Non sulle Pussy Riot ma sul Free Pussy Riot sì o no

In questi giorni si è parlato del caso delle Pussy Riot su diversi blog e mailing list. In parallelo, si parlava anche della Siria e dei crimini commessi dall’esercito di Assad. In entrambi i casi, a chi rimandava notizie sulle tre compagne femministe russe (tali sono, a giudicare da tutto ciò che hanno scritto) o sulle vittime civili siriane provocate, in gran parte, dall’esercito siriano, si rimproverava di accodarsi a una campagna mediatica occidentale per screditare i regimi siriano e russo che, pur non essendo difesi (in alcuni casi, in altri sì), sono visti oggettivamente come un ostacolo all’imperialismo americano.

Fino a qui nulla di sconvolgente: effettivamente i crimini siriani e russi non sono peggiori di quelli commessi dagli Stati Uniti o da Israele o dalle piccole e grandi potenze occidentali. Quello che mi interessa è lo spostamento di ogni elemento coinvolto (e in questo caso quando si parla di “elementi coinvolti” si parla di persone che muoiono sotto le macerie oppure che rischiano anni di galera per aver cantato una canzone) sul piano del Risiko globale in cui combattono gli imperialismi contrapposti.

C’è una frase in particolare che non ho sopportato, dal blog “Militant”: “Non c’è liberazione sessuale senza liberazione di classe, e soprattutto la liberazione sessuale è conseguenza della liberazione di classe, e non viceversa” che riflette un luogo comune affrontato tante e tante di quelle volte e tra l’altro inserito in un contesto in cui si dice che hanno suscitato un dibattito sul femminismo e sul fatto che serpeggia “la paura del politicamente corretto, per cui se una donna o un gruppo di donne mette in piedi una protesta politica questa deve per forza essere appoggiata, unicamente perché a promuoverla sono delle donne”, che mi sa tanto di sassolino nella scarpa, di cosa che si voleva dire da chissà quanto e ora finalmente c’è l’occasione giusta (“e che palle, ‘ste femministe, ‘n se po’ fa’ manco ‘na battuta…”).

Non sono d’accordo con la “priorità” delle liberazioni: mi sembra una frase dogmatica (che esperienza c’è per poter dire una cosa del genere?) e millenarista come se la liberazione fosse una cosa che avviene, a un certo punto. Io credo che le liberazioni avvengano per cambiamenti nelle condizioni esterne, oggettive, ma che siano anche tanto, tantissimo frutto di cambiamenti nelle proprie condizioni di vita, con scelte in cui abbiamo un potere di cambiamento: nelle nostre relazioni, nei nostri comportamenti, nella nostra personalità. In quanto tali sono processi, non avvenimenti estemporanei.

Certo, poi si dice che è importante combattere “il maschilismo strisciante anche fra i compagni”: sì, solo che non è strisciante, è imperante! La cosa peggiore che viene fatta alle Pussy Riot (e alle compagne che le sostengono) è l’oscuramento di ciò che dicono. La loro lotta, la loro identità, di donne, artiste e femministe non è più loro, autonoma, ma è solo una pedina sullo scacchiere geopolitico mondiale.

La loro lotta di liberazione, dalle influenze della chiesa, ad esempio, è comprensibilissima qui in Italia. Infatti, dicono, perché se la prendono con Putin quando qui da noi non è meglio? Certo, d’accordo, motivo in più per seguire l’esempio anche qua e sostenere loro là (sulla forma di lotta musicale, poi… “we learned more from a three minute record than we ever learned in school”).

E allora la frase dogmatica e senza appello la dico pure io, anche se non è granché originale: non c’è liberazione di classe o sessuale o qualsivoglia se non si mette in discussione innanzitutto sé stessi.

 

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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11 risposte a Non sulle Pussy Riot ma sul Free Pussy Riot sì o no

  1. Giusiana ha detto:

    Bellissimo! (invia a FaS!)

  2. layher ha detto:

    Sono d’accordo su buona parte dell’articolo, anche se da comunista penso che il cambiamento del modo di produzione e la liberazione dal lavoro salariato siano propedeutici anche all’emancipazione della donna.

