Vittorio Arrigoni. Man of the year 2011

È una vita che leggo il Manifesto, di sicuro avevo brufoli e barbetta in viso. Non ne posso fare a meno, anche se a volte mi pare di aver letto tutto il giornale e averci trovato nemmeno una notizia, questo anche prima, figurati ora che c’è internet. Sono convinto di riconoscere tutte le firme del giornale.
Per questo mi stupii, all’indomani dell’inizio di Piombo Fuso a Gaza, che oggi son tre anni. Il giorno dopo, una corrispondenza, chiara, secca, fatti a supportare un’analisi non detta ma precisa. E una firma sconosciuta. Vittorio Arrigoni. E nemmeno una riga in corsivo a dire chi sia. E così nei giorni successivi, e man mano la corrispondenza si sposta in prima pagina, e chi è e cosa fa a Gaza lo dice piano piano, cos’è l’International Solidarity Movement, cosa fa, perché è lì. E l’offensiva continua, per tre settimane, Capodanno e la Befana passano e io ritorno a scuola, e pezzetti di quegli articoli li leggo ai miei alunni, che sappiano che c’è un’altra parte del nostro mare dove c’è chi butta bombe sulla gente, ma c’è anche chi corre per portare aiuto e dice di restare umani.
Due anni dopo mi vedranno strano, un pomeriggio, loro mi conoscono. Ricordatevi questo nome e non dimenticatevelo mai. Vittorio. È un anno questo che tu hai cambiato, per me. Ancora non lo sapevo, in quel pomeriggio di aprile, a scuola. Ce ne sono tante di persone giuste, al mondo. Ma Vittorio era vicino, e così lontano dall’impressione che poteva dare nei suoi video e negli incontri pubblici. Almeno così credo, non è che lo conoscessi. Timidezza e riservatezza, spirito etico da provinciale cresciuto al freddo, mascherati da un’apparente mancanza d’ironia. E così non è, per quanti amici e amiche ti sei lasciato dietro, anche tra gente così diversa da te.
Oggi è 27 dicembre, tre anni e Gaza è sotto le bombe, ancora. Me lo dicono da Facebook volti conosciuti anche grazie a Vittorio Arrigoni, anche se già morto ammazzato, conosciuti di persona o attraverso uno schermo ma reali. Ed è bello sapere che c’è ancora qualcuno in carne e ossa dietro quel nome. È bello sapere che c’è stato.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...