, le rotonde, le banche e gli hard-discount. Entriamo in città e c’è pure una libreria, gli lascio un catalogo dei libri miei che hai visto mai, magari gli fa curioso ‘sto personaggio tutto sudato che fa il piccolo editore.

Paese diviso in due, tra Colle Alta e Colle Bassa, ovviamente il primo è più bello (ma anche il secondo non è male). Come collegamento ci sarebbe un comodo ascensore, ma che ti pare che lo pigliamo? No, e quindi l’arrivo – passando tra vie con nomi gloriosi della Toscana rossa, Garibaldi, Gramsci, Matteotti, Di Vittorio, che si ripeteranno anche nei paesini più minuscoli come nella patinata San Gimignano per arrivare a un’impareggiabile “Monteriggioni comunista” – a proposito, qui Rifondazione esiste ancora, il Pd scrive i tazebao e l’Arci è un circolo di vecchietti, giocatori di biliardo e tifosi della Fiorentina – si fa in salita, e con la lingua in fuori, abbastanza per giungere come degni pellegrini, con le scarpe un po’ infangate e i bastoncini da trekking, alla meta che non è proprio da pellegrini ma vabbe’: bellissima casa a Colle Alta, su tre piani, con terrazzino che dà sui colli, bei quadri, caminetto e il padrone di casa che ci consiglia un posto per mangiare dove ci rimedia un tavolo pur se è tutto pieno. Ci sta. Officina di Cucina Popolare: rostincioni e salsiccia di cinta senese, è roba mia – chi mi passa dietro fa espressioni strane e goderecce, ché la ciccia è la ciccia – preceduto da zuppa di ceci e rosmarino, con pancetta arrosto, e stranamente anche chi è vegetariano casca bene, ribollita e poi carciofi su letto di pecorino fuso, e radicchio al forno con aceto balsamico. In due, col vino, 45 euro. Un giretto a vedere le chiese aperte, oggi è il giorno che è morto Gesù, e poi a chiederci che cos’è un baluardo, nell’uso corrente in italiano, sulle indicazioni di un autoctono, che si sa, qui parlano un italiano un poco diverso dal resto dell’Italia, sarà forse che è quello vero? Ma sta a vedere che c’è un italiano vero? Diatriba antica. E poi a letto, ché domani si cammina, e la stanchezza è quella dei giusti.

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Il collegio docenti e la banalità del male

«Una scuola in punto di morte! E io mi sento sola e in lutto, ma con lo strazio di chi non può piangere sul morto, di chi non può seppellire il morto ed elaborare il dolore».

(Giusi Tartaro, Io non sono una brava maestra)

 

Noi maestre e maestri andiamo a scuola, tutti i giorni, sapendo che la scuola di oggi non è come quella di ieri e sarà diversa da quella di domani. Perché peggiora, sempre di più, un pezzo alla volta. Continua a leggere

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Nadhaa e la sollevazione

Nadhaa ha sette anni e vive a Roma da poco meno di due mesi. Prima era in Tunisia, in una casa in campagna con i nonni, badava all’orto e non sempre riusciva ad arrivare a scuola, nel paese lì vicino. Ma sa leggere e scrivere, in arabo certo, e anche un poco di francese. Tutte le mattine sgambetta dietro al padre con la sorellina, trascina il suo zainetto fucsia con le ruote in tinta col giacchetto rosa, che spicca sul grigio della Tiburtina, la strada coi lavori e il palazzo lungo dove abita, con gli striscioni e le bandiere della lotta per la casa e dell’occupazione. La fermata è un po’ più avanti, 040, 041, o gli autobus blu del Cotral che vengono da Tivoli o più in là, arriva a scuola a San Basilio, a volte un po’ in ritardo perché coi mezzi non si può sapere mai.
Nadhaa crede che le case a Roma sono tutte grigie e lunghe, di ferro, cemento e vetro come Telespazio, Telecom o quella tutta curva con la scritta Cts che quando c’è il sole brilla da lontano dal riflesso. E invece lei credeva che Roma era fatta di rovine, di mattoni gialli e marroni e di colonne, come quelle vicino casa sua, che una volta c’era andata con i nonni, un teatro tutto rovinato, del tempo dei romani che era un tempo antichissimo. I romani erano della città dove stava suo papà e forse ora lei lo raggiungeva.
Quando è finita l’estate le hanno detto di prepararsi per partire, si sono messi in taxi con i nonni che piangevano e sono andati all’aeroporto. Doveva stare attenta, a lei e a sua sorella, e non doveva avere paura dell’aereo. Quando è arrivata, ha visto Roma, che era tanto calda dentro l’autobus dove stava con papà, la strada grigia che faceva il fumo come quando vedeva il sole andare via d’estate.
Per arrivare dall’aeroporto a casa era stato un viaggio lunghissimo, più lungo di quello dentro l’aereo e anche più pauroso, perché c’era tanta gente che spingeva e che gridava e non capiva niente e papà suo le diceva sempre di tenerlo per la mano e faceva un caldo che si sentiva tutti i capelli appiccicati.
Casa sua era quella lì, lunga, grigia, con le bandiere rosse e le scritte sui lenzuoli e un po’ le faceva paura, così grande e brutta. C’erano tantissime persone nel palazzo, un poco strette, e facevano anche un po’ di chiasso giorno e notte, c’erano alcuni neri come quelli che aveva visto a casa sua, che i nonni avevano paura, ma questi erano amici di papà, altri coi capelli tanto strani, a treccine ma non come le sue, capelli grossi come tubi di quelli che usava per le piante. E poi c’erano un sacco di bambini, un cortile grosso per giocare e anche se papà era al lavoro c’è sempre qualche grande che può stare con loro.
Nadhaa ha visto Roma al centro per la prima volta a ottobre, il 19, camminava stretta vicina a suo papà che come al solito le diceva di darle la mano e non perderla mai, poi le mostrava quella grande chiesa bianca con le statue di angeli e santi, e allora Nadhaa vedeva che Roma non era solo palazzi grigi e strade piene di macchine e vuote di persone, perché quel giorno di macchine non se ne vedevano ma c’era un fiume di gente e anche se papà a volte era un poco preoccupato Nadhaa si guardava attorno senza sosta.
A volte gridavano e sembravano tutti un po’ arrabbiati, dicevano che non avevano la casa, proprio come loro, perché non avevano il lavoro o perché dovevano sempre nascondersi dalla polizia anche se non avevano fatto niente di male, ma sembravano anche un poco allegri e quel giorno Nadhaa si è divertita, le è piaciuto stare a Roma, al centro di Roma, e ha capito che se i romani avevano fatto un teatro vicino a casa sua, tantissimi anni fa, allora anche lei poteva fare casa a Roma, lì al palazzo grigio sulla Tiburtina e da quel giorno ormai, Roma era anche sua.

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