Agosto

 Chilometri in macchina per trovare un tabaccaio aperto. Alle due del pomeriggio del 5 di agosto. Solo distributori automatici, che richiedono il tesserino del codice fiscale, perso mesi prima in una fessurina simile e mai più richiesto.

Non faceva nemmeno troppo caldo e le strade vuote facevano aumentare la velocità, vento forte dai finestrini.

Il cellulare squillò e non feci in tempo a rispondere. Un semaforo rosso nel nulla mi diede il tempo di richiamare.

«Venti minuti che aspetto. Muoio di caldo».

Incazzata. Proprio quello di cui avevo bisogno.

«Sto arrivando».

«Guarda, mi è passata la voglia. Ora vado da sola».

«Dai, cinque minuti e sono lì».

«Mi trovi all’ombra».

Accendo una sigaretta e preparo la mia faccia da scuse. Non mi pesa per niente far finta di sentirmi in colpa.

Quando arrivo lei sembra distesa. Vuole solo andare al mare senza tante manfrine. Ha addosso il vestitino a fiori che le ha regalato la sua amica, quella che non sopporto. Le sta bene, però. Entra in macchina prima che io scenda.

«Buongiorno» le dico, con un mezzo sorriso da un angolo della bocca.

«Questa musica va bene per l’inverno» fa lei.

Chet Baker, registrazione a Copenaghen del 1955.

Non rispondo.

«Certo, lo so. Nella tua macchina la musica la decidi tu» dice.

Annuisco, guardando davanti a me. Un tizio va ai quaranta all’ora sulla statale completamente sgombra. Non che abbia tutta questa voglia di correre. Ma di arrivare in fretta, sì.

Sistemiamo con cura i teli sulla spiaggia libera, quasi nessuno attorno, gente che vuol starsene per i fatti suoi, alcuni da soli.

«Vieni in acqua?» dice.

«Prima una sigaretta» rispondo, chino sul mio zaino.

Alza le spalle e si volta. Cammina scalza, piano sulla spiaggia rovente, ma sembra non sentirla. Si tuffa in acqua che non le arriva ancora nemmeno al ginocchio. Spengo la sigaretta a metà e mi tolgo gli occhiali da sole. Corro verso il bagnasciuga e quando metto i piedi in acqua mi guardo attorno. Non c’è nessuno o quasi. Dicono che qui ci sia sbarcato Enea. Lei è già lontana e io entro un passo alla volta, con le mani sui fianchi. Mi immergo calando la testa sotto il pelo dell’acqua, resto sotto un paio di secondi, quando esco fuori mi tiro i capelli all’indietro e la raggiungo, provo anche a nuotare a dorso per una decina di metri. Ride ora e mi schizza acqua. Rido anch’io e la sollevo prendendola dalle gambe e dalla schiena. Ci guardiamo negli occhi per un attimo, i nostri volti e le nostre bocche ravvicinate e sorridenti. Faccio mezzo giro su me stesso e la lascio cadere.

Il baretto del lido ha il tetto fatto di frasche intrecciate tra grandi assi di legno. Tavoli di plastica rossa della Coca-Cola. Trigliette marinate con limone e insalata, vino bianco della casa freddo, gelato, nella brocca da mezzo litro che fa la condensa sui bordi. Faccio scendere due goccioline per vedere quale arriva prima. Lei si prende la sua parte dal piatto comune poi mette la mia nel mio piatto, io verso il vino.

Facciamo battere i nostri bicchieri scambiandoci lo sguardo. Beviamo soddisfatti, poi iniziamo a mangiare, lei raccoglie le triglie tra forchetta e pane. Sono buone e fresche, dice. Sì, buone, rispondo. Io non riesco a distinguere una triglia da una sardina e nemmeno un pesce fresco da uno surgelato.

«Hai il gusto atrofizzato» dice lei ridendo.

«È una gran perdita» rispondo. «Me ne rendo conto».

