Day 1 Tel Aviv

Aggiornamento veloce da un internet point dove ci sono tizi che giocano ai videogiochi tipo SuperMario, cosa che rende un po` l`idea di questa citta`, un po` Rimini un po` Ostia, dove sembra che gli anni Ottanta non siano ancora finiti (con qualche innovazione simpatica tipo i racchettoni sulla spiaggia che fanno un rumore molto forte, moltiplicato per centinaia di giocatori contemporanemente).
Alla fine controlli blandi e domande standard, con una new entry “dove sei nato?” “mmm, lo vedi quel libretto marrone che t`ho dato, dove c`e` anche la mia foto? ecco c`e` scritto la`. Comunque ti aiuto, in Italia” “E i tuoi genitori?” “In Italia?” “E i loro genitori?” “In Italia” “E i genitori?” (davvero) “Senta signori` facciamo notte…”
Forte sensazione di deja vu e la odiosa formula “follow me”, ma alla fine tutto ok, circa venti minuti di domande, rispetto alle due ore e mezzo dello scorso anno. E io mi sto a fare le paranoie da due mesi per sta roba qua? Vabbe.
Sensazione prevalente a Tel Aviv: che ci faccio qui? La punizione per tutti i miei scrupoli per aver violato il (giusto) boicottaggio di Israele. Ma pago tutto poco, ve lo giuro. Lo posso mangia` un falafel?
Ps: chiedo scusa a tutti e tutte coloro che ho ammorbato per mesi coi controlli ferrei di Israele. In finale sono solo guardie.
Ciao

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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