Mezza giornata da profugo

11 dicembre 2008. Piogge e temporali si abbattono su Roma. Molte strade sono allagate e interi quartieri isolati. Esonda l’Aniene. Il sindaco Alemanno invita i cittadini a rimanere a casa. Le scuole restano aperte.

Tiburtina del cacchio, unico collegamento col resto del mondo di questo quartiere…
… percorro 500 metri in un’ora e non si può accannare la macchina da nessuna parte, con Bruce Springsteen che canta che lui è nato per correre. Riesco a trovare un pertugio per infilarci fallicamente la mia opeletta corsa blu. Ombrello nero anni 40 crisis style, inforco coraggiosamente la via del cammino su strada-sconnessa-extraurbana per raggiungere eroico e orgoglioso il posto di lavoro. Sfreccio superiore alla civiltà delle macchine, tra auto incolonnate e autisti che fumano, uno su un furgoncino dormiva, serio…
E vado, finchè l’uomo soccombe, di fronte al fiume sotto il ponte del raccordo, non guadabile a piedi. Allora tocca trovare la solidarietà dei passanti quattroruotati… seeehhhh… e invece no, malfidato, uno mi raccoglie, sotto di noi si sente il rumore delle onde che sballotta un po’ la macchina, il tizio però non sa dove lasciarmi, deve girare ma sotto di noi c’è il fiume e l’uomo ha cuore, non se la sente di abbandonarmi così.  Vedo un marciapiede praticabile… grazie, buon uomo…
Vai, cammina, cammina, arriverai stravolto ma accolto come Dorando Pietri alla tua scuola. Un altro ostacolo è lungo il cammino, stavolta insormontabile. Carabinieri e Vigili del Fuoco hanno chiuso la strada, non si passa né a piedi né in macchina, i sommozzatori con le mute e l’acqua alle ascelle recuperano persone rifugiate sui tetti delle fabbriche. Da qua non si passa proprio, a scuola non ci si va, chiamo la collega per avvertire, mi parla della recita di Natale mentre sto in mezzo ai boat people, dico sì anche se non capisco, tra la sirena della protezione civile, l’idrovora e l’elicottero. Sono con  30 persone stipate su un marciapiede senza poter andare né avanti né indietro, mentre avvistiamo terra 200 metri più in là.
“Ahò, mò come cazzo se n’annamo da qua?” (il popolo) “e che ne so, chiama er 3570” (l’addetto alla nostra sicurezza).
Rifocillato all’unico baretto presente, mi sovviene una stradina che sbuca further on up the road, un po’ più avanti sulla Tiburtina. Mi incammino con un drop out siciliano e sbuchiamo su un’altra ansa della via-fiume, inattraversabile a piedi. Fermiamo un’auto per un passaggio, io che penso che il mio compagno di sventura ha una faccia poco raccomandabile e senza di lui avrei più possibilità di essere preso a bordo, ma quello che ci carica ha la faccia ancor meno raccomandabile e quindi se ne fotte.
Alle 3 e mezzo del pomeriggio, dopo 4 ore di traversata, arrivo a scuola, dove naturalmente la frase più comune è “A maè, ma che sei venuto a fà?” “Tanto a casa non ci posso tornare…” infatti un’ora dopo mica ci posso tornare a casa,  a sera mi portano a dare un’occhiata per vedere se si può passare, macché, se pija er raccordo, namo va’… l’uscita 13 per ss 5 Tiburtina direzione Tivoli è chiusa, si va sulla A24, uscita Settecamini, 70 centesimi di pedaggio e sono a casa.
Mezza giornata da profugo è proprio brutta, così ho pensato a quelli che sono profughi per davvero e rivedo l’africano che davanti al fiume si toglie scarpe e calzini, li mette in una busta che tiene sulle spalle, si tira su i calzoni e va, e mi pare di vedere il fiume Congo col raccordo sullo sfondo…

da Laspro numero 1 – aprile/maggio 2009

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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