«Potresti fare un corso, sai? Se ne organizzano. Mica devi diventare un maitre. Eppure ti piace cucinare…».

«Non è la stessa cosa. Mescolare i sapori e saper scegliere gli ingredienti, saper distinguere tra una zucchina e l’altra. Ci si deve crescere».

«Mah» fa lei. «La fai difficile».

Faccio un altro sorso di vino.

«Come sempre» aggiunge.

Lo squillo del suo cellulare mi risparmia dal dover rispondere. Non riesco a capire con chi parli, parla di un appuntamento per stasera, «per le sei dovrei essere a casa, quando mi do una sistemata dopo il mare ti richiamo».

Continuo a mangiare e ordino un’altra mezza brocca. Ma dopo un po’ non reggo il silenzio. Non abbiamo mai raggiunto quel tipo di confidenza, io e lei. Sara.

«Allora quand’è che parti?».

«Dopodomani. Mi accompagni in aeroporto, vero?».

«Mi farebbe piacere» le dico.

«Ma perché non vieni anche tu? Che ci fai a Roma da solo in agosto?».

«Ne abbiamo già parlato, dai. Non mi va di fare il turista, quest’anno. Resto da solo, mi godo la città, il centro storico, che chi ci va mai. Farò la parte dei tizi del posto che incontro al bar quando vado all’estero. Quando ne ho voglia vengo al mare e magari imparo pure a distinguere il sapore delle triglie. Poi lo sai, io viaggio da solo».

«Ma la smetti di fare questa parte da lupo solitario e tormentato?», dice lei, rimanendo con una fetta di pane a mezz’aria. «Ettore, quando fai così sei ricattatorio, e lo sai bene».

«Quello che non hai capito è che non è una parte. Ma comunque non mi va di parlare di me».

«E certo, non si parla mai di te. A te ti si deve solo far compagnia, starti a fianco nelle tue autocommiserazioni, magari in silenzio!».

Ecco, magari” pensai.

Arrivò l’altra brocca e mi versai un bicchiere.

«Tanto ci sono io che parlo per tutti e due, vero?» disse lei sorridendo. «E non mi hai neanche servito il vino!». Rise.

Risi anch’io.

Il vino ci aveva un po’ storditi, rimanemmo all’ombra finché non cominciò a calare il sole. Si era alzato anche un vento leggero. Lei e io eravamo di nuovo in acqua e non avevamo alcuna intenzione di uscirci. A tratti stavamo vicini e ci dicevamo brevi frasi senza senso, a volte ci prendevamo per mano, a tratti stavamo per conto nostro a prenderci quel mare e quel sole che non faceva più male.

«Ma mi verrai a trovare quando sarò a Barcellona?» mi chiese, spostandosi i capelli dietro le orecchie. Lo sapeva bene, che quel gesto mi stendeva.

«Quando vorrai, di sicuro» le dissi. La avvicinai a me e lei si lasciò trasportare i fianchi. Aveva ancora l’affanno per la lunga nuotata e gocce che le scendevano lungo il volto. Mi prese la mano e la portò sulla sua guancia, poi avvicinò la bocca al mio orecchio e sussurrò: «Grazie» e poi «Scusami».

«Ettore, per dio!».

Non mi aveva nemmeno fatto dire “Pronto”. «Che cazzo vuoi, France’?».

«È da un’ora che ti aspetto!».

Lo squillo mi aveva risvegliato, era un’ora imprecisata della mattina. Cercai nella mente qualcosa che desse senso a quelle parole. Buio. Ma sapevo che Francesco doveva aver ragione e io torto.

«Sì, sto arrivando…» dissi a mezza bocca. Avevo trovato le sigarette, finalmente.

«Mi sembra ora. Ma sei ancora a casa, vero? Ci metterai ore!».

«No, faccio subito… però…».

«Però cosa?».

«Dov’è esattamente che ti dovrei raggiungere? A fare cosa?».

«Ponte Mammolo cristo!». Dovetti allontanare il telefono dall’orecchio. Il quadro della situazione si chiarì e salì un buon livello di senso di colpa.

