Hooverville goes to Palestine

Venerdì prossimo parto per una terra dove usare un nome è già una scelta. Parto per la Palestina e atterro a Tel Aviv, capitale dello stato di Israele. Una città che esiste da soli 100 anni e di cui fa parte ora un’altra città che esiste da qualche migliaio, Jaffa che però adesso la chiamano Yafo, che per questo l’aeroporto si chiama Tel Aviv -Yafo, meglio noto come Ben Gurion.
Una selva di nomi per capire che è difficile mettersi d’accordo.
Da questa città passerò poi ad altre in un posto che puoi chiamare Cisgiordania, o Territori palestinesi, o Territori occupati, oppure ancora Palestina e lì vivrò, dovrei vivere, una serie di esperienze e fare delle attività, come quelle che ho vissuto a Nablus e in altre città della Cisgiordania, lo scorso anno.

Quindi, starai pensando e preparandoti mentalmente a questo, si potrebbe pensare. No. Da settimane, il mio unico pensiero va agli interrogatori e alle guardie di frontiera israeliane dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv – Yafo. Molti non lo sanno, ma il controllo di sicurezza di quest’aeroporto non consiste, se non in minima parte, nel controllare se porti con te armi, sostanze esplosive, volantini inneggianti alla jihad, ma consiste in una particolare versione del gioco “Tabù”, quello in cui non si può nominare una certa parola. La parola proibita è: Palestina.
I requisiti prevedono: perfetta conoscenza della lingua inglese; adeguata conoscenza della situazione sociopolitica mediorientale; discreta disponibilità di faccia di culo; attitudine al problem solving; elevata capacità di pianificazione.
Già, perché dovrai rispondere a domande come: di quanto denaro disponi; che giro pensi di fare; chi conosci da queste parti; e tutta una serie di domande in cui nella vita normale, specie persone nate nella zona sud del Mediterraneo, potrebbero rispondere nelle seguenti maniere: boh; non lo so; non ci ho pensato; mah, poi vediamo; che minchia ne so; ma soprattutto: fatti i cazzi tuoi.
E che fosse una paranoia lo pensavo sì, fino all’anno scorso. Poi però scopro due cose: uno, come si sente chi non ha la possibilità di andare in qualsiasi parte del mondo, come invece capita a un qualsiasi cittadino col passaporto “giusto” (UE, Usa, Giappone, Canada, Australia…); due, la sudditanza psicologica estrema che crea il rapporto guardia-controllato.
E quindi capita che ti scordi anche il perché ti sottoponi a questo stress preventivo. Ma poi ti capita anche di ricevere una mail delle persone con cui avrai a che fare, in Palestina, di quello che andrai a fare, del perché, eccetera.
E allora ti capita che pensi che sì, anche quest’anno vi racconterò cazzate, e che sarò bravo a raccontarle e che quindi andrà diversamente da queste persone, che erano nello stesso giorno, nella stessa stanza, alle stesse ore in cui ero anch’io, che me le ricordo le persone che filmavano le guardie che allo stesso tempo filmavano noi.

Solo che un paio d’ore dopo, loro erano rinchiuse in un carcere israeliano, io bevevo birre nella Gerusalemme cristiana, e postavo questo testo su Facebook.

Gerusalemme, 8 luglio 2011
2 ore e mezzo di controlli, 5 guardie diverse a interrogarmi, almeno una decina di volte la domanda: «Chi conosci in Israele? Chi ti aspetta nella West Bank?» e giù a rispondere per l’ennesima volta non conosco nessuno, sono un turista (una volta mi è pure scappato: «Chi dovrei conoscere in Israele? Sono un turista! Lei conosce qualcuno in Italia?», lei è stata un secondo zitta poi ha detto: «Maybe».
Comunque, se sono convinti che non gliela racconti giusta cercano di prenderti per stanchezza (e devo dire che ci stavano riuscendo, all’ennesima guardia che ti raggiunge e ti dice: «Follow me» gli volevo dire ok basta, rimandatemi a casa).
Tutte quelle che pensavo fossero paranoie si sono verificate, dal farti aprire la mail (gli ho dato una che uso solo per lavoro) e controllare se c’è un account Facebook collegato a quella mail, e per fortuna il computer che avevano era un’anticaglia e la pagina non si apriva.
Per farla breve, quello a cui non credevano dalla prima guardia, quella ai gabbiotti d’ingresso, fino all’ultima, quando mi hanno portato in uno stanzino passando per corridoi bui e isolati (e lì mi sono spaventato: «What’s this place!?») è il fatto che non avessi un programma di viaggio definito, che oltre a Gerusalemme e Tel Aviv non avessi altri programmi.
Mi hanno chiesto se andavo nella West Bank, dico di no, perché, dice, perché penso che è pericoloso, rispondo. Dopo che parlo con le svariate guardie che mi fanno sempre le stesse domande vogliono che gli firmi un foglio in cui dico che non vado nella West Bank.
Dico di no e quella dice: «Ma come, non dicevi che non ci volevi andare?»
«Ho detto che non penso di andarci ma non lo voglio escludere prima, e se poi ci voglio andare? Ma perché, è illegale andare nella West Bank?»
«Normalmente no, ma in questi giorni ci sono queste proteste…» e lì ho fatto il cittadino occidentale indignato e scandalizzato che gli veniva precluso un posto del mondo. Possiamo andare ovunque, noi! Che poi non è che ho dovuto fingermi indignato e scandalizzato.
«Ma tu qua ci vieni per protestare, con i cartelli»
«Non ho cartelli in borsa, ho libri, il costume da bagno…»
«Che libri?» dice e se li guarda uno per uno, fa una faccia strana quando vede l’Odissea di Omero.
E insomma quando ormai ero sicuro che mi mandavano indietro invece mi danno il passaporto e fanno i gentili, al di là del posto di controllo c’è una ragazza che distribuisce rose rosse dicendo: «Welcome to Israel», dentro di me la mando affanculo in svariate lingue e dialetti.

Fanculo, vi frego anche stavolta.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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