Day 4-5 Hebron, Battir, Betlemme

Conferma che “lavorare con una causa” premia… Spostare massi, pulire strade, togliere terra, costruire un muretto a secco. Ok, lo fai. Ma quando te ne spiegano il senso dentro ci metti il doppio del lavoro.
Battir e` un villaggio agricolo al confine con la linea verde, 8 km da Gerusalemme. Uno dei due villaggi che viene tagliato a meta` dai confini del 1948, ai cui abitanti viene pero` dato, dopo lunghe negoziazioni, il permesso di coltivare la propria terra in territorio israeliano. Ma ora, nei piani, c`e` la costruzione del muro e allora addio alle proprie coltivazioni (specie menta e melanzane).
Cosa fare, per opporsi? Valorizzare il proprio paesaggio, il proprio patrimonio storico-archeologico e giocarsi la carte del riconoscimento del proprio territorio come patrimonio mondiale dell`umanita` dall`Unesco, come avvenuto solo pochi giorni fa per Betlemme.
Le fonti d`acqua, ad esempio: qui ci sono sette fonti e canalizzazioni di epoca romana, che irrigano terrazzamenti di ulivi fatti con muretti a secco. L`acqua, talmente alla base della propria vita da essere, tradizionalmente, regolatrice del tempo: ci dice Hassam, ingegnere che non ha paura di sporcarsi le mani (quando si mette al piccone butta giu` in cinque minuti quello che io sposterei in mezz`ora), che il villaggio e` diviso in 8 famiglie, ognuna delle quali ha il proprio turno per rifornirsi d`acqua. Quel giorno, cosi`, e` quello che conta e su quel giorno si regola il tempo, in una settimana di 8 giorni ben piu` concreta e vitale di un astratto lunedi martedi eccetera.
Il nostro compito e` cosi` quello di ripulire un sentiero occupato da erbacce, sassi e immondizia e ricostruire il muretto a secco che lo delimita. Sentiero attualmente utilizzato dai contadini ma che, nelle idee dei responsabili dell`Ecomuseum of Landscape di Battir, potrebbe diventare un sentiero segnalato per trekking e percorsi in mountain bike, e ripulire la fontana centrale di Battir, dove le persone vanno a fare rifornimento d`acqua con taniche di plastica, ordinatamente in fila e i bambini fanno tuffi da 3 metri dentro una vasca che sara` alta un metro, ma nessuno si spiaccica.
E alla fine del lavoro, dopo due giorni, ti accorgi che in realta` non e` che lo conosci tanto il lavoro fisico, specie vedendo Mahmoud, vecchio operaio, muratore-contadino, instancabile, forzuto, rugoso, secco, gentile e sorridente. Ma poi lo senti il lavoro fatto, addosso, nelle braccia, nella polvere, nel sudore e nel pensare che una pausa te la meriti. E guardi il lavoro fatto, quei 50 metri di sentiero ripulito, bello come poche altre bellezze naturali ti puo` capitare di vedere e lo vedono anche le persone dalle case sopra il sentiero, che portano acqua, te`, caffe` e che Hassam addita: “Ecco, lui e` uno di quelli che butta la spazzatura nel sentiero!” e i ragazzi si vergognano e ci danno giu` di pala e piccone.
Be`, queste sono cose che io chiamo belle.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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