«Gli eritrei in sciopero della fame» dissi.

«E saranno già dimagriti fin quando arrivi. Muoviti!» disse Francesco chiudendo la conversazione.

Arrivai alla metro di Ponte Mammolo neanche mezz’ora dopo, Francesco in uno dei pochi spicchi d’ombra del mezzogiorno. Pantaloni di tela, militari coi tasconi, anche con il caldo. Canottiera, in compenso. Nera. L’attrezzatura fotografica nello zaino.

«Hai una faccia…» dico.

«E se ce ne avevo due…» risponde.

«Che dice il giornale?» gli dico, togliendogli il Manifesto dalle mani.

«Troppo» fa lui. «Pensa da quanto ti aspetto, che ho attaccato pure a leggere Alias».

«Cazzo, mi dispiace».

«Andiamo, va’». Francesco fa strada attraverso il parcheggio della metro. Ci ero stato una volta, con lui, ma non ricordavo più il tragitto. Un sottopassaggio pedonale che non ha neanche il suo degradato fascino metropolitano, neanche così sporco, snobbato dai writers e che non sembra poi così pericoloso. Almeno di giorno. Di notte, pensai una volta, potresti avere tutto l’occorrente per sciogliere qualcuno nell’acido, in tutta tranquillità. Per tagliare, Francesco scavalca un paio di muretti. Mi sta metri avanti, fisso e neanche ci pensa ad aspettarmi.

Arriviamo al parcheggio e mi sforzo di raggiungerlo con uno scatto.

«Ma chi c’è oggi?» chiedo.

«Iodit» risponde. «Te lo ricordi?».

«L’elegantone, certo. Fai un giro di foto?».

«Quella è l’idea. Certo, non è che in pieno agosto un gruppetto di richiedenti asilo, baraccati, eritrei, educati e nonviolenti, in sciopero della fame, faccia tutta ‘sta notizia».

«Quindi, venderla così, cotta e mangiata…».

«Non se ne parla» m’interrompe. «È un problema?» mi chiede. Credo che voglia essere vagamente offensivo, ma l’incazzatura per il ritardo gli è già passata. È fatto così, Francesco, non porta rancori. Specie se è inutile, come con me. Odia gli sprechi d’energia.

«Assolutamente no» gli rispondo. «Sono qui per conoscere. Sono curioso, lo sai».

Annuisce.

Il parcheggio è completamente vuoto, eccettuato un paio di macchine impolverate attorno a cui si aggirano due tizi che un questurino definirebbe “sospetti”. Solitamente, per trovare posto da queste parti faccio almeno un paio di giri, per poi rinunciare e proseguire fino a Quintiliani. Altro bel non luogo tiburtino.

Dietro l’area, c’è una strada, negli altri giorni trafficata, costeggiata dai soliti cespugli di oleandri. Francesco si dirige sicuro verso gli oleandri, scosta le piante che sembra gli manchi solo il machete. Subito dopo le prime frasche, si apre un mondo. Assi di plastica rigida, giallina, sul terreno nudo e pietroso, creano un percorso, limitato ai lati dalla prima baracca. Lamiere, tavole in legno e porte di roulotte tenute assieme con legacci e solidi chiavistelli. Il tutto meno precario di come ci si potrebbe immaginare una baraccopoli. Penso al significato letterale di questa parola, città di baracche. Città magari no, ma villaggio di sicuro sì. Un senso di comunità.

Passiamo tra fili con panni stesi e cavi per l’elettricità. Un paio di tizi neri sono seduti davanti a quella che sembra una veranda, uno su una sedia di plastica, l’altro su una catasta di cassette per la frutta. In ciabatte, le gambe accavallate. Scambiano un cenno con Francesco.

«Buongiorno» dico io a mezza bocca.

«Buongiorno» salutano anche loro.

