Imputato libro. Intervista a Manolo Morlacchi

Intervista a Manolo Morlacchi, autore de La fuga in avanti

La fuga in avanti (Agenzia X edizioni, 2010) è la ricostruzione del percorso, politico e biografico, di Piero Morlacchi e Rudi Deusch, milanese lui, tedesca lei, tra i fondatori del primo nucleo delle Brigate Rosse. Una storia tra tante, dunque, come tanti e tante furono coloro che, nel decennio ’70, fecero la scelta della lotta armata.
Diverse sono le particolarità del libro rispetto alla tanta memorialistica su quegli anni: la scelta di soggetti in qualche modo laterali nella grande storia di quegli anni, di cui sono conosciute, spesso in maniera distorta, le figure dei cosiddetti leader o, anche, di coloro che hanno conosciuto una forte esposizione mediatica, soprattutto tra chi ha preso la via del pentitismo e della dissociazione.
Ciò che rende però in qualche modo La fuga in avanti unico è il punto di vista: l’autore è infatti Manolo Morlacchi, figlio maggiore della coppia, storico di formazione (con una tesi di laurea sulla lotta armata). Sin dall’inizio, l’autore esplicita la sua partecipazione al libro non come “narratore distaccato” ma partecipe, biograficamente, emotivamente e anche politicamente, a ciò che viene narrato, che copre le vicende della famiglia Morlacchi (un vero e proprio “clan” nel proletariato milanese del Giambellino).
Raccontando queste vicende, Manolo Morlacchi (e la casa editrice che lo ha pubblicato) si è esposto ad accuse e recriminazioni, per aver parlato della propria famiglia e delle scelte fatte senza bisogno di “scuse”. Poco dopo l’uscita del libro, Morlacchi viene coinvolto in un’inchiesta su un presunta organizzazione denominata “Per il comunismo. Brigate Rosse”, in seguito alla quale passerà 5 mesi in carcere (perdendo anche il posto di lavoro). Nel mese di settembre 2011, Manolo Morlacchi è assolto con formula piena da tutte le accuse.
Laspro ha ritenuto interessante conoscere il suo punto di vista, anche sul perché un libro possa diventare un caso d’accusa.

Puoi raccontarci la tua vicenda giudiziaria e qual è la situazione attuale del processo?
Il 10 giugno 2009 mi trovavo a Roma per una riunione di lavoro presso la società in cui ero assunto. Nel pomeriggio si presentano tre digos con il compito di perquisirmi e condurmi in questura per delle notifiche che mi riguardavano. Il tutto avviene sotto gli occhi stupefatti dei miei colleghi che non rivedrò più, visto che a seguito di quella “sorpresa” venni prima sospeso e poi licenziato.
Già nei locali della mia ex società mi viene consegnato un avviso di garanzia con il quale vengo informato di essere indagato per associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art. 270 bis c.p.p.) e banda armata (art. 306 c.p.p.). Leggendo le carte scopro che nella stessa giornata erano stati arrestati dei compagni. Poi avrei scoperto che la stessa perquisizione era toccata a tanti altri in tutta Italia, tra cui miei amici e parenti di Milano.
Giunti in questura a Roma vengo sottoposto a fotosegnalamento e mi viene notificato il sequestro di alcuni miei beni tra cui il computer del lavoro. Passata la mezzanotte mi lasciano andare e me ne torno a Milano.
Sette mesi dopo, esattamente il 18 gennaio 2010, la Digos torna a farmi visita, questa volta a casa mia. Arrivano verso le 8 del mattino e mi arrestano con le stesse accuse e lo stesso quadro indiziario di sette mesi prima: un paio di telefonate, a loro dire, in codice.
Mi faccio una settimana nel medioevo di San Vittore e poi vengo trasferito a Roma dove subisco l’interrogatorio di garanzia da parte del magistrato che ha predisposto l’inchiesta, Erminio Amelio. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Pochi giorni dopo il tribunale del riesame di Roma conferma la mia custodia cautelare limitatamente alla associazione sovversiva e non per la banda armata. Il controsenso mi appare subito evidente e foriero di sorprese.
Vengo quindi trasferito a Siano, in provincia di Catanzaro, entrando a buon diritto nel circuito degli AS2, ovvero: Alta Sorveglianza 2, ovvero: i detenuti politici per 270 bis d’orientamento marxista-leninista. Questi vengono mandati a Siano e Carinola (AV). Gli anarchici li concentrano ad Alessandria, gli islamici a Macomer in Sardegna.
Per le famiglie mia e del compagno milanese che è con me, si tratta di organizzare lunghi viaggi per venirci a trovare, ma almeno ci troviamo in un reparto con i compagni e in una condizione di
detenzione largamente più agevole di tanti detenuti comuni che vivono l’inferno del sovraffollamento.
A fine maggio, durante l’udienza preliminare, veniamo tutti rinviati a giudizio. Siamo sette compagni accusati di far parte di un’organizzazione denominata “Per il comunismo. Brigate Rosse”.
Qualche giorno dopo, il 18 giugno, si svolge l’udienza di Cassazione per il ricorso da noi presentato sulla sentenza del tribunale del riesame. In quella sede viene decisa la nostra scarcerazione (mia e di Costantino Virgilio), con delle motivazioni pesantissime per l’inchiesta. Viene scritto, tra le altre cose, che se anche avessimo partecipato a incontri di organizzazione, anche utilizzando tecniche di spedinamento, ciò non comproverebbe la nostra adesione alla ipotetica organizzazione. Di fatto usciamo di galera e parteciperemo al processo a piede libero.

