Day 6 Betlemme, Aida camp

Nel quale si scopre che il punto di vista e` davvero importante. Per una volta, non siamo noi a chiedere informazioni, ma a darle. Durante la mattina, ci dividiamo in due gruppi per lavorare all`Heritage Center di Betlemme, il centro che lavora alla tutela del patrimonio della citta`: il gruppo di cui faccio parte andra` al municipio di Betlemme per un workshop sulla realizzazione di una guesthouse in un edificio storico della citta`, l`altro gruppo si spostera` a Bet Sahour, un centro appena fuori Betlemme e discutera` della realizzazione di un centro di servizi commerciali e turistici.
In pratica, vogliono conoscere la nostra esperienza di turisti e “utenti di servizi”. Il coefficiente di rischio aria fritta e` alto.
Ci portano a visitare il posto in cui stanno tenendo i lavori: un edificio del 1769, molto bello, diviso in ambienti piccoli e altri piu` larghi, su diversi piani, terrazze, pietre in vista, archi. Diversi servizi previsti: stanze, reception, media center, ristorante, bar, negozio di prodotti locali. Il posto non e` messo neanche cosi` male. Quando termineranno i lavori? Tipo Salerno – Reggio Calabria: nel 2030. Ma che davvero? No, e` solo quello che credero` per un po` di tempo, a causa della somiglianza tra “two thousand thirty” e “two thousand thirteen”. Finiranno nel 2013, sperano entro Natale.
Dopo, nel municipio, presentazione Powerpoint, aria condizionata a palla, i saluti del responsabile del dipartimento, poltrone in pelle con le ruote, eccetera.
Ci sono anche due studenti di architettura con noi, un ragazzo e una ragazza. Ci chiedono che tipo di servizi vorremmo che trovassimo in un posto del genere, che prezzi dovrebbe avere, quali materiali impiegare, se il personale debba essere del posto oppure no, eccetera. Insomma, si va abbastanza sul concreto e questo sembra utile. Ci sono anche momenti di “tensione”: c`e` chi dice che il personale dovrebbe portare una divisa con costume tradizionale e a noi non sembra una buona idea.
La direttrice dei lavori, una donna bionda che sembra europea, vorrebbe dipingere le pareti di diversi colori. Lo studente, Fuad, quand`e` nel gruppo di brainstorming, timido, un po` balbuziente, dice, con tutto il rispetto, che gli sembra una cazzata: prende matita e taccuino e ci spiega come sono fatte le case antiche, tutte con intonaco bianco e pietre vive, cos`e` sta roba delle pareti colorate?
E insomma, ci sembra che il nostro punto di vista conti qualcosa. O forse il “workshop con volontari internazionali” e` solo una voce da far risultare nel budget della cooperazione internazionale.
Nel pomeriggio andiamo all`Aida camp di Betlemme, campo profughi nato nel 1951 poi man mano cresciuto fino ad avere i “soliti” problemi dei campi profughi: sovraffollamento – 5000 persone in 1,5 chilometri quadrati, l`acqua che arriva una volta al mese, l`UNRWA che taglia i fondi (ad esempio quelli per i centri giovanili come l`Aida Youth Center che ci accoglie) e cosi` via.
Ma, di diverso, c`e` la presenza incombente e ingombrante del muro, che si presenta da ogni finestra, da ogni balcone, da ogni parte appena guardi un po` verso fuori. E allora ci portano su una terrazza, a guardarlo dall`alto, per apprezzarne l`andamento zigzagante, ad arrivare fin sotto qualsiasi costruzione e prendere (rubare) quanto piu` terreno possibile.
C`e` una casa agricola, a meta` strada con la colonia che spicca con le sue solite casette a schiera bianche col tetto beige e i palazzi a piu` piani, a nemmeno 500 metri. Ci abita una famiglia di 9 persone, che non vuole cedere la propria casa, nonostante i coloni la attacchino spesso e nonostante i leggeri disagi creati dal muro: i bambini frequentano la scuola dell`UNRWA all`interno del campo, che si raggiungerebbe a piedi in 5 minuti se non ci fosse il muro di mezzo.
Invece, all`inizio, dovevano andare al checkpoint piu` vicino e da li` entrare nel campo. Tra tragitto e attesa, circa 40 minuti. Ma cosi` dovevano tagliare per i campi e le esigenze di sicurezza non lo permettevano: le esigenze di sicurezza richiedono che i bambini vadano sulla strada di fronte la colonia, attendano l`autobus che li porta a Gerusalemme, da li` l`autobus per Betlemme e poi il taxi per il campo. Risultato: per essere nella scuola distante 200 metri da casa alle 8.30, devono alzarsi alle 4 di mattina.
E allora andiamolo a vedere sto muro da vicino, e anche qui e` una questione di punti di vista: ogni centinaio di metri circa c`e` una torretta e un cancello di ferro. E` sollevato da terra di una decina di centimetri, e se ti pieghi puoi vedere cosa c`e` dall`altra parte: uomini con la kippah che camminano a nemmeno 10 metri da te. E realizzi che sei davvero da un`altra parte del muro.
Facciamo una scritta, va`. Che sia corta, incisiva, che dia solidarieta` alla Palestina ma abbia un riferimento all`Italia.
Va bene “Saviano vaffanculo”?

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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2 risposte a Day 6 Betlemme, Aida camp

  1. Giusiana ha detto:

    Direi perfetta! 🙂

  2. ale ha detto:

    “saviano pezzo di merda”, mi sembra abbastanza adeguato!
    palestina libera!!

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