Specchio scuro

Potrei svegliarmi, un giorno, e fissarmi nello specchio prima di fare la barba, misurare a vista i centimetri di occhiaie e se la fronte ha guadagnato ulteriore terreno sui capelli. Uscire di casa, chiudere le tre serrature con più mandate ognuna e infilarmi nel bar.
Chiedo a me stesso dall’altra parte del bancone il solito caffè lungo macchiato con latte scremato e il cornetto light. L’uomo con la mia faccia tirerebbe su un angolo di labbro in forma di sorriso al mio «Arrivederci».
«A domani» risponderebbe, sicuro come un software che non si impalla.
Nel traffico guadagno spazio sul suv che mi è al fianco, poco agile, l’uomo con la mia faccia che lo guida sembra assonnato. La ragazza con la mia faccia sul motorino che mi sorpassa a destra invece è già lanciata nella lotta per la sopravvivenza a cui è abituata ogni volta che diventa tutt’una con le sue due ruote.
Saluto le mamme e i papà con la mia faccia che aspettano pazientemente fuori da scuola il suono della campanella. Aspetto nella mia classe che i dieci bambini con la mia faccia e grembiule blu e le dieci bambine con la mia faccia e grembiule bianco prendano posto nei loro banchi dicendo tutti insieme in piedi «Buongiorno, maestro».
Allora prenderei subito il libro di geografia e leggerei con voce calma e impostata la descrizione dei popoli del mondo, illustrata con tante fotografie: il bell’europeo con la mia faccia in una valle verdeggiante, l’eschimese con la mia faccia avvolta nel cappuccio di pelle di orso, l’africano con la mia faccia a petto nudo vicino alla sua capanna, l’asiatico con la mia faccia che guarda nell’obiettivo mentre è chino su campi di riso.
Forse arrivato a questo punto, forse prima, mi ritroverei dentro lenzuola bagnate di sudore, all’improvviso sveglio e con il respiro rotto, a cercare di rendermi conto di dove mi trovi, magari alzandomi dal letto e guardandomi allo specchio, poi per sicurezza prenderei il libro di geografia e vedrei che l’africano è nero, l’eschimese ha la pelle rugosa, l’europeo è biondo e l’asiatico ha gli occhi a mandorla. Gli altri esistono, dunque.
L’idea di un mondo fatto di uguali ci atterrisce. Abbiamo bisogno degli altri per confermare la nostra esistenza in vita, per conservare la sanità mentale, per provare delle emozioni. Gli altri ci chiamano per nome e ci distinguono per la nostra faccia, il modo di camminare, di parlare, oppure non ci conoscono e ci presentiamo stringendoci le mani.
Sono altri che invadono il mio spazio in metropolitana, con i loro corpi, i loro odori e le loro chiacchiere. Altri decidono che il mio lavoro non serve più, perché ci sono altri che lo fanno meglio e a minor prezzo. Altri ancora entrano nella mia casa senza permesso, altri vogliono dettar legge in casa mia. Chi gli ha dato il permesso di entrare? Tornate a casa vostra.
Gli altri sembrano non avere volto, nome. Non hanno una storia. Per averla, hanno bisogno di un Altro, che la ascolti. Che lo guardi e che lo chiami per nome. Perché lui, a sua volta, ha un nome, un volto, una storia.
Puoi costruire muri, anche nel mare se vuoi, ma ci saranno sempre fessure e varchi. Tappare spifferi e chiudere porte, in una rincorsa infinita alla paura più grande. Chiudere la bocca all’altro che si racconta, sbarrarsi occhi e orecchi per non vedere e non ascoltare. Perdere l’Altro. Finché un giorno, guardando lo specchio, vedi che l’Altro sei tu, ma quello che vedi non ti piace per niente. Che cosa sono diventato? Potresti dirti.
Che cosa stiamo diventando? Dovremmo chiederci.
Forse è meglio ascoltarle, le storie degli Altri, per provare a cercare, come dice Conrad «ciò che parla alla nostra capacità di provare meraviglia e ammirazione, al senso del mistero che circonda la nostra vita, al nostro senso della pietà, del bello e del dolore, alla segreta comunione con il mondo intero e, infine, alla sottile ma insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti cuori umani, all’identità di sogni, gioie, dolori, aspirazioni, illusioni, speranze e paure che lega l’uomo all’uomo e accomuna l’intera umanità: i morti ai vivi e i vivi agli ancora non nati». (Cit. in Kapuscinscki, L’altro).

pubblicato su Laspro numero 3, settembre/ottobre 2009

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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