Day 8 – Bet Sahour

Chi lavora ha ragione, chi comanda ha torto. Anni di postfordismo non sono riusciti a incrinare questa elementare sentenza materialista. Vera, anche quando le condizioni sono un po’ particolari, anche quando i lavoratori e le lavoratrici fanno un parte di un gruppo misto di volontari europei, americani, asiatici e palestinesi e chi comanda sono vari impiegati amministrativi palestinesi.

Va così: siamo a Bet Sahour, sobborgo di Betlemme, cantiere per la realizzazione di un centro servizi commerciali e turistici, realizzato con la collaborazione della cooperazione internazionale italiana, vari comuni della Toscana.

Primo pensiero: chissà quanto le amministrazioni di questi ex comunisti ci si sono fatti belli con gli “aiuti al popolo palestinese” e chissà quanti c’hanno mangiato su.

Secondo pensiero: ma ti pare che devo venire in Palestina a lavorare a gratis per la cooperazione italiana?

Terzo pensiero: ma i lavoratori palestinesi che ne pensano di questi stranieri che “vengono qua e ci rubano il lavoro?”

Intanto i muratori palestinesi presenti ci guardano arrivare con le nostre ormai solite pale e picconi, a metà tra lo scettico e il divertito.

È un’area di cantiere da ripulire, un palazzo di due piani, parte coperti e parte con stanze al chiuso, ormai diventate praticamente una discarica a cielo aperto. Io sto al piano di sotto, c’è uno stanzino al chiuso e un’area aperta, ogni tanto ci scambiamo i ruoli, il compito è riempire i secchi e poi portarli a un luogo di raccolta poco in là. La domanda è: “Meglio stare nella merda o nella polvere?”. L’unica risposta possibile è: meglio alternare. Così non si corre il rischio di abituarsi. E ovviamente pensi a chi fa questi lavori tutti i giorni della sua vita.

Siamo qui dalla mattina e fa caldo, tanto caldo. Certo, siamo a luglio nel Medio Oriente, in mezzo alla polvere e trasportando secchi da dieci chili, che lo so che non è molto, ma la mia maggiore attività manuale è buttare l’immondizia. A volte cartoni di libri, ma è raro, e poi quella è comunque classificata come attività intellettuale.

Manca l’acqua. Lavoriamo per conto dell’Heritage Center di Betlemme, il centro per il patrimonio, appena reduce da un grande successo: il riconoscimento della Chiesa della Natività, proprio quella dove è nato Gesù Bambino, quella decorata con le palle di Natale, con la mangiatoia nel sotterraneo che mancano davvero solo il bue e l’asinello, nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Wow. Davvero. La Palestina è stata ammessa nell’Unesco solo da pochi mesi e questo è un risultato strepitoso, non solo simbolico ma anche e soprattutto molto concreto. Israele può anche demolire case, alberi e rubare terra dappertutto in Palestina, ma è problema dei palestinesi. Ma se fai qualcosa alla chiesa della Natività (e non tanto tempo fa, duemiladue, duemilatre?, c’erano persone asserragliate dentro che Israele voleva fare prigioniere e i soldati occupanti hanno sparato per tanto lì, dov’è nato Gesù. Amen) be’, lì ci riguarda, è cosa nostra, è patrimonio dell’umanità.

Ok, complimenti, avete lavorato bene. Adesso è giusto, passate tra di noi che siamo con le mani nella merda, sporchi e impolverati e tu, signorina ben vestita, impiegata dell’Heritage Center, ci fai le foto per documentare che il lavoro è stato svolto anche con la collaborazione di volontari internazionali. Certo, è giusto.

Ma la cazzo dell’acqua quando ce la portate?

Io sono uno wobbly. Mi riconosco negli Industrial Workers of the World, anche se l’unica volta che sono stato in una fabbrica è stato in gita con la scuola alla fabbrica di biscotti Gentilini, che ci hanno pure offerto le fette biscottate. Ma quando mi sono sfilato i guanti e sono andato sotto l’ombra con gli altri, finché non ci portavano l’acqua, ho sentito tutta la classe lavoratrice del mondo dimostrare la propria forza. Mancava solo che incrociassi le braccia.

Ho seguito Claire, impiegata di 24 anni dell’Inps parigino, che da anni passa le sue estati in campi di lavoro, dal Nepal alla Thailandia e ora in Palestina. È a fianco a me, china a riempire secchi su secchi e lavoriamo bene, siamo coordinati. Passa la tizia con la maglietta nera con le paillette che fa le foto e sento Claire che sussurra, tra sé: “Putain”. Ok, il termine non mi piace e non lo uso. Ma quando dice a tutti, da vera leader: “Ok, stop working ‘til they bring the water” che fai, non la segui?

Grande Claire. E penso a quanto ci vuole, tra noi impiegati, insegnanti, postfordisti vari a fare uno sciopero. E fai la circolare, l’assemblea, vota, comunica alla direzione e patapim e patapam. Daje.

Poi l’acqua ce l’hanno portata. E il lavoro è finito. E siamo andati a pranzo presso un centro culturale di Bet Sahour, dove c’è il museo del folklore. Bello, tutto in pietra e fresco, con le pareti appena ridipinte. Che prima era tutto distrutto, ci hanno fatto vedere le foto. Lo hanno rimesso a posto anche con l’aiuto di volontari internazionali. “Come voi” dicono.

Un altro pezzo di lavoro nostro in Palestina è fatto.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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