Lettera a una licenziatrice

Spettabile Giulia,

di lei conosco solo il nome e un incarico, ha diretto un Centro Estivo per bambini a Roma. Abbiamo in comune il lavoro che ha nel suo caso e nel mio a che fare con i bambini, io infatti faccio il maestro elementare. Non so se il suo incarico la faccia entrare in contatto con loro o ha soltanto mansioni organizzative. Ma sto divagando e non è per questo che le scrivo.

Ha mai sentito parlare dei sei gradi di separazione, quelli che unirebbero tutte le persone sulla faccia del pianeta? Tra me e lei ce n’è solo uno, o meglio una: conosciamo entrambi Giusi.

Solo che la conosciamo in modo a dir poco diverso: Giusi è una mia amica, mentre per lei è una delle operatrici con cui ha lavorato questa estate.

Non lo so come lavoravate, se andavate d’accordo, se lei è giovane o anziana, se avete avuto screzi oppure no. So che oggi lei ha fatto piangere Giusi e questo non glielo perdono, ma non è questo il punto.

Lei ha detto a Giusi che non conosce il mondo del lavoro e Giusi le ha risposto che lavora da quando aveva diciotto anni, con un curriculum che non si riesce a tener stretto dentro due pagine e con competenze che spaziano su più campi. Così lei ha risposto che Giusi era arrogante nel tirar fuori questa spocchia nel parlare di sé e Giusi le ha risposto che è stata lei per prima a parlare sul personale. Poi lei ha detto che Giusi non doveva prendersela con lei ma con chi le permette di licenziare, assumere, licenziare, pagare meno del previsto, non dare condizioni chiare, licenziare senza preavviso. E qui Giusi non le ha detto molto, ha voluto solo andarsene prima possibile. Forse ha pensato che se stava un altro po’ rischiava di perdere la pazienza e di reagire in maniera scomposta. Forse pensava che in fondo lei ha un po’ di ragione, ci sono leggi, pratiche, teorie economiche che supportano quello che lei, in piccolo, ha messo in atto oggi verso Giusi e sarebbero queste quelle contro cui prendersela. Ci si sono scatenate guerre in nome di questo principio.

Così Giusi se ne è andata, probabilmente arrabbiata, con lei, con se stessa, con la società, con i movimenti sociali che non risolvono la situazione delle persone ma nemmeno riescono a fare un po’ di rumore su quello che succede.

Io però non sono d’accordo e penso che lei forse non è tanta brava nel suo lavoro. Perché io ho visto Giusi lavorare e ho lavorato con lei e se dovessi gestire un centro in cui far stare bene i bambini, far sì che non succeda loro niente di male, rassicurare i genitori, far funzionare il coordinamento tra gli operatori, non farsi scoraggiare quando qualcosa non va come previsto, far fronte alle situazioni di scarsità con l’inventiva, una lavoratrice come Giusi non me la farei scappare.

Ma probabilmente il fine e gli obiettivi che lei persegue nel suo lavoro sono altri e in questi fini e questi obiettivi queste capacità non hanno tanto valore, probabilmente lei invece è brava nello svolgere i suoi compiti. Non con professionalità ed eleganza, quantomeno, se non riesce nemmeno a gestire una situazione ordinaria come la liquidazione di un’operatrice senza trascendere. Ma non è questo il punto.

Il punto è che si lavora con uno scopo. Ho visto Giusi gestire situazioni in cui c’erano centinaia di persone e le venivano richiesti almeno quattro o cinque interventi contemporaneamente, nell’organizzazione, nella logistica, nella comunicazione e anche nella manovalanza; l’ho vista prendere in mano situazioni in cui nessuno si assumeva la responsabilità di prendere decisioni e agire concretamente e mai prendendosi il carico del lavoro da sola, ma facendo sì che tutti dessero il giusto contributo e collaborassero; ho visto Giusi creare intorno a sé una rete di relazioni, contatti, incontri che stabilivano progetti che molto spesso venivano realizzati, avendo in mano poco se non delle idee e delle capacità, e realizzandoli miglioravano di molto la propria vita, perché si creavano affetti e relazioni che avevano in comune un fare insieme di cui spesso Giusi è stata elemento fondamentale.

Mi dirà che queste capacità hanno poco a che fare con il mondo del lavoro. E allora ricostruiamo il senso delle parole: lavoro, senza scomodare il significato in fisica, è l’azione che uno o più individui esercitano per dare un valore aggiunto a una realtà preesistente. Cioè, col mezzo del lavoro, si fa qualcosa di più o di meglio di quello che c’era prima. Il prodotto di questo lavoro può essere poi utilizzato o scambiato, innescando processi economici. Ho visto fare questo a Giusi migliaia di volte e non parlo della qualità del suo lavoro perché vorrei essere oggettivo.

Il mondo del lavoro non esiste. Non esiste un lavoro separato da ogni altro aspetto della vita. La stessa proposizione di una sua esistenza è il segno evidente dell’artificiosità e della falsità basata su castelli di parole ingannevoli che ogni giorno vengono innalzate e costruite ad arte, in una malevola arte che non porta benefici.

Giulia, lei ha detto a Giusi che anche voi avete i vostri problemi. Li immagino, ma non è un problema mio né un problema di Giusi, e però i suoi problemi diventano problemi di Giusi che viene licenziata e quasi mai avviene il contrario. Le dicevo che non ero d’accordo. No, non sono d’accordo che anziché prendersela con lei Giusi avrebbe dovuto prendersela con altri, con la società, con il sistema. Facendo intendere che lei è da questi legittimata ad agire come agisce.

Non è legittimo rinviare di mesi i pagamenti, non essere chiari su quanto ammontino, non è legittimo soprattutto insultare una lavoratrice che si arrabbia perché si è sentita presa in giro. Dovrebbe essere il suo lavoro gestire questo tipo di situazioni, dopotutto. E comunque, potrà essere legale, potrà essere normale, ma non è legittimo. Legittimo è qualcosa che viene considerato giusto e lecito dal senso comune dominante. Chieda un po’ in giro: nessuno pensa che sia giusto non avere di che vivere del proprio lavoro e, sulla base di una situazione di mercato sfavorevole, poter vivere tutte le più umilianti situazioni lavorative che vent’anni fa nemmeno potevamo immaginare, per quanto paