Occhio che ti sfracelli (ovvero rubrica di trekking)

I lagustelli di Percile (parco regionale dei monti Lucretili)

Dopo il trionfale tour trekkarolo in Norvegia e Irlanda, l’impavido lonely walker si appresta a ricalcare orme tracciate e da tracciare anche in terre prossime e paesanotte come quelle laziali e a darne conto a chi ne vorrà aver traccia, sotto l’auspicio che egli stesso rivolge spesso a se stesso allorquando si accinge a svariati passaggi.

Approfittando dell’ottima posizione geografica in cui abitualmente si ritrova, come rampa di lancio per l’esplorazione della zona est della regione e della zona centro della nazione, ci si spinge lungo quella che viene comunemente definita A24 (che richiama alla mente rustichelle, arrosticini, strade ghiacciate, code e Ovindoli laddove, per la consueta esterofilia, dire ad esempio Highway 9 porta alla mente fughe per la vittoria, cuori infranti e paesaggi lunari). Dopo una quarantina di chilometri, di fine luglio, finestrini aperti e nessun segno apparente di miglioramento climatico, temperatura sui 35° ed Elvis che invita a non essere crudele, si esce a Vicovaro – Mandela, che prima o poi bisognerà indagare su tale gloriosa toponomastica (pari a un borgo nel foggiano mai visto ma presente sull’orario degli autobus, Guevara). Pedaggio 3,50 per i più prosaici.

Da qui seguire le indicazioni per Percile, attraversando Vicovaro (comune antitransgenico, tengono a precisare), Licenza, che sfoggia un bar sulla piazza chiamato “Bar della piazza” e ci si addentra nel territorio del parco regionale dei monti Lucretili, che prendono il nome, azzardo, dal poeta Lucrezio, mentre tutta la zona vanta la villa oraziana e la stessa Percile pare che tragga il nome dalla famiglia Porcia, quella di Marco Porcio Catone. Insomma, siamo alla congiunzione tra la Tiburtina e la Sabina, dove i romani si riposavano dalle loro fatiche.

Seguendo le indicazioni per Percile, e passato il cartello che segnala l’inizio del paese, potrebbe capitare di non accorgersi che, subito dopo il cartello, il paese si trova sulla destra. In quel caso, si proseguirebbe ancora per svariati chilometri di strada stretta (segnalata, a un certo punto, dal cartello “strada stretta”, perché finora com’era, ci si potrebbe interrogare), avvolti dalla vegetazione e con una temperatura che inizia notevolmente a calare, fino ai 27-28°, fino a quando il cartello con il numero di telefono dei carabinieri di Orvinio non conferma il sospetto di dover invertire la marcia.

La guida però è piacevole, tornanti su tornanti e il contorno dei Lucretili lussureggianti sulla sinistra. L’unico inconveniente è la necessità acuta del guidatore di individuare nemici lungo la strada, con varianti a seconda del percorso: i camionisti in autostrada, i motorini, i vigili, i pedoni aspiranti suicidi,gli autobus e in generale l’universo mondo in città e, nei tratti di montagna prediletti dal trekker, il nemico numero uno è il motociclista dalla curva larga, che si muove generalmente in branco, seguito a breve distanza d’odio dall’autista autoctono che vorrebbe sfrecciare sui suoi abituali percorsi di vita montana e fa sentire il suo alito sul collo di chi affronta le curve in terza-seconda sapendo che l’ignoto è lì dietro l’angolo.

Giunti a Orvinio non lo si degna di uno sguardo né di una curiosità toponomastica: vogliamo Percile, e Percile sia. Eccoci qua: attraversiamo il paese, lungo tutto il centro storico vige divieto di sosta, le auto ferme per il pranzo domenicale dei villici sono perciò ai due estremi del borgo, in leggero dislivello, distanti peraltro poche centinaia di metri tra loro.Proseguo sempre dritto abbandonando la strada asfaltata per una strada bianca e dalle punte aguzze, per circa 4 chilometri, fino al cancello della “tenuta lago”. Una sola macchina ferma, targa francese.

Il percorso inizia qui, a circa 750 metri slm, in teoria segnalato da segni bianchi e rossi, in pratica non segnalato. È territorio di pascolo bovino, come indicano i brutti cartelli stradali posizionati lungo il sentiero, i due abbeveratoi in pietra all’inizio del sentiero (largo ed evidente) e le numerosissime feci inconfondibilmente di vacca lungo il percorso, distinte a seconda della freschezza.

Monti Lucretili dall’inizio della tenuta lago (780 m slm)

Di fronte, ben visibili dove la vegetazione è meno fitta, tutto il vasto territorio dei monti Lucretili, con la cima del monte Pellecchia a 1368 metri. L’obiettivo sono i due lagustelli, piccole conche di formazione carsica chiamate doline, in cui lo sprofondamento del terreno a un certo punto, non so perché (e intanto il lonely trekker walker driver passa alla prima persona che è più semplice), si associa a una sua impermeabilizzazione, per cui tutta l’acqua che prima andava a finire giù in falda, toh, non scende più. Così mi pare d’aver capito.

I lagustelli, o laghetti, sono due. La strada è semplice e, anche se non indicata, non ci si può sbagliare: è quella dritta e in discesa (che personalmente, per quanto mi riguarda, è controistintiva) e per certi versi anche un po’ noiosa. Belle farfalle colorate però tengono compagnia e rovi di more con le quali fare merenda, anche se sì, lo so, magari quelli che mangi con gusto sono quelle su cui si è appena poggiata una mosca che un attimo prima si deliziava con le feci di vacca, però che fai, vedi more e non le assaggi? Che poi Zerzan mi ha sempre affascinato (e l’idea per la prossima volta è di portarsi un contenitore per la raccolta).

Il mio itinerario dice che dopo circa 40 minuti si dovrebbe intravedere sulla sinistra, nella vegetazione, il primo dei due laghetti, il Marraone, e poi trovare “dei gradini che proseguono in una traccia di sentiero abbastanza scivoloso”. Il laghetto lo intravedo, i gradini no. Proseguo per una decina di minuti. Ecco il laghetto! Che bello! Acque verdi e placide, in cui si specchiano alberi alti, cespugli folti e un cielo blu, con un bello spiazzo erboso dove sta la famiglia della macchina francese parcheggiata all’ingresso della tenuta, una giovane coppia con due bambini e un’altra donna. Ci salutiamo e mi chiedono se voglio un panino. Certo che lo voglio, è l’una e sono a secco, ma dico di no. “C’è anche la nùtella” dice lui, con l’accento francese. Lui si fa il bagno e sta preparando delle scalette con legno e pietre per i bambini. “Però bisogna stare attenti che ci sono le sanguisughe” dice il maschio, più grande dei due bimbi, sui 7-8 anni.

Lago Fraturno (695 m slm)

Mi avvicino a bordo lago, fare il bagno non dev’essere facile in effetti, l’acqua diventa subito alta e c’è parecchia vegetazione sul bordo. La vita è abbondante, piccoli pesci, girini, insetti filiformi blu a pelo d’acqua e bellissime libellule azzurre giganti. Il laghetto non è così piccolo, mi viene il dubbio che non sia il Marraone ma il più grande, il Fraturno, e la piccola foto che ho sull’itinerario me lo conferma: stessa grandezza, stessa staccionata sulla sinistra, stessa forma circolare. Sì, è il Fraturno, bello grande, con un diametro di quasi 120 metri e una profondità massima di 16. Ma quindi dov’è il Marraone?

Saluto e vado via, buona giornata, bella famiglia. Riprendo il sentiero, questa volta in salita. Proseguendo, si raggiungerebbero le rovine medievali di Castel del Lago. Si sale per circa una ventina di minuti, finché non incontro due grandi case, una a sinistra e una a destra. Ma queste case le ho già viste. L’itinerario dice: “dalla riva del lago Fraturno si può riprendere la strada fino a ricongiungersi con il tratto percorso all’andata”. Quindi sto tornando indietro.