Francesco si ferma davanti a una baracca, ha trovato le persone che cercava. Iodit sta spazzando. Niente lamiere, solo assi di legno, tenuti su con tubi per impalcature. Anche lui ha uno spazio aperto sul davanti, dietro si apre il suo posto, condiviso con un altro connazionale, Jacob. Ambiente unico diviso in due da una tenda. Danno l’idea di essere due coinquilini con regole ben chiare sul mantenimento dell’ordine. Ogni cosa al suo posto. Fornelletto, pentolini, attaccapanni e scatole per riporre i vestiti. Il tubo dell’acqua con una manopola per regolare il flusso della tanica esposta al sole. Non c’è sicuramente il problema dell’acqua calda per la doccia, ora.

Iodit ci saluta prendendoci le mani con entrambe le sue. Anche lui in ciabatte. Blue jeans al ginocchio e canottiera. La volta precedente l’avevo visto in un bel bar del centro, dove avevamo preso un tè. Pantaloni neri e camicia bianca impeccabili, scarpe nere lucide.

Non ricorda il mio nome, «sono difficili da ricordare, nomi italiani» dice.

Facciamo le presentazioni anche con l’altro ragazzo, si scambiano un paio di frasi nella loro lingua, poi Jacob si sposta verso il fornelletto per scaldare l’acqua per il tè.

Scambiamo considerazioni sul tempo, mi sorprendo a pensare che un africano non può venire a Roma a lamentarsi per il caldo. Specie se poi ti portano un tè bollente tra le mani. Siamo seduti su sedie ai lati della veranda, all’ombra. Jacob ci mostra fugaci sorrisi porgendoci i nostri bicchieri. Continuo a fare battutine mentalmente, mi dico che Iodit invece è scuro in volto.

Francesco entra in argomento. «Allora, novità?».

Iodit soffia sul suo bicchiere, poi scuote la testa. «Il console non sa più che dirmi. L’ultima volta si stava pure arrabbiando. “Sei sempre qui?” mi dice. Poi mi ha pure chiesto scusa. “Io i soldi non ce li ho” gli ho detto. “Sono un rifugiato, ho i miei diritti”. Ma mi sembra proprio che non ho diritto a niente». Ora non so perché Iodit mi guarda dritto negli occhi, mi sembra che ce l’abbia con me.

«Perché arrivo qui in Italia con mille idee, sulla democrazia e i diritti umani, le convenzioni, le possibilità di lotta per il mio paese da avviare da lontano, perché avevo letto Gramsci, avevo letto le lettere dei partigiani, sapevo degli antifascisti in Francia negli anni ’30. e arrivo qui e l’unica cosa a cui devo pensare è la sopravvivenza, dentro una baracca. E allora?». Continua a guardarmi, mi volto verso Francesco, poi mi accendo una sigaretta.

«Me ne dai una?» mi chiede Iodit.

Gli avvicino il pacchetto aperto, ne sfila una, mi avvicino per fargli accendere, fa un cenno di ringraziamento. Poi mi ricordo di offrire anche a Jacob. Anche lui ne prende una ma non la accende.

Francesco mi ricostruisce la situazione.

«Iodit è un oppositore. Un compagno. Insegnava letteratura in un liceo di Asmara. Era stato richiamato dall’esercito e si è rifiutato di prestare servizio. Due anni di prigione, prima di riuscire a evadere. Un suo parente ha pagato una guardia, che l’ha fatto passare per il Sudan. Un anno e mezzo attraverso il deserto, fino in Libia e da lì sei mesi per l’Italia. Altri due anni per il riconoscimento dello status di rifugiato. E adesso ha chiesto il ricongiungimento familiare, per la moglie e i tre figli. Ma non ha documenti che attestino la parentela e il governo non glieli dà. Così ci vuole la prova del Dna. 160 euro l’uno, per un totale di 800 euro».

Iodit mi guarda, ha smesso anche di bere il tè.

«E non li riusciamo a rimediare 800 euro?» dico a mezza bocca.

