Bentornata lotta di classe

Giovedì 5 gennaio a Cerignola (FG) presso l’ex Opera alle 19 ci sarà un incontro dal titolo “Operai del sud – Il ricatto della crisi” con la proiezione del documentario 107 secondi – Operai del sud di Bruno Federico e la presentazione del libro Ci volevano con la terza media di Giovanni Barozzino. Quella che segue è l’intervista pubblicata su Laspro – rivista di letteratura, arti & mestieri di settembre a Giovanni Barozzino e Bruno Federico.

Il documentario 107 secondi – Operai del sud, che viene allegato nel prossimo numero di Laspro, è stato girato tra la fine dell’estate e l’autunno scorso, dopo il licenziamento di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli.
Questa in breve la ricostruzione della storia: luglio 2010 Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, operai del reparto montaggio della Fiat-Sata di Melfi (PZ), vengono licenziati con l’accusa di aver sabotato un carrello robotizzato durante uno sciopero. I tre salgono per protesta sulla Porta Venosina, un monumento di Melfi.
Agosto 2010: il giudice del lavoro annulla il provvedimento della Fiat giudicandolo “comportamento antisindacale”. I tre operai vengono reintegrati nel posto di lavoro, ma la Fiat-Sata li confina nella saletta sindacale, tenendoli lontani dalla produzione e dagli altri operai.
Luglio 2011: il giudice del lavoro Amerigo Palma accoglie il ricorso della Fiat contro la sentenza di reintegro. Da allora Barozzino, Lamorte e Pignatelli sono senza stipendio. Dichiarano di rispettare la sentenza ma che, appoggiati dalla Fiom-Cgil, presenteranno ricorso.), e termina all’indomani della manifestazione nazionale a Roma della Fiom, Federazione Italiana Operai Metalmeccanici, del 16 ottobre 2010.
Da allora, molte cose sono cambiate per i tre operai della Fiat-Sata di Melfi licenziati, che hanno avuto, nel luglio scorso, una sentenza sfavorevole da parte del giudice del lavoro che ha riconosciuto la legittimità del loro licenziamento, non considerando più, come in una precedente sentenza, quello della Fiat come comportamento antisindacale. Giovanni, Antonio e Marco sono così da due mesi senza stipendio anche se hanno deciso di ricorrere in appello.
Ma tanto è cambiato anche nel resto d’Italia, con una crisi che, se rappresenta il leit-motiv ormai degli ultimi tre anni, sembra aver avuto una recrudescenza negli ultimi mesi. Le soluzioni proposte dai governi italiano ed europei, sono sempre le stesse: salvataggi e aiuti per banche e imprese, tagli e sacrifici per lavoratori, disoccupati e precari. I contenuti delle misure proposte sembrano gettare sempre più al vento la maschera che aveva nascosto per decenni la sostanza delle decisioni prese: l’esistenza di classi sociali e la lotta tra di esse.
Questo è forse il contenuto principale che emerge da 107 secondi e dalle interviste che abbiamo realizzato con Bruno Federico, autore del documentario, e con Giovanni Barozzino, uno dei tre operai licenziati, in questi giorni impegnato con le presentazioni del libro, o meglio del diario “scritto col cuore”, come preferisce definirlo, Ci volevano con la terza media (Editori Riuniti, 272 pagine, 15 euro).
Due persone, due militanti che, seppur con diversità di opinioni, si “scontrano con l’esistente”, come dice Bruno Federico, andando oltre la situazione specifica della Fiat di Melfi.