Che faccio? Uno dei laghetti l’ho visto, è anche ora di pranzo, posso tornare indietro… No. Voglio il Marraone. Questa volta starò attento. “Al termine del tratto in discesa”, dice che ci stanno i gradini. Ecco qua. Qui finisce la discesa. Ed ecco il laghetto, dove l’avevo intravisto prima. I gradini però non ci sono. Scendiamo lo stesso? Scendiamo lo stesso, dice che c’è una traccia di sentiero abbastanza scivoloso. La traccia di sentiero c’è per i primi venti metri, dopo c’è solo una direzione intuitiva: verso il basso, il laghetto è una trentina di metri più in giù. Il percorso qui è selvaggio: un passo dopo l’altro, saggia il terreno infido e ripido con le scarpe, Adidas di gomma, che quelle da trekking mi fanno male, la vegetazione è via via più fitta, a volte ci si piega per passare tra i rami e ci si regge agli alberi, che si approfitta per vedere se è vero quelli che dicono che abbracciando gli alberi si sente la linfa che scorre. Li abbraccio sì, che sennò faccio un volo. Ce l’hai un bastone? Trovalo, che ti serve da puntello, e occhio che ti sfracelli. Dieci minuti così, un passo dopo l’altro, ed è quello che mi piace. L’itinerario dice che si arriva “fin quasi al livello dello specchio d’acqua”. Fin quasi? Ma è lì a pochi metri! Si adotta la tecnica dell’andar di culo. Funziona. Eccomi qua. Il Marraone è selvaggio sul serio.

Lago Marraone (675 m slm)

Resto diversi minuti fermo in osservazione. Vedo come si increspa l’acqua quando soffia il vento, il laghetto è davvero piccolo, avrà un diametro di una trentina di metri. Cerco di distinguere tutti i rumori, d’altra parte sto solo facendo pratica di wilderness e devo imparare, i nomi degli alberi, degli uccelli, delle piante, degli insetti e anche dei rumori. Vento, grilli, cinguettio. A volte si sentono dei plop nell’acqua. Sarà qualche pesce in caccia? Tiro pietre sullo specchio lacustre, sulla quale c’è tanta vegetazione.

La risalita è ancora più difficile della discesa e il bastone ancora più indispensabile. È bello dover saggiare sempre se quel terreno cede oppure no, se quel fusto è un valido sostegno oppure rischia di spezzarsi, capire quando puoi staccare la gamba dal terreno e per quanto puoi mandarla avanti e in un tratto davvero difficile l’esultanza per poggiare il piede a terra e sentirlo fermo è quella di un calciatore dopo il gol. Sono in cima, mi sembra di aver scalato una montagna e ho fatto solo trenta metri risalendo da una conca, ma sono soddisfatto.

Ritorno alla macchina, due passi nel paese, bello, piccolo, piccolissimo, ma davvero abitate qui?

Percile (RM), piazza Mazzini

Ci dimentichiamo che 10 milioni di persone in Italia risiedono in comuni con meno di 5000 abitanti, il 17% della popolazione. Una vita difficile da immaginare. L’ufficio postale, i carabinieri, la chiesa e il municipio, due negozi di alimentari. I bidoncini per la raccolta differenziata porta a porta, i gerani davanti agli ingressi delle case. Solo un bar-locanda-ristorante aperto, la “Locanda della Vecchia Scola”, a fianco effettivamente c’è una minuscola casetta in pietra grigia, con la scritta “scuola elementare”. Chiedo se hanno dei panini, no, ma per mangiare c’è il ristorante, la cucina è ancora aperta anche se sono quasi le tre del pomeriggio. Bella veranda aperta, con affaccio sui monti, verdi, verdissimi. Una festa di battesimo. Prendo bistecca e patate arrosto, acqua e caffè, 14 euro, mi sa che ci ritorno.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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