Francesco allarga le braccia, sta per rispondere qualcosa, ma Iodit lo interrompe: «Riusciremmo anche noi, e comunque così faremo, alla fine, con una cena all’associazione, una raccolta, qualcosa. Il presidente fa il duro, ma poi alla fine aiuta sempre. È lui, quello che chiamiamo il console, che ha messo in piedi la nostra associazione, ma è solo uno come noi, ora è rifugiato, ma stava lui prima di me, lui mi ha dato questa baracca dove stava, mi ha detto come fare per la luce, per l’acqua e ora per documenti. Ma dobbiamo sempre lottare per i nostri diritti. Siamo rifugiati, non siamo venuti qui perché ci piaceva, noi stavamo bene a casa nostra. C’è una Convenzione internazionale per i diritti dei rifugiati, che tutela le famiglie, che tutela i minori. Come so io che cosa fanno ai miei figli mentre io sono qui? Come so che cosa gli raccontano a scuola, che li ho abbandonati, che sono un terrorista? E così lottiamo, ma non frega un cazzo a nessuno».

Traccia archi con i piedi sul pavimento, una incerata sullo sterrato, sbiadita dal sole.

Si rivolge a Francesco, a bassa voce. «Ancora 320 euro» dice. Francesco mi guarda, allusivo ma chiaro. Annuisco. Iodit mi porge la mano e ce la stringiamo, lui si porta la mano al cuore, io lo imito, ma mi esce un movimento goffo, come se mi dessi una grattatina al petto.

Da quattro giorni è in sciopero della fame. Beve tè con limone e zucchero. Chiede che all’associazione degli eritrei venga attribuito un fondo di solidarietà, una cassa di emergenza per i casi come il suo. Il presidente dell’associazione è con lui, è in contatto con la Questura e il ministero dell’Interno.

«È onesto, sì, è bravo, ma forse è troppo onesto, troppo educato, troppo…» dice Iodit, parlando del console. Non gli viene la parola in italiano. «Come dite quando uno… come… nun je la fa».

«Moscio, fiacco» dico.

«Sì, è moscio» dice Iodit. «È fiacco, nun je la fa» ripete. Ride, ridiamo anche noi.

«Nun je la fa proprio» conferma Francesco.

Jacob si rivolge a Iodit, fa un segno indicando l’orologio, vedo Iodit annuire.

«Facciamo un giro?» dice a Francesco, facendo il gesto della macchina fotografica.

«» risponde Francesco.

Ci alziamo all’unisono, raccolgo il bicchiere dalle mani di Francesco e lo poggio con il mio sul tavolino con il fornelletto. Vorrei dare una sciacquata ma con la tanica appesa sarebbe complicato, meglio lasciar fare ai padroni di casa.

Francesco e Iodit si incamminano senza parlarsi, io li seguo due passi indietro.

Il percorso si snoda attraverso un paio di sentieri segnati dalle solite assi di plastica rigida giallastre buttate per terra, in una organizzazione dello spazio che non sembra essere improvvisata ma, in qualche maniera, pianificata, pensata. Mi confermerà dopo Francesco che la stessa baraccopoli è stata utilizzata a più riprese da diverse persone nell’arco di anni.

Uno di loro è un corpulento abitatore di una delle baracche meglio tenute, con una sorta di giardino sul davanti. È l’unico europeo che vediamo, montenegrino, specifica. È a torso nudo, come è naturale dato il caldo. Risulta però davvero difficile riuscire a guardarlo e a rapportarcisi. Ha un’ustione su tutta la pancia, rossa che sembra quasi scarnificata. Ricorda vagamente le immagini sul libro di scienze della scuola media, quando faceva vedere il corpo umano con i fasci muscolari. Si è ustionato con una fiammata di un fornelletto per cucinare, mal funzionante. È lecito dubitare di quanto fosse lucido nell’armeggiare con la bombola del gas da sostituire.