    • Giusiana ha detto:

      layher, vorrei capire se hai almeno una data provvisoria per il cambiamento del modo di produzione e la liberazione dal lavoro salariato, in modo da regolarsi un attimo…

      • layher ha detto:

        ovviamente sulla data ci sto lavorando e sarai tra le prime a sapere quando ci sarà la rivoluzione, ti chiamerò personalmente! scherzi a parte la priorità che do all’abolizione del sistema capitalista non giustifica in alcun modo il sessismo, il senso è che nonsi arriverà ad una completa emancipazione della donna in questo modello di società, e una donna rimarrà subalterna in questa società classista e patriarcale così come un operaio sotto padrone sarà sempre sfruttato e un rivoluzionario in uno stato democratico, liberale e progressista quanto vuoi sarà sempre perseguitato e represso. spero di essermi spiegato meglio! ciao

      • Giusiana ha detto:

        grazie per la risposta, ovviamente si scherza, ma secondo me bisognerebbe un po’ rivedere il modello teorico che c’abbiamo stampato in testa, per non cadere in uno schema che potrebbe condizionare anche la pratica (e di certo lo fa, visto le esternazioni in rete che tutt* abbiamo letto).

      • layher ha detto:

        Il comunicato di Militant ha preoccupato anche me perchè, come scrive bene thisishooverville, “mi sa tanto di sassolino nella scarpa, di cosa che si voleva dire da chissà quanto e ora finalmente c’è l’occasione giusta” ed inoltre arriva da un collettivo di compagn@ che come me si definiscono autonom@ ma purtroppo penso che questi compagni prima di RIvedere il modello teorico come suggerisci tu, lo dovrebbero vedere per la prima volta e decidere se essere comunisti o meno.

  3. thisishooverville ha detto:

    Guarda, l’emancipazione delle donne (anche se io preferisco parlare di liberazione sessuale, nel senso, semplificando, che ognuno/a possa vivere il proprio genere e la propria sessualità come meglio crede) trarrebbe vantaggio dal “cambiamento del modo di produzione e dalla liberazione dal lavoro salariato”, perché io penso che quella sia una cosa giusta.
    Ne trarrebbero vantaggio anche l’ecosistema, la qualità del cibo e la pulizia delle strade, per dire.
    Ma questo non vuol dire stabilire delle priorità o delle propedeuticità, come dire, la lotta delle donne (e di chiunque voglia vivere in un mondo con relazioni più libere e belle) viene dopo quella sociale, sindacale, politica, eccetera.
    Credo che il patricarcato abbia molto a che fare con il capitalismo, che lo influenzi e ne sia influenzato. Ma sono due cose distinte, con cause, origini e modi di svilupparsi differenti, quindi anche con diverse modalità di combatterlo.
    Riportare tutto sempre alla “struttura” economica, relegando le “sovrastrutture” a mero contorno poco importante non aiuta a capire. Un esempio legato alla Palestina, dato che è una situazione che un po’ conosco: nei territori occupati c’è anche molta gente che sta bene economicamente, che fanno parte delle borghesia, imprenditori, eccetera.
    In qualche modo loro sono gli “oppressori” degli operai che lavorano con loro, ma a loro volta sono oppressi da Israele in quanto palestinesi (anche loro non possono muoversi liberamente sul territorio, devono sottostare all’occupazione, possono subire atti di violenza, essere arrestati per niente, ecc.). Gli operai sono quindi doppiamente oppressi, come lavoratori e come palestinesi.
    Le donne palestinesi sono oppresse come donne, come lavoratrici e come palestinesi.
    Che fanno, si danno l’ordine di priorità per quale oppressione combattere prima?
    Bisogna prima abbattere i padroni o prima liberare la Palestina?
    Tutti e due, tutti e tre, tutte le forme di oppressione, deve, dovrebbe essere la risposta, secondo me.
    Magari iniziando già da adesso a praticare, dove possibile, spazi di autonomia. Dicevo prima, paradossalmente ma non troppo, che con la liberazione dal lavoro salariato le strade saranno più pulite. Ma non vuol dire che adesso bisogna buttare i rifiuti per strada!
    Oppure che lo sfruttamento sul lavoro sia una causa di altre forme di oppressione: sarebbe come dire che un povero proletario può incolpare la violenza che esercita nei confronti, ad esempio, di sua moglie perché è frustrato e alienato dallo sfruttamento, e quindi va compreso, anche se non giustificato, “è un proletario che sbaglia”.
    Abbiamo un sacco di catene attorno a noi, intrecciate, contorte, indistinguibili.
    L’unico modo per liberarcene è farle saltare tutte.

