Day 3 Tel Aviv, Gerusalemme, Hebron

Giusto due cose andando via da Tel Aviv: una, la stazione centrale degli autobus non sembra degna di uno stato che vorrebbe essere moderno e aderente agli standard europei piu1 che mediorientali. Informazioni poco chiare, cartelli che si perdono nel nulla, ascensori dall1andamento creativo. Insomma, quasi ai livelli della Autostazione Tiburtina. E controllo al metal detector a simpatia del soldatino di turno.
La seconda: forse, ho pensato, la domenica e1 il giorno in cui i soldati tornano dalla licenza. Cosi, in attesa dell autobus, ognuno e ognuna aspetta pazientemente alla propria fermata, con il fedele fucile mitragliatore personale a tracolla. Per cui, non credo di aver mai visto una tale concentrazione di armi in una fermata d autobus. Alla fine, prendo lo “sherut”, il taxi collettivo che mica mi lascia alla porta di Damasco, l infame. Dice “Si, si, e vicino”. Si, vabbe. E poi un tizio con la kippah al quale chiedo informazioni fa finta di non capire cos e “Damascus gate” (e scritto su tutti i cartelli stradali). Poi gli chiedo “old city” e risponde “Damascus gate, maybe you mean…” e dice un nome ebraico impronunciabile. “Damascus gate, Nablus road… Yeah, maybe in English it s so…” “Si ok, la strada l ho capita, ciao”.
A una certa, non trovo la strada, poi mi appare la cupola della roccia che indica la via. Oh si signore, arrivo. E che impressione strana: mi pare di essere andato via da qui l altroieri…
Nella citta vecchia, tutto allo stesso posto di come l avevo lasciato un anno fa: il tizio col megafono che ripete le urla registrate per presentare la merce e si risparmia la fatica, i soldati che ciondolano sul muretto col mitragliatore sulle ginocchia, i culi di vacca del macellaio con tanto di coda.
Una novita pero c e, e non mi piace: dove l anno scorso c era una porta chiusa, ora la porta, sbarre di ferro, e aperta annunciata da una bandiera israeliana, e annuncia l inizio dello “old jewish neighborood”, tutto bello ripulito e anche per questo evidentemente finto come pochi, che sta alle vie del suq come l outlet di Castel Romano sta alle strade di una citta italiana. Old: che in realta non c e mai stato prima ed e come se i cinesi di piazza Vittorio acchittassero una strada da quelle parti e la chiamassero “antico quartiere cinese”.
Poi, il tragitto verso Hebron, l incontro col resto del gruppo, e tutto un “sembra ieri che me ne sono andato”, e scorre dal finestrino l incontro rinnovato con questa terra.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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