Fatto sta, che ora si ritrova con questa ustione impressionante, i denti marci e la mano callosa, che stringe con vigore e col sorriso stampato. Non ha di sicuro l’aspetto del clochard lamentoso, quanto quello dell’orgoglioso operaio jugoslavo che se volesse, ne avrebbe da raccontare.

Ma per il momento, ha da dare da mangiare ai suoi gattini, che lo vengono a trovare puntualmente nella baracca che sembra un sogno in acido di villetta unifamiliare. Serve con allegria e disciplina est europea scatolette di cibo ai diversi gatti che aspettano ordinatamente in fila i gesti del loro capobranco.

Lo lasciamo, a un’altra volta, vecchio compagno ubriacone titoista. Ora Iodit vuol portarci altrove, con le mani in tasca va su un altro sentiero. La musica aumenta il suo volume man mano che ci addentriamo. Le baracche danno sempre quell’impressione di solidità che non mi aspettavo e di una grande cura nel mantenere la pulizia e l’ordine. Mi viene da pensare a come io tengo la mia solida casetta di muro e cemento, e viene fuori il senso di colpa, compagno inseparabile di quando si visita la miseria e la speranza altrui.

Cerco tracce della vita precedente dei mobili strappati al loro ciclo di fine uso chissà da dove e ci ritrovo un armadietto da bagno con su un adesivo di qualche gruppo di estrema destra contro i clandestini o roba del genere. Ah, se gli oggetti potessero parlare…

Iodit sembra andare un po’ di fretta e anche Francesco scatta giusto un paio di foto a oggetti e animali, di sfuggita e con poca convinzione. Gli sguardi su di noi sono stanchi e poco interessati, ci sono poche persone in giro e ancor meno sono i saluti.

Troviamo una specie di slargo su cui danno tre o quattro baracche disposte a semicerchio. Un lungagnone secco secco sta tagliando i capelli a un suo compagno seduto serio su una poltrona, girandogli intorno con forbici e pettine, aria professionale, mentre un altro seduto su uno sgabello tenta di sintonizzare la radio su una stazione che manda reggae, con il segnale che va e viene.

Per Francesco la photo opportunity è troppo ghiotta, anche se il quadretto sa di stereotipo già a guardarlo dal vivo, figurarsi in foto.

Il ragazzo barbiere si ferma e resta con le forbici a mezz’aria, dice qualcosa a Iodit che guarda noi due e non dice niente. Francesco resta in attesa che la nostra guida ci dica qualcosa. Sembra spazientirsi, che per lui è davvero raro, se non con me, e decide di rivolgersi direttamente. Mette davanti a sé la macchina fotografica e scandisce, in italiano, al ragazzo: «Posso?».

Quello scuote la testa, poi fa un cenno di saluto e ricomincia a sforbiciare. Intanto il tizio seduto ha finalmente sistemato la radio sulla frequenza giusta, e viene fuori un vocione rauco impastato su bassi da far distorcere le piccole casse. Agita la testa in avanti e intanto ha gli occhi fissi su di noi.

Iodit si incammina senza guardarci, Francesco lo segue subito, io resto ancora mezzo secondo, alzo il mento in cenno di saluto, come facciamo al sud, e i tre mi salutano allo stesso modo.

In pochi secondi Iodit e Francesco mi hanno distanziato. Cerco di rimanere concentrato sul modo di ritornare alla baracca di Iodit; mi ricorda i tempi in cui andavo in campeggio, che passavo il primo giorno a memorizzare i percorsi, dalla spiaggia alla tenda al bar ai cessi. Passare davanti alle altre baracche senza i miei accompagnatori non mi piace, ora che sembro un turista sperduto nei bassifondi di Asmara. Che ci faccio qui? Ecco che salta fuori la mia domanda preferita. Infine raggiungo la baracca.

Jacob è sempre lì e porge un’altra tazza di tè a Francesco, che la rifiuta con un gesto della mano. Allora la offre a Iodit, ma rifiuta anche lui. Sono tutti e tre in piedi, Jacob va via un po’ infastidito e inizia a bere. Sarei quasi tentato di chiedergli una tazza di tè. Più come presa per il culo che per solidarietà, mi rendo conto.

