Capita da queste parti

Capita a Hooverville che ci passi a trovare un tizio, che poi è quello che mette su le robe che ci diciamo, manco avesse su un registratore. Tutto a memoria, dice che tiene. Che però se gli dici una cosa che devi fare, due su tre mica se lo ricorda e anche le cose sue te le dice a ripetizione e dopo un po’ ti chiede “Ma te l’avevo già detto?”.
E insomma quindi qui, tra le storie di Hooverville ogni tanto ci si trovano anche storie di fuori, che sono quelle che scrive lui, che di solito ci mette nome e cognome ma qua dice che non ne ha poi tanta voglia.
Che forse c’entra col fatto che gli ho sentito dire una volta, ma era forse solo un po’ sbronzo, che solo a Hooverville si sente libero. Comunque, questo qua è un raccontino che aveva scritto tempo fa, e che ora gli viene voglia di farlo leggere o rileggere.
Doppio turno, si chiama.

La ragazza sfrecciava sul suo scooter Scarabeo di 15 anni prima tra le vie squadrate dell’Esquilino, evitando con agilità buche, binari di tram e sportelli di furgoni. Aveva appena staccato dal turno di notte, lasciando il posto a suo fratello, e si avviava al secondo lavoro. Non era stanca, però. Il suo lavoro notturno le lasciava molto tempo per sé. Era in un’unità di strada. Di notte, percepiva le sensazioni delle persone, i contorni delle cose, con più sfumature. Lei li ascoltava, i suoi compagni di strada, quelli e quelle che le facevano compagnia durante le lunghe ore di veglia e accettavano di buon grado la sua presenza, il più delle volte silenziosa. Chi sta per strada di notte non bada tanto alle parole. Lei li ascoltava pronunciare sommesse parole di ringraziamento. Anche preghiere. Basta così poco, a volte.
Fermò il motorino all’angolo tra via dello Statuto e piazza Vittorio, vicino a un’edicola. Neanche lo legò. Nella tavola calda, giusto una striscetta di pizza bianca. E un supplì, intanto che scalda. Ha il tempo di guardarsi la scena. “Contro il degrado”, dice la scritta dietro il tavolino di plastica bianca. Vernice nera dipinta sul retro di manifesti. Lei mastica e osserva. Alle 19, fiaccolata nel quartiere. Due ragazzi muscolosi e con capelli corti vanno dai vigili a segnalare che forse quella bancarella non ha tutti i permessi in regola. Attorno a loro, un paio di negozianti fanno il tifo. Un altro incrocia lo sguardo con l’ambulante, poi lo distoglie.
Non aveva bisogno di indugiare oltre. Il motorino la portava dappertutto, nella primavera inoltrata e piovosa di Roma lei era zuppa d’acqua ma non se ne curava. Faceva slalom tra le auto, i bus e i trolley di via Marsala senza temere i sampietrini bagnati. Gli archi delle mura aureliane sembravano segnare un confine, con l’ostello della Caritas in mezzo. Andava veloce. La pioggia le dette tregua quando fu all’altezza del Verano, a metà del viaggio.
Appoggiò il motorino sulla sopraelevata all’altezza della metropolitana di Ponte Mammolo, legandolo bene questa volta. Passi sicuri e gesti netti. Sulle rive del fiume Aniene scelse in fretta una canna robusta e ne tranciò una parte con il coltello che aveva nello zaino. Raccolse qualche manciata di aghi di pino e li legò saldi tra loro con lo spago. Impastati con l’abbondante fango risultante dalla pioggia, costituivano solide munizioni per la sua nuova cerbottana. Le punte erano foglie di aloe di cui aveva già fatto scorta.
Ancora un viaggio sul motorino, dettagli da ripassare, non un dubbio sui perchè. Parcheggia, entra ai giardini e sale agile sul pino più alto. Nessuno la vede o, comunque, ci fa caso. Aspetta paziente che le fiaccole si accendano, che si levino le prime parole dai megafoni. “Cittadini del quartiere, siamo in tanti a essere stanchi. Adesso faremo un giro nelle strade a fare un po’ di pulizia. Facciamo partire la nostra prima ronda!”
L’uomo col megafono sentì solo un sibilo, poi un dolore acuto all’altezza dell’orecchio sinistro. Lui e i suoi accoliti si guardarono intorno, stupiti e pronti per passare all’azione, ma non videro nessuno. Furono sommersi da decine di lanci, a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ben presto rimasero soli e senza guardarsi decisero di battere in ritirata, in disordine. Dalle panchine dei giardini, qualcuno sorrise e guardò in alto.
Quando Diana arrivò, suo fratello Apollo le disse che era in ritardo. “Avevo da fare”, rispose la dea della luna e della caccia. Poi, mostrò il suo solito volto.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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