Day 7 Nablus, Ramallah

Maledetta subcultura pop. Quella che fa sì che andando a Nablus, attraversando tutta la West Bank da sud a nord, tra colonie crescenti, checkpoint ogni dieci chilometri, musica araba e i pensieri che ritornano a una delle esperienze più belle e coinvolgenti mai fatte, la mente non riesca a ripropormi niente di meglio di “Nostalgia canaglia” di Al Bano e Romina Power.
È venerdì, giornata libera dal lavoro del campo, alcuni sono andati al mar Morto, altri a Betlemme, io vado a Nablus, la città dove ho svolto il workcamp dello scorso anno. È la prima volta che mi sposto da solo nella West Bank, i ragazzi palestinesi mi danno fiducia, “tanto tu sai come muoverti, no?”, più che altro perché potrei essere loro zio, ma non sono mica tanto convinto.
“A Ramallah devo cambiare vero?”
Ed è un viaggio vero, lungo, solitario, nel taxi collettivo dove ogni giorno mille storie si incrociano e sentirle tutte ognuna sarebbe fuori dall’ordinario, dal mio e nostro ordinario. Mi hanno chiesto via mail com’è cambiata la situazione rispetto all’anno scorso, è migliorata, è peggiorata.
A me sembra uguale, se non che è passato un altro anno di occupazione e ora sono 45. Se fosse una partita di calcio e ogni anno un minuto, ora finirebbe il primo tempo e la squadra per cui faccio il tifo entrerebbe negli spogliatoi col morale a terra. Stanno vincendo gli altri, e di brutto. Magari non fanno cose eclatanti, ma tengono il possesso palla e fanno accelerazioni improvvise. Non sai proprio come impostare un’azione.
L’occupazione avanza, piano. Il sindaco di Iraq Bureen lo mostrò bene: “Vedi quella casa sulla collina, appena fuori della colonia? E quell’altra a qualche centinaio di metri? Tempo sei mesi e saranno unite da altre case, e avranno strada, elettricità, acqua, e la toglieranno a noi”.
Avanzando col minibus non c’è quasi mai un momento in cui non ci sia una colonia in vista. E uscendo da Hebron ci passiamo vicino come non ci sono mai stato, a Gush Ezion. Ne vedo le finestre, i cortili. Immaginavo filo spinato a tutto spiano, sbarre alle finestre, telecamere ovunque. Vedo siepi curate e fiorite, tendine, vetri aperti che danno direttamente sulle strade.
I coloni non sembrano temere attacchi. E quando sarà stata l’ultima volta che una colonia è stata attaccata?
La sicurezza di Israele di non avere nulla da temere è l’impressione costante che dà il dispiegamento di forze utilizzato nella Cisgiordania occupata dal 1967.
Nel taxi un signore parla forte al telefono, riconosco le parole “computer, software, hard disk”. Abita in Canada da diversi anni, torna a Nablus a salutare i parenti, ci viene ogni anno ed è orgoglioso della sua città. Vorrei arrivare alla stazione dei taxi ma appena riconosco le strade scendo, un ragazzo che era sul taxi mi chiede se mi servono delle indicazioni, “grazie, conosco la città”, rispondo orgoglioso.
Nostalgia canaglia. Sulla destra la scuola dell’UNRWA, alle spalle la strada per Balata, a sinistra la vecchia stazione e le colonne romane, davanti a me il centro e la città vecchia. Vado in quella direzione.
È venerdì, ora di pranzo e ora di preghiera, non c’è quasi nessuno in giro. Un caffè sulla piazza, giusto per dare un’occhiata, sedie sui tavoli ma non sta chiudendo. Poi entro deciso nella città vecchia, nessuno mi guarda, “hai visto mai che quando non sto nel gruppone degli occidentali passo per arabo?”, mi avvicino al banco dei falafel senza aprire bocca e il tizio fa: “hello, my friend”.
Il falafel di Nablus è sempre il falafel di Nablus. Davanti alla moschea, un sacco di gente prega e quando è finita la funzione aprono le porte e sciamano per le strade del suq che si rianima con le grida dei bambini che vendono e quelle dei saluti tra uomini. Non ci sono donne, per strada, solo alcune davanti alle porte delle case che danno sulla strada.
Tempo dieci minuti, e il quartiere è di nuovo vuoto. A farmi compagnia, la facce dei martiri sui manifesti murali. Fortunatamente, tutte facce già conosciute: il baffone, il capo col naso storto, il ragazzino. Rifaccio le stesse strade una, due volte, decido di andarmene quando i bambini iniziano “hello, what’s your name, how are you”.
Due passi fino al vecchio ostello, poi di nuovo taxi per Ramallah.
Un giretto anche qui, dai. Un caffè e dato che ho tempo mi taglio anche i capelli.
“Come li vuoi?”
“Rasati, come i suoi.”
“Number two?”
“Number two.”
Poi più niente, che non è che ci sia poi granché a Ramallah. Perché “c’è solo una differenza tra Nablus e Ramallah: seimila anni di storia”.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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