Francesco guarda Iodit con l’espressione che dice chiaramente che vorrebbe esprimere una semplice domanda al suo interlocutore, ma proprio non può: «Che cazzo mi hai fatto venire a fare?».

Iodit ha le mani in tasca e traccia degli archi sulla polvere che ricopre le assi di plastica bianca per terra.

«Mi dai una sigaretta?» chiede. Francesco gli passa tabacco e cartine.

«Tu vuoi sapere perché gli altri erano così…» dice Iodit, e fa un vago gesto con il palmo della mano, come se indicasse qualcosa che vola via.

Francesco annuisce.

Si rimane un po’ in silenzio perché Iodit sta chiudendo la cartina, poi si accende la sigaretta. Mi stupisco del fatto che sarà un’ora che non fumo e mi accendo anch’io una paglia. Solo allora Francesco sembra accorgersi della mia presenza e mi guarda con evidente fastidio. Io metto su la mia faccia da “cazzo vuoi?”.

«Qui a fare lo sciopero della fame sono solo io» inizia Iodit. Ora Jacob è al suo fianco, con le braccia conserte. Mi sembra che scuota la testa ma non ne sono sicuro.

Iodit fa un’altra lunga boccata e muove le labbra, sembra disgustato e passa la sigaretta a Jacob, che gliela prende dalle dita accennando un ringraziamento.

«Ne hanno fatte tante anche loro» riprende, facendo un gesto con le braccia, verso il resto del piccolo villaggio, «e ne hanno passate, di brutte. Ma ora?». Sembra chiederci qualcosa che non capiamo.

«Sì, però le altre volte erano stati…». Francesco parla e mi accorgo che si sta sforzando di essere quello che non è, non vuole, non riesce a essere. Un fotografo che deve svoltare il suo servizio, semplicemente.

«Gentili?» termina la frase Iodit. «Hanno passato il tempo della gentilezza. C’è stato un momento che erano sempre gentili, che raccontavano le loro storie e si facevano fotografare, parlavano e credevano che serviva a qualcosa. Ora non credono più. Credono che tu, voi, siete qui, guardate, fate le vostre foto, poi voi ve ne andate e noi rimaniamo qua, sempre uguale. Richiedenti asilo. Siamo solo persone che chiediamo. Come poveracci che hanno solo da domandare, da fare elemosine. Quel ragazzo che avete visto, quello che tagliava i capelli, era un mio studente, poi era un mio avversario politico. Io comunista, lui di un altro partito, sempre dell’opposizione, e abbiamo fatto tanti scontri».

Mi suona il cellulare, Iodit, Francesco e Jacob non ci fanno nemmeno caso, io guardo solo il display, è Sara, chiudo e poi spengo.

«Ora che cos’è? Uno che gli vogliono fare foto. Mi dispiace, Francesco. Sono venuti in tanti, qui, giornalisti, associazioni, volontari. Per noi non è cambiato niente e sono tutti stanchi, e anche incazzati, con te, con tutti voi».

A questo punto non riesco a evitarlo, mi scappa da ridere. Guardo Francesco sentirsi sprofondare sotto il peso di decenni e secoli di colonialismo e me lo vedo, con la sua canottiera nera e i pantaloni coi tasconi, piantare la bandiera eurocentrica sul sacro suolo del corno d’Africa, circondato da donne dalla pelle d’ebano in succinti costumi indigeni fargli vento con lunghe frasche di palme, e stare ora in silenzio, davanti all’indomito e superbo Iodit. E io, da lontano, osservare la scena come un inviato speciale inizio Novecento, bloc notes tra le dita e matita che corre veloce sulla pagina, con il fumo che sbuffa dalle labbra e va a bruciarmi gli occhi.

