Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

La Via Sacra verso Monte Cavo – alla ricerca del wilderness

Proprio ieri, un’amica che tiene una rubrica sulla rivista che pubblico, sulla quale mi ha recentemente citato in forma anonima, si chiedeva utilizzando un social network dai prevalenti colori bianco e azzurro: “Ma perché vanno tutti ai Castelli?”.

Già, dato che dirigendosi in una domenica mattina non troppo presto verso la strada provinciale 217, meglio nota come via dei Laghi (una tra le strade con il maggior numero di morti in Italia, mi dice Wikipedia prima di scendere da casa, appena dopo il più simpatico ilmeteo.it, che mi avverte che non dovrebbe piovere) si trova un traffico se non degno dell’ora di punta su una consolare, quantomeno di un’ora tranquilla su una consolare. Livello che per una strada della ex campagna romana è allarmante.

Comunque, il fatto che oggi si tenga la sagra dell’uva di Marino, quella di nannì, nannì, dovrebbe avere la sua influenza (e forse il fatto che questa sia la strada del vino dei Castelli, oltre che quella delle fraschette, potrebbe avere la sua influenza sulla statistica menagramo). Prendo questa strada dal Grande Raccordo Anulare, uscita 21 ovviamente sbagliando percorso un paio di volte e allungandolo notevolmente. Poco male, passo anche da Castelgandolfo dove vigili e protezione civile mi fanno fare inversione perché la strada è chiusa, c’è la mezza maratona dei Castelli romani – mezza perché tra porchetta, coppiette e romanella vojo pure vede’.

Monte Cavo la conosco dai tempi in cui facevo lo speaker a Radio Onda Rossa, quando mi avevano insegnato a rispondere: “Eh ma quello dipende da monte Cavo” quando qualcuno si lamentava perché la radio non si sentiva. Terra di tralicci e ripetitori, usata da noi che facevamo le battaglie contro l’elettrosmog. Come funzioni un segnale radio poi, per saperlo c’è Wikipedia, sempre lei; all’epoca non c’era e quindi quella frase non sapevo certo che voleva dire, ma comunque troncava tutti i discorsi.

Venendo dalla via dei Laghi, comunque, al km 12, a una rotonda (altezza ristorante “La Foresta”) si gira verso sinistra, direzione Rocca di Papa – nell’altra direzione c’è Ariccia. Dopo un paio di chilometri di tornanti sulla destra c’è uno slargo su cui si apre una strada carrozzabile con un gabbiotto e una sbarra con lo stop. In altri tempi vi si pagava un pedaggio, invece ora è transitabile gratuitamente; io preferisco parcheggiare e farmela a piedi.

Semplice strada d’asfalto con buche, che in meno di 5 chilometri porta sulla vetta del monte Cavo (circa 950 metri). Si incrocia un bel po’ di gente, molti con il cestino per i funghi. Mi ricordo che l’ultima volta mi ero detto di portarmi una scatola per raccogliere le more e non mi sono ricordato, ma comunque di more non è che ce ne siano molte. Raccolgo un po’ di castagne nel riccio, che tolgo a mani nude pungendomi un po’. Piccole piccole, sarà la varietà oppure perché non sono ancora mature? Le assaggio quando torno a casa, il gusto lapposo mi fa propendere per la seconda ipotesi. Comunque devo prendermi un coltellino svizzero.

La Via Sacra

La Via Sacra

Dopo circa un chilometro e mezzo in salita, si apre la Via Sacra, basolato di epoca romana che segna quasi tutto il percorso tranne brevissimi tratti in cui è stato rimosso, anche per le radici cresciute troppo. Un cartello dice: “Benvenuti nell’area archeo-naturalistica della Via Sacra: la via dei Canti Latini”. Sarà che ho letto Le vie dei canti di Chatwin, mentre ero in Australia, ed è uno dei più bei libri che abbia mai letto, ma la definizione mi incuriosisce parecchio. Peccato però che nessun cartello spieghi il perché questa Via venga chiamata così, la storia, niente. Benvenuti e basta.

