Day 9-10-11 Hebron – Al Khalil

Ci sono dei posti il cui solo suono è associato a una sensazione.

Hebron.

Un senso come di un vento forte dritto in faccia, che fischia, lento e violento e ti butta polvere negli occhi. Perché li vorresti chiudere quegli occhi e uscire fuori all’aria aperta, come quando sbuchi dalla rete metallica che chiude il cielo.

Questo è stato Hebron per me, per un anno intero. La materializzazione urbanistica dell’angoscia e dell’ansia, camminare su strade come se fossi sulla luna, con il passo pesante.

Non starò bene qua a dirvi come e perché, non sarà uno scritto d’informazione questo, internet è pieno di link e documentari e testimonianze.

Ho ritrovato Hebron nel centro storico de L’Aquila, vuoto e con tubi metallici a tenere insieme storie, vite e mattoni in equilibrio instabile, controllata dai militari che non sapevano che fare.

E in nessun altro luogo ancora. Forse solo nelle parole della crisi, di chi sa che il proprio presente non è nelle sue mani.

Hebron.

Svuotata dei suoi abitanti, della sua vita nella mia memoria, occupata solo da sensazioni e rumori. L’apartheid, la violenza e l’ingiustizia.

I colori dello spray sfiatato sulle porte di ferro sbarrate, scritte male e con noncuranza.

Kill the arabs, Gas the arabs, Free Israel.

L’odore di immondizia non raccolta.

Quelle reti e quelle spine dappertutto, occhio, in questa città ci si fa male.

Sbarramenti, limiti e confini.

Questa è Hebron.

Sì, ma non solo.

“Khalil, Khalil, Khalil”.

Il richiamo del vecchio per riempire il minibus sembra un campanello di bicicletta.

Khalil è una città bella, col mercato pieno di gente, i centri commerciali, la security, la gente che attraversa in mezzo alla strada e le auto che si fermano a un centimetro, gli asini col carretto e le Kawasaki anni ’80, il farmacista che si spinge i prodotti costosi, il kebabbaro buono e quello scrauso, i ragazzetti con la maglietta del centro estivo, i corsi di computer, il palazzone a vetri col bancomat che non funziona, la periferia, i gatti, i negozi di cianfrusaglie, il tutto a mille, le librerie, guarda quante, le solite montagnette di zaatar, i coatti e gli studenti, il muezzin, i matrimoni, le macchine che sgommano e la sala da ballo, il fotografo, l’attore, l’esame per la patente.

“Khalil, Khalil, Khalil”.

Andiamo a Hebron, chiamiamola Al Khalil, il centro storico, la pietra, gli archi, il bianco e l’ocra, pietra dura, niente intonaco, che sembra tufo e travertino ma qui vulcani non ce n’è.

Hebron e Al Khalil sono la stessa città, con due nomi diversi, come Bolzano-Bozen, Rijeka-Fiume, Bruges-Brugge, Ayers Rock-Uluru.

Che puoi usarli tutti e due, non c’è uno giusto e uno sbagliato.

A me però Khalil mi ha cambiato Hebron.

Dieci giorni, ci son stato. Ma solo tre davvero. Perché dormivamo a Hebron – Al Kahlil, poi con il pulmino andavamo altrove e ritornavamo a sera, alla sede della IPYL, International Palestinian Youth League, i nostri ospiti, guide e volontari come noi. Ragazzi giovani, a volte giovanissimi (anche un bambino). Nessuna ragazza, purtroppo. Ma un patrimonio bello, che mi riporto a casa, di volti e di nomi che non scrivo.

Poi, alla fine, lavoriamo a Hebron, nella città vecchia, il centro storico. E chi l’aveva vista, che era bella. Mi ricorda Trani, senza il mare.

Trani è una città d’oriente, infatti. Con una ricca tradizione ebraica, tra l’altro.

Nel centro storico i ragazzi ci si perdono, non è che ci vanno così spesso.

Anch’io mi perdo a Trastevere.

Hebron Rehabilitation Committee. Laboratori vari, restauro, falegnameria, idraulica. La scuola di restauro è fatta dalla cooperazione spagnola, la lingua franca è sempre l’inglese, ma è bello vedere il cartello con scritto “Talleres de Hebron”. Noi dobbiamo restaurare la scuola di restauro, un palazzo bello, del 1700 ci dicono.

Che dominazione c’era, mi pare gli ottomani? Lo stile però è unico, io lo chiamo barocco di Hebron, dentro piccole stanze, un tempo appartamenti per famiglie intere, con finestrelle sotto il pavimento che erano i depositi, granaglie, biada, coperte.

Scartavetriamo, dipingiamo, puliamo. Gli operai locali ci aiutano, hanno stili diversi, il critico, il taciturno, l’incitatore, il pedante, non parlano inglese ma non serve. Alcuni si ostinano a insegnarci il nome in arabo di attrezzi di cui non so il nome in italiano.

Il maleppeggio, la mazzola, l’americana, spatola, spatolina, spatolone.

Ci stiamo qui tre giorni, impresa edile Brancaleone.

Abbiamo lavorato bene?

Certo, c’era tanto altro che potevamo fare.

Poi, Shuhada street. Tell al-Meida. La ghost town. Apartheid street, il checkpoint, la moschea dove entrano i soldati israeliani e i guardiani della fede si straniscono ma non possono dir niente, il posto che chiamano Beit Adassa, la colonia, che arrivi al cartello blu e poi basta che sennò ti sparano, i giri enormi per andare alla strada parallela, l’ironia degli abitanti, l’unico negozio del quartiere, mezzo aperto e mezzo chiuso, senza luce e con le finestre rotte, i murales truffaldini, i soldati scoglionati, le nostre guide all’erta e la tensione costante.

Hebron e Al Khalil.

Ora conosco entrambe, sono inscindibili.

La città è malata, il cancro è lì, vicino Shuhada street, si può curare, si può estirpare, forse.

Ma la cura non è mai iniziata.

Voglio bene a Hebron – Al Khalil, ora.

La polvere negli occhi e il campanello di bicicletta.

Non si può stare in silenzio, non si può stare a guardare.

Fuori i nazisti dalla Palestina.

Basta genocidio, basta pulizia etnica.

 

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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