«Ok, puoi riparlare coi ragazzi?» gli dice Jacob. È la prima volta che sento la sua voce. Bel tipo, pragmatico e concreto, attitudine al problem solving, penso. Mi piace.

«» dice Iodit, a mezza bocca, lo sguardo rivolto in basso. Poi alza la testa e guarda Francesco. «» ripete a voce più alta. «Ci vediamo all’associazione, passa nei prossimi giorni, mi trovi là».

«Bene» dice Francesco.

Ci stringiamo le mani.

È pomeriggio, il sole picchia. Dietro le frasche di oleandri il parcheggio della metropolitana si manifesta ancora più deserto di quando ce l’eravamo lasciati alle spalle, dall’asfalto si alzano quasi effetti da fata morgana.

«Sempre silenzioso tu, eh?». La voce di Francesco mi sembra arrivare quasi dal nulla e mi scuote.

«Come dici?».

«Dico che di solito uno che viene per conoscere un fatto, per farci un articolo, un reportage, quello che è, chiede, fa domande. Tu sei stato zitto tutto il tempo».

«Sì, ma ho preso il tè» rispondo. Lo sappiamo tutti e due che non siamo capaci di arrabbiarci l’uno con l’altro. Bisognerebbe semplicemente essere più seri, ecco tutto.

«E comunque anche loro non sono dei chiacchieroni» aggiungo. «Per fortuna. Lo sai che disse Borges a Calvino?».

«L’ho riconosciuta dal silenzio, me l’hai già detto. Che fai st’estate?».

«St’estate mò finisce, veramente. Comunque niente. Tu?».

«Altrettanto».

Accendo il cellulare e mentre siamo davanti alla metro mi arrivano tre messaggi, tutti di Sara. Due dicono: «Ti ho chiamato alle ore … mentre il tuo telefono era spento».

L’altro: «Comunque non capisco il tuo atteggiamento, come se avessi chissà quali irrisolti, e questo tuo non rispondere al telefono me lo conferma. È il tuo solito modo e mi è venuto a noia».

Devo aver fatto davvero una faccia stralunata e mi viene pure un po’ da ridere perché Francesco mi fa il gesto di “che c’è?”, con il volto e con le mani.

«Mah» rispondo. «Senti ma perché non se n’annamo a Asmara?».

«Primo perché ci vogliono i soldi, secondo perché ci vuole il visto. Vabbè, intanto andiamocene al mare, no?» mi fa lui.

Annuisco gravemente.

«Passiamo prima da casa, va’…».

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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4 risposte a Agosto

  1. Marco Pacifici ha detto:

    Ti sarei grata(o grato..) “Agata”, se potessi ricevere i tuoi “articoli”. marcopacificim@libero.it.

    • thisishooverville ha detto:

      Ciao, mi fa piacere questa richiesta… ci dovrebbe essere un modo per seguire il blog in modo che ti arriva una mail ogni volta che c’è un nuovo pezzo, solo che non so qual è! Chiedo a chi ne sa di più e ti faccio sapere!

      • Marco Pacifici ha detto:

        Comunque mi arrivano da “polvere da sparo” di Valentina Baruda Perniciaro, da “contromaelstrom” di Salvo Ricciardi, da “insorgenze” di Paolo Persichetti …et caetera. Sono stado uno degli autori de “La strage di stato”(naturalmente il libro di controinforrmazione.., i nomi di noi ancora vivi sono solo sull’edizione di dicembre 1994 allegata ad Avvenimenti) con Marco Ligini Edoardo Di Giovanni… ero, anzi sono, al 22 Marzo con Roberto, Enrico, Emilio, e …Pietro Valpreda : ero forse troppo “giovane”… peggio per loro fascisti e servizi infami che da fuori (quando non eravamo ospiti dello stato…)abbiamo fatto e facciamo CONTROINFORMAZIONE. Che la Vita ci sia leggera. Hasta Marco.

  2. Marco Pacifici ha detto:

    Anche io sono un “cabròn” con internet e meno ci sto mejo sto…

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