Fiat/Sata1

I tre operai Fiat/Sata licenziati: da sinistra Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli (foto di Oscar Paciencia)

Parliamo con Giovanni al telefono, in una pausa durante una manifestazione. Dopo averci aggiornati sulla loro situazione, gli chiediamo come si è sentito nel ritrovarsi, da un anno a questa parte, nel ruolo scomodo di “personaggio pubblico”, probabilmente controvoglia.
“Sicuramente controvoglia, perché se qualcuno ha dei dubbi in merito a questo io gli cedo volentieri il mio posto, l’importante è che mi ridanno il mio posto di lavoro. Noi l’abbiamo detto dal primo momento, che abbiamo fatto quella scelta di salire sulla porta Venosina, perché a noi non sta bene, tant’è che oggi per la sentenza noi non siamo più dei sabotatori, che qualcuno si possa permettere di dire quello che non è.
Noi non volevamo che i poteri forti facessero di noi quello che volevano, cioè noi non volevamo che l’Italia sapesse qualcosa che non era vero. Quel nostro gesto estremo non è stato altro che un gesto di disperazione, che in un paese civile non dovrebbe esserci, per dire la verità, perché noi non avevamo l’occasione di poterla dire comodamente invitati ai salotti tivù: voglio ricordare che dopo 8 giorni che lo stabilimento era fermo per sciopero per solidarietà nei nostri confronti per il nostro licenziamento nessuno ne parlava se non qualche giornale, però tutti in prima pagina dicevano che a Melfi c’era stato un sabotaggio, lo davano già per scontato, e questa cosa qua io penso che non sia degna di un paese civile.”
Stai portando in questi giorni in giro il tuo libro Ci volevano con la terza media. Come è nata l’esigenza di raccontare in maniera più estesa la vostra storia?
“Io dal primo momento dicevo a tutti i giornalisti di non credere a ciò che dicevo io, che diceva il mio sindacato, che diceva quella piccolissima parte della politica che ci sosteneva, ma che ognuno facesse un’inchiesta di quello che realmente stava avvenendo nel mondo del lavoro. Ho visto che quando noi più volte dicevamo questo tutti facevano finta di non capire. Quindi questo libro, anche se io preferisco definirlo un racconto, o al limite un diario, però un diario vero, scritto con il cuore, racconta quello che realmente succede nel mondo del lavoro.
La cosa più bella che mi sta succedendo in questo dramma è che mi chiamano i lavoratori, non solo della Sata di Melfi e tutti mi stanno dicendo la stessa cosa: ‘Giovanni, mi sembra di rivivere la mia storia’.
Una cosa bella del documentario era quando si vedeva la lettera degli operai Fiat polacchi che in pratica dicevano “Non ci metterete gli uni contro gli altri, italiani contro polacchi”.
“Sì, ormai questo è quello che succede nel mondo del lavoro, la lotta è povero contro il più povero, praticamente ci stanno mettendo uno contro l’altro. Io invece credo che in questo momento di difficoltà tutte le lotte si devono unificare in una lotta sola, non ci devono essere lotte isolate o tante lotte che non si incontrano e non si incrociano tra di loro.
Io credo che alle lotte bisogna unire una lotta globale perché ormai l’attacco è globale, è un attacco senza precedenti al mondo del lavoro. Io credo che più di qualcuno che dovrebbe garantire i diritti, la democrazia, la dignità si dovrebbe vergognare.”
In un’intervista hai detto: “È tornata la lotta di classe”, una frase impegnativa e che non si sente più da tanto tempo. Pensi che sia il caso di tornare a usare questa espressione?
“Io penso che la lotta di classe in Italia c’è ma la stanno facendo al contrario, la stanno facendo i padroni contro il mondo del lavoro.
Io invece credo che i lavoratori tutti si debbano unire, perché in questo momento i padroni stanno vincendo, hanno sferrato un attacco in un momento di crisi e i lavoratori sono stati lasciati soli, a se stessi, se non fosse per la Fiom o qualche sindacato di base.
Quella parte della politica che dice di voler rappresentare il mondo del lavoro non lo sta facendo, secondo me, o non lo sta facendo abbastanza, quindi io invito tutte quelle forze democratiche che dicono di voler rappresentare o di voler garantire la democrazia in Italia a darsi una mossa, perché così non si va avanti.
È inammissibile che in Italia si voglia far passare l’idea che per lavorare bisogna togliere i diritti.
Mi spiego meglio: se un lavoratore non avrà nessuna tutela, e un domani un padrone decide di non dare qualcosa che magari è anche dovuto, chi avrà la forza di ribellarsi a questo sopruso, visto che può essere mandato a casa da un momento all’altro?
A Melfi abbiamo prodotto 5 milioni e mezzo di vetture. Si potevano mai realizzare se non ci fossero stati dei lavoratori che hanno dato veramente tutto e un sindacato responsabile? Si poteva raggiungere un risultato di questo genere? Ma di cosa stiamo parlando? Ma per favore.”