Il percorso vero e proprio inizia qui ed è segnalato da strisce bianche e rosse evidenti, anche se non ce ne sarebbe bisogno, i chiangoni di pietra lavica a segnare la Via basterebbero.

La strada è davvero agevole, non si può nemmeno definire sentiero e non c’è mai una mezza possibilità di sfracellarsi, il che rende la passeggiata per certi versi anche piuttosto noiosa. Il mio itinerario segnala “utilissime” tabelle che illustrano le piante caratteristiche del bosco: tiglio, agrifoglio, nocciolo, biancospino, pungitopo, caprino bianco sono quelle che ho visto io. Sarebbero pure utilissime e sono d’accordo (lessi su un libro che poi mi sono pentito di non aver comprato, di Fulco Pratesi, che dovrebbe esistere una cultura generale su alberi e animali; una persona di media cultura si vergognerebbe di non saper riconoscere un quadro di Van Gogh o versi di Leopardi o la V di Beethoven, ma difficilmente sa distinguere una betulla da un ciliegio). Solo che la maggior parte dei cartelli sono sbiaditi e praticamente illeggibili. Al che, mi sono ricordato di aver letto recentemente sul Corriere della Sera che l’Agenzia Regionale Parchi del Lazio ha 868 dipendenti. Dopo aver visto un albero che stava lì lì per sradicarsi e finire sulla Via, e un altro invece che la tagliava a metà dopo essere già caduto, mi sono chiesto, non ci potrebbe essere qualcuno di questi 868 che una volta all’anno si fa il percorso dei sentieri per segnalare quello che non va? Poi controllo meglio e vedo che degli 868, 327 sono dirigenti. Vabbè.

In ogni caso, oggi ho imparato come è fatto un nocciolo e ho deciso di fare anche il maestro bravo che prende alcune foglie per poi farle vedere, disegnare e fare il cartellone ai bambini in classe. Mocciosetti.

Lago di Nemi e lago di Albano da Monte Cavo

Si prosegue ancora un po’, incrocio diversi in mountain bike, una piccola cappella della madonna (che se chiunque altro piazzasse una costruzione di cemento, sia pure piccola, e lo dipingesse tra l’altro di celeste acceso piazzandolo in mezzo al bosco, verrebbe distrutta; se però dici che è per la madonna, ok, e ottieni pure il restauro dell’ente parco dei castelli romani, con tanto di targa del 1975 – una volta avevo letto che indossare indumenti sgargianti può limitare l’esperienza di wilderness altrui, e io sono d’accordo, perché molte robe da trekking sono fosforescenti?) e dopo qualche tornante c’è un belvedere da cui si osservano, bellissimi, i laghi di Nemi e di Albano. Peccato che oggi ci sia parecchia foschia e si veda poco, però i due laghi vulcanici ravvicinati in un unico colpo d’occhio valevano da soli la scarpinata.

Qui la Via Sacra finisce dopo poche decine di metri e si torna sulla carrozzabile, che arriva dopo un paio di chilometri in cima. L’esperienza di wilderness qui comprende monnezza varia ma rigorosamente vintage (lattine di bibite – Fanta, Aranciata Sanpellegrino, Chinotto Sanpellegrino – con design risalente almeno alla metà degli anni ’90; videoregistratori aperti a metà con VHS “Hard at work” inclusa; cartelli stradali con dicitura ACI 1967 utilizzati come poligono di tiro).

Panorama da Monte Cavo

Su, oltre all’ex convento dei passionisti in ristrutturazione con finanziamento delle Distribuzioni Italiane Audiovisive, non c’è nient’altro che tralicci e ripetitori, alcuni con filo spinato e cartello militare “sorveglianza armata”, anche se non c’è nessuno. Un cane libero e all’erta però mi convince a invertire il passo e ritornare indietro.

Pranzo all’osteria La Capannina di Castelgandolfo, direttamente sul lago, roba onesta (buon mezzo chilo di pane di Genzano, misto di porchetta, salumi, formaggi e sottoli, Peroni da 66, caffè) con prezzo leggermente troppo alto, 17 euro e 50. Fosse stato 12-13  euro magari sarei stato più soddisfatto della giornata.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...