  4. layher ha detto:

    Abbiamo un sacco di catene attorno a noi, intrecciate, contorte, indistinguibili.
    L’unico modo per liberarcene è farle saltare tutte.
    E’ esattamente ciò che intendo quando dico che in questo modello socio-economico che espone come merce in vendita anche i corpi, soprattutto femminili, non si potrà arrivare ad una liberazione completa. Ciò non toglie che noi compagni dobbiamo lavorare su noi stessi in primis, mantenendo alta la soglia d’attenzione sui comportamenti o le tendenze sessisti o razzisti non riproducendo gli stereotipi sociali di cui siamo circondati. Ma rimango fermamente convinto che senza abolire il sistema capitalista di produzione non potrà avvenire nessun tipo di liberazione che sia diversa dalla liberazione dal nazifascimo del 25 aprile 45, giorno in cui io mi rifiuto di festeggiare liberazione una falsa ed incompleta.

  5. rho ha detto:

    L’ emancipazionismo è una cosa, il femminismo è qualcos’altro che può anche comprendere l’emancipazionismo, ma non facciamo confusione. La mercificazione dei corpi riguarda tutt* (e nn solo dei corpi), nella divisione sessuale del lavoro si può trovare un bel terreno di lotta, ma non è solo questo, le dimensioni sono molteplici e concorrono a creare un sistema anche disorganizzato di sfruttamento globale di tutt*. E per ognun* (ogni soggettività) con modalità specifiche e contestuali. Affiniamo le analisi altrimenti si rischia di intervenire “scompostamente” come si dice a volte, o non si ottiene altro che polveroni. r
    qualche spunto (le prime cose che trovo in rete, eh) http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/f/f027.htm o http://en.wikipedia.org/wiki/Equity_feminism )

    • thisishooverville ha detto:

      Grazie per i link, che fa sempre bene approfondire… però almeno il primo riporta uno sfondone bello grosso: già che dice che “negli Stati Uniti negli anni ’70 nasceva il femminismo” mi sembra una frase tagliata un po’ con l’accetta, ma su questo non sono molto preparato; però dire che “gli Stati Uniti non avevano praticamente conosciuto la lotta di classe e il socialismo” non sta né in cielo né in terra: è un luogo comune che per fortuna, anche in Italia, studiosi come Portelli, romanzieri come Evangelisti e testi come quelli di Brecher sull’IWW o di Howard Zinn hanno contribuito a sfatare, sono storie conosciute anche (forse soprattutto) per la musica, da Woody Guthrie a Billy Bragg a Pete Seeger a Bruce Springsteen.
      Scusa ma ci sto un po’ in fissa… 🙂

  6. rho ha detto:

    @thisishooverville =D linkavo solo per quel riguarda differenze tra diverse istanze all’interno del femminismo. Il resto non l’ho preso proprio in considerazione. Per gli anni ’70 credo si riferisca all’introduzione del termine “Women’s Liberation Front”, che più o meno si fa coincidere con la “second wave” (un tipo di descrizione delle diverse fasi, sia storicamente che come contenuti, è quella della divisione in first, second, third wave rispettivamente dal 19° a inizio 20° secolo, tra i ’60-’80 e dai ’90 ad oggi) Per farsi un’idea generale si può dare un’occhiata qui: http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_feminism. Per i link, semplicemente nn ho tempo di cercare fonti più accurate o vicine a me nella lettura delle cose. Era tanto per grandi linee, se si vuol cercare, uuuhhhhh! se ce n’è di roba!!! =)

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