Fiat Cassino. Foto di Oscar Paciencia

Parliamo con Bruno tramite Skype, dato che ci risponde da Bogotà, in Colombia, dove abita da diversi anni portando avanti quello che chiama il compromiso, l’impegno, anche con la forma del documentario, con la sigla La danza inmovil, come nel caso di Exhumando el genocidio, che documenta le sparizioni e gli eccidi di migliaia di abitanti e sindacalisti nella regione del Casanare, e prova le responsabilità dirette dello stato colombiano e delle imprese petrolifere. 107 secondi – Operai del sud si pone quindi in continuità con i suoi lavori, testimoniando anche la dimensione internazionale delle lotte in corso.
Da dove nasce l’esigenza di girare questo documentario?
“L’idea parte con la necessità di rappresentare una situazione che oggi in Italia è molto dinamica. Una dinamica dovuta alla crisi dell’economia e del sistema economico che è stato implementato negli ultimi 50 anni nel nostro paese.
Oggi rinascono i conflitti operai, rinascono i conflitti sociali, di tanti settori diversi della società, gli studenti, gli immigrati, i cittadini di Terzigno, gli abitanti della val di Susa, gli operai di moltissime imprese che si arrampicano sui tetti o che protestano. Però tutte queste proteste, le lotte e i conflitti che si sono prodotti negli ultimi 2-3 anni sono raccontati in maniera molto estemporanea e superficiale da parte dei mezzi di comunicazione, come se fossero momenti che non hanno una propria storia e non hanno un’origine, una causa specifica.
Il conflitto alla Fiat è un conflitto molto importante per una serie di ragioni, innanzitutto perché la Fiat è stata storicamente la culla per il movimento operaio in Italia. Quello che succede adesso in Fiat è il risultato del percorso nato nel ’93 con gli accordi sul lavoro, il pacchetto Treu ed è il risultato che tutti noi ci aspettavamo. Oggi potrebbe sembrare una follia di Marchionne: non lo è, è il risultato scientificamente prodotto.
Inoltre il conflitto alla Fiat è importante perché non si parla più in Italia degli operai, anche sotto l’influsso di correnti ideali che vedono sparire ormai la figura del lavoratore e dell’operaio come figura centrale del conflitto di classe. Io non sono d’accordo, non è vero. Ogni mattina alle 5 e mezzo, le 6, di fronte a centinaia di cancelli entrano migliaia di persone, migliaia di schiavi della catena di produzione, della catena di montaggio.
Quando io chiedevo agli operai come funziona la catena di montaggio, tutti, sistematicamente, mi dicevano: ‘Hai presente il film di Charlie Chaplin Tempi moderni? Uguale’. E in effetti è uguale, uno degli operai intervistato nel documentario, che è quello che poi dà il titolo, 107 secondi, dice che ha 107 secondi per entrare nella macchina, sedersi sullo sgabelletto, sistemare al loro posto gli airbag, firmare un’autocertificazione e uscire dalla macchina, e questo per 250 volte al giorno.
Tutto questo in una situazione di precarietà, perché anche loro che erano gli operai garantiti, oggi sono minacciati, in una situazione di devastazione fisica: una fabbrica di 5000 lavoratori dove 2000 sono certificati dallo stesso medico dell’impresa come con ridotte capacità lavorative, questo vuol dire che è una fabbrica che ammazza la gente, che sta macinando i corpi delle persone.
Un altro elemento per cui ritenevo che quello della Fiat era un conflitto molto importante e bisognava raccontarlo è la internazionalizzazione del conflitto. Noi siamo di fronte a un mondo che può tranquillamente dirti o lavori alle mie condizioni oppure sposto la fabbrica da un’altra parte. E questo distrugge il sindacato e distrugge qualsiasi possibilità dei lavoratori, perché di fronte a una minaccia del genere che fai?
