Brava gente di Oslo

Casualmente mi trovavo a passare per la piazza che si affaccia sulla baia centrale di Oslo, quella da cui parte il fiordo che appartiene alla capitale della Norvegia, Oslofjord. Casualmente mi trovavo nella piazza, non a Oslo.

Nella piazza in cui oggi si teneva il concerto a un anno dall’attentato che un anno fa uccise 77 persone, giovani che si trovavano a un raduno del partito socialista, o socialdemocratico, non so bene. Un nazista e razzista, per niente folle e malato di mente ma lucido e soddisfatto di sè, così è apparso nelle sedute del processo in cui è imputato, aveva deciso di far esplodere una bomba e poi sparare a caso tra la folla, per combattere la società multiculturale, dice.

Ora, davvero non credo che nella formazione di base di questi eredi dei vichinghi ci sia l’esternazione dei propri sentimenti. Ma passando tra quella gente, in tanti radunati nella piazza, per stare insieme, espressioni abbastanza impietrite su volti dalla pelle chiara, efelidi, biondi come da noi nemmeno con la tinta, o scuri, velati, neri come appena giunti dall’Africa ma che parlano questa strana lingua che sembra quella dei Klingon di Star Trek, capisci cosa vuol dire stare uniti. 77 persone, 77 ragazzi e ragazze. Moltiplicali per cinque, per dieci e vedi che in questa piazza piena di questa città non così grande, chissà quanti di quei volti sono amici, amiche, sorelle, fratelli, mamme, papà, nonni e none, fidanzati e fidanzate, mogli o mariti, figli o figlie, o tanti dei possibili legami che l’appartenenza alla specie umana rende possibili.

Stavano in silenzio, tanti, molti si abbracciavano, alcuni avevano lacrime appena accennate e seguivano le parole e le canzone e la musica sullo schermo con attenzione, ho seguito la prima, una brava cantante che ripeteva “some die young”. Non li conosco, ma sono come me. Sono come me, quelli che sono morti. Sono come me, quelli che li ricordano. Bisogna amarla, la gente, per il solo fatto di esserla. Poi certo, devi combattere tanto di quello che fanno o pensano o dicono. Ma se non ami la persistenza del calore che abbiamo sotto pelle non hai niente per cui lottare.

È questo che ho visto oggi, per questo grazie, brava gente di Oslo.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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