Stefania Noce, ancora un nome da ricordare

Ogni anno in Italia più di 100 donne vengono uccise all’interno della propria famiglia. Una ogni 3 giorni.
E come mai quindi il nome di Stefania Noce mi rimane impresso e voglio ricordarmelo? Perché lei e non le altre?
È un meccanismo mentale, uno dei tanti. Stefania Noce mi assomigliava, ci assomigliava. Studiava, scriveva articoli, andava alle manifestazioni. Così anche l’uomo che l’ha uccisa, Loris Gagliano.
L’avrà letto, Loris, l’articolo in cui la sua fidanzata diceva: “Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tantomeno, di una religione”?
L’avrà letto, immagino. Un bell’articolo, sicuramente. Ne avranno parlato, ne avranno discusso, lui e lei.
E quindi un uomo, perché a 24 anni questo sei, un uomo, non un ragazzo, studia, abita in una grande città, viaggia, ha una compagna femminista e poi le pianta in corpo quattro coltellate.
Cos’era, stavolta? Depresso, schizofrenico, matto, geloso, passionale? Lo è di più o di meno di quanto era matto, paranoico e depresso Gianluca Casseri?
Gli omicidi di Firenze avevano alla base un’origine fascista e razzista. Quante volte si sente inveire contro i negri, gli zingari, gli ebrei, gli arabi? In qualche caso, qualcuno agisce di conseguenza e spara.
Quante volte si sente inveire contro le donne? Quante volte al giorno derise? Quanti sketch in tv abbiamo visto in cui la donna non conta niente? Quante volte ci rivolgiamo agli uomini se c’è da parlare di politica, di meccanica? Quante volte interrompiamo una donna che parla? Quante volte abbiamo alzato la voce per primi?
Una di loro è morta. Una di quelle che a me, a chissà quanti provava, con pazienza, a spiegare come ci si sente e come si possono cambiare le cose e vivere meglio. È morta ammazzata da quel maschilismo che aveva combattuto, Stefania Noce e lo voglio ricordare, questo nome, come Vittorio Arrigoni, come Rachel Corrie, Carlo Giuliani, Mohammed Bouazizi, Giorgiana Masi, come tante e tanti. Perché mi serve.
Perché l’onere della prova spetta a noi. Noi uomini, colpevoli di violenza, colpevoli di complicità, colpevoli di connivenza, colpevoli di silenzio. Fino a prova contraria.
Non basta non praticare violenza. Non basta astenersi. Non basta non fare.
Servono comportamenti e concretezza. Non serve la spontaneità. Serve studiare e praticare. Non serve predicare, ma parlare sì. E rifiutare, tanto, esplicitamente.
In questi casi si dice: “Così non sarà morta invano”. È una stronzata. Stefania Noce è morta e basta e come lei tante altre, giovani come lei o anziane, del sud, del nord, italiane, straniere, ricche, povere, borghesi o proletarie, ignoranti o colte, uccise da uomini, mariti, padri, fratelli, fidanzati, ex.
Il contrario non avviene mai o quasi. C’è qualcosa di sbagliato in noi uomini? Sì.
Ma non è per cause naturali. Cresce con noi perché ci viene trasmesso e perché noi lo trasmettiamo. Si chiama patriarcato. Per combatterlo bisogna riconoscerlo, per riconoscerlo bisogna parlarne, per parlarne bisogna esporsi. Tra uomini. Molte donne già lo fanno. E noi?
Non ci sarà alcun percorso di liberazione, nessuna autonomia, nessuna costruzione di società di libere/i e uguali se, noi “compagni”, non smettiamo di delegare alle donne le “questioni di genere”. E, soprattutto, se usciti dalla riunione, dal centro sociale, dalla manifestazione, lontani dalle “compagne”, i nostri comportamenti, le nostre battute, le nostre risatine, le nostre malelingue sono indistinguibili da quelli di tutti gli altri uomini.
“Ha ancora senso essere femministe?”, chiedeva Stefania Noce. Lei la sapeva già, la risposta.
Forse molti di noi dovrebbero trovare il senso al nostro essere uomini.
http://www.movimentostudentesco.org/cultura-e-culture/ha-ancora-senso-essere-femministe-un-articolo-di-stefania-noce

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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