Tra le ragioni del documentario c’era anche l’aspettativa che la Fiom, in questo momento, potesse rompere con la prassi che ha tenuto negli ultimi 20-30 anni di scarsa conflittualità, di una logica di concertazione. Sembrava che uno scatto in avanti della Fiom potesse produrre una situazione molto differente nell’equilibrio delle forze del paese. Era un’aspettativa, una speranza che molti mi hanno detto mal riposta, e in effetti così non è stato, per il momento.
Sia tu che Giovanni utilizzate l’espressione “lotta di classe”.
Non credo che la questione sia la parola classe, se può spaventare o sembrare un termine arcaico, però io sostengo che il concetto è valido, possiamo chiamarla come ci pare.
Bisogna pensare la classe in una maniera un po’ diversa da come la si pensava nel passato, ovvero pensarla come un soggetto un po’ più ampio, molto fluttuante, in cui entrano gli operai, i precari, le persone senza casa, gli immigrati, gli studenti, così come quel proletariato intellettuale, che magari non entra in fabbrica, non sta alla catena di montaggio come negli anni ’60-’70 era il soggetto rivoluzionario, ma siamo noi, e mi ci pongo in questo calderone, noi che non abbiamo un lavoro fisso, abbiamo un grado di istruzione abbastanza alto, un’istruzione universitaria, ma che siamo destinati ad avere impieghi precari, ogni tanto avere un contrattino di 1-2 anni, come qualcosa in accordo al livello di istruzione, ma che poi non si trasforma in niente. Non siamo operai nel senso concreto della chiave inglese eccetera, facciamo lavori anche pratici, spesso intellettuali che però vengono retribuiti allo stesso livello dell’operaio.
Oggi è necessario unire tutto questo, un nuovo movimento in Italia e in Europa è a portata di mano. Sono troppi i conflitti e troppe le situazioni di diseguaglianza, troppe le ingiustizie che vengono perpetrate ogni giorno e sono tantissimi i conflitti che stanno esprimendo una situazione di scontro abbastanza radicale, magari non troppo politicizzati, come a Terzigno, tra quelli che stanno rifiutando la discarica, però la gente è incazzata, non c’è niente da fare.
Rispetto a questo “compito” la comunicazione, i giornali o un documentario, a che cosa possono servire?
Realizzare documentari non esaurisce la mia volontà o il mio desiderio di compromiso (impegno) politico però è una maniera che mi permette di scontrarmi con l’esistente. Fare un documentario vuol dire raccontare una storia che se non la racconti tu probabilmente viene dimenticata il giorno dopo. La storia di Giovanni, Marco e Antonio che per un periodo è stata al centro dell’attenzione dei mezzi di comunicazione oggi è scomparsa, nessuno parla più di loro tre.
Questa storia è molto emblematica di quello che sta succedendo.
Noi viviamo in un mondo con un immaginario costruito dagli show televisivi, dai telegiornali, dai modelli che ci vengono imposti attraverso film e serie televisive. Ad esempio gli eroi televisivi con cui ci confrontavamo sempre da bambini erano poliziotti, supereroi, persone di successo, che siedono sui gradini più alti della scala sociale. Fare un documentario realistico che ha come protagonisti, come “eroi” tre operai licenziati, che si incazzano e fanno un giro per tutto il sud Italia rappresenta una sfida alla costruzione di questo immaginario.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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