Luigi Fallico

Il 14 settembre del 2010 inizia il processo presso la Corte d’Assise di Roma. A maggio 2011, a processo ancora in corso, muore in cella Luigi Fallico, un mio coimputato nonché mio caro amico. Aveva 57 anni e soffriva di cuore. Negli ultimi giorni aveva più volte segnalato i suoi malesseri, tipici dell’infarto, senza ricevere alcuna cura. L’hanno trovato gli altri compagni che era già morto.
Alla fine delle udienze i pm chiedono pene molto pesanti dai 15 ai 6 anni.
Il 21 settembre 2011 la corte emette sentenza, assolvendo con formula piena me, Costantino e Bruno Bellomonte, un compagno sardo indipendentista. Un altro coimputato viene condannato per il solo porto d’armi illegale e scarcerato immediatamente. I due compagni genovesi vengono condannati a 7 anni e mezzo e 8 anni e mezzo, ma non per associazione sovversiva, bensì per cospirazione politica, derubricando di fatto il reato e alleggerendo notevolmente le pene.
I pm faranno senz’altro ricorso in appello.

Nella lettera che hai spedito dal carcere pochi giorni dopo l’arresto dici: “La fuga in avanti rappresenta una delle ragioni per cui io mi trovo in galera”. Lo pensi ancora?
Il mio libro ha certamente disturbato. Di evidenze in tal senso ce ne sono tante. I pm l’hanno senz’altro letto con attenzione. In tanti mi hanno chiesto che cosa mi fosse mai venuto in mente di scrivere un libro del genere. Ma lo rifarei mille altre volte.

Il tuo libro rappresenta finora, nella sterminata bibliografia sugli anni della lotta armata in Italia, un caso quasi unico, la memorialistica cioè di un familiare di brigatisti che, come dici tu, non prende le distanze da ciò che racconta. Nella prefazione Cecco Cattaneo dice che questo evita la necessità di quello che chiama “giustificazionismo”, doversi giustificare delle scelte fatte in quegli anni. Dopo quello che ti è accaduto, pensi che possa esserci in te o in altri che eventualmente vogliano esprimere un proprio punto di vista “diverso”, una forma di autocensura preventiva?
Al di là del libro, è evidente che quando cadi nelle mani di quello che tu consideri il tuo nemico e che dispone di tutti gli strumenti per annientare la tua natura sociale (le tue relazioni affettive, il tuo rapporto con i figli, le tue amicizie, le tue frequentazioni politiche), è difficile trovare gli “spazi” per riprendere il posto nella lotta che sei stato costretto ad abbandonare. È difficile per mille ragioni, non esclusivamente per motivazioni individuali, ma anche per considerazioni di natura politica. Sono però questioni molto soggettive, che hanno a che fare con le singole circostanze dell’esistenza specifica su cui si abbatte il terremoto del carcere e che non sono mai uguali a se stesse. Vi sono però anche gli aspetti positivi, gli insegnamenti che puoi trarre e che ti aiutano, laddove ve ne sia la volontà, a tornare alla lotta con una determinazione e preparazione politica ancora maggiore. Il singolo caso, dunque anche il mio, conta davvero poco.

Una delle cose che colpiscono in La fuga in avanti è che non è “solo” la storia di Pierino, Heidi e le Br, ma è tutta la storia di una famiglia nel corso di un secolo, dai tuoi nonni fino a te e tuo fratello. Gli anni ’70 e la lotta armata si inseriscono in un contesto, in un continuum storico. È questo il contenuto “inaccettabile” del libro?

Copertina di "Nuova Resistenza", aprile 1971

L’aspetto “inaccettabile” del libro è che posiziona le BR nel solco dei movimenti rivoluzionari del secolo scorso, e lo fa partendo dal racconto di una famiglia di proletari lontana anni luce dall’immagine stereotipata che si rimanda nei libri e nei film che popolano il mercato dei saperi all’italiana. Una famiglia normale; una famiglia di operai che avevano deciso (come tante altre) di prendere in pugno direttamente le proprie sorti e fare i conti con i propri nemici. Ho sentito tanti compagni usciti da quell’esperienza fare affermazioni del tipo: “Ciò che non ci hanno perdonato, a destra e a sinistra, è l’aver dimostrato con i fatti che “quattro” operai che si organizzano possono rapire il presidente della Democrazia Cristiana”. Credo vi sia una verità profondissima in questa parole e che tutto l’armamentario dietrologico che accomuna destra e sinistra oggi, derivi in larga parte da questo aspetto. Non mi stupisce affatto che tanti “compagni” di sinistra preferiscano parlare di “grandi vecchi”, piuttosto che soffermarsi sui fatti concreti. È il disperato tentativo di esorcizzare la loro drammatica impotenza e la loro distanza che è anche e soprattutto una distanza di classe.
Nel libro viene senz’altro narrato un continuum; ma è un continuum fatto di tante rotture: con un certo mito della Resistenza, con il PCI, con gli studenti del ’68. Le tante fratture che caratterizzano sempre un percorso rivoluzionario.

Durante il processo o negli atti, si è mai fatto riferimento diretto al libro o a tue prese di posizione pubbliche (articoli, presentazioni, interviste)?
Il mio libro ha invaso l’aula del tribunale fin dalle prime battute del processo. Credo che le vendite siano aumentate grazie ai pm e alla digos di mezz’Italia. Le mie presentazioni pubbliche sono diventate indizi a mio carico. Una presentazione, in particolare, ha attirato l’attenzione degli inquirenti. Si tratta di un incontro cui parteciparono anche Renato Curcio e Tonino Paroli. I pm hanno più volte “suggestionato” la corte informandola di quali fossero le mie frequentazioni (sic!), valorizzando alcune mie affermazioni fatte nel corso della presentazione. In particolare: gli accenni alla questione dell’unione del politico e del militare nella strategia delle Brigate Rosse; il richiamo all’esigenza di un nuovo internazionalismo proletario; l’uso di espressioni quali “portare indietro le lancette della storia”. Ebbene, questi instancabili inquirenti sono riusciti a trovare vecchi documenti BR dove, a loro dire, si esprimevano gli stessi concetti o le stesse locuzioni, dimostrando così la mia adesione alla lotta armata. L’intero mio intervento a quella serata del 2008 (quaranta minuti) è stato ascoltato in aula durante un’udienza.

Heidi Peusch (a sinistra), Manolo Morlacchi a pochi mesi in braccio a suo padre Piero, in Germania nel 1971

Nel libro non ti risparmi nulla: pubblichi lettere che ti scrivevano i tuoi genitori dal carcere, gli articoli di giornale che parlavano di te a 9 anni, la tua foto ai funerali di tuo padre. Questo lo fai per una sorta di “responsabilità storica”, del tipo, ‘questa storia se non la racconto io non può raccontarla nessuno’ anche se, come è poi puntualmente avvenuto, può costarti tanto?
Credo che in tanti possano fare la stessa cosa che ho fatto io. Non mi voglio certo arrogare nessuna “responsabilità storica”. E comunque è molto meglio lottare nel proprio tempo a favore della rivoluzione piuttosto che scrivere libri. Un compagno di lotta di mio padre, intervenendo a una presentazione, disse una cosa che condivisi ed elessi a motto per La fuga in avanti: “I libri su questo argomento si dividono in due categorie: quelli che fanno danno e quelli che non servono a un cazzo. Il tuo appartiene alla seconda categoria e quindi va bene”.

Per finire una domanda più generale: definisci La fuga in avanti come un libro partigiano, dal punto di vista degli sconfitti, ma non arresi. Che ruolo pensi che abbiano la storia e anche la letteratura nella costruzione di un punto di vista antagonista?
Anche se può sembrare in contrasto con la mia risposta precedente, la memoria e il filo rosso tra le generazioni è un aspetto molto importante da coltivare. Forse è proprio questo che è mancato negli ultimi trent’anni, lasciando campo libero alle posizioni più viscide e infami. Quindi, nel nostro piccolo, è giusto sfruttare ogni spiraglio per almeno tentare di ristabilire alcune verità che, per definizione, sono sempre verità relative alla nostra volontà rivoluzionaria.

da Laspro – rivista di letteratura, arti & mestieri

numero 16 – gennaio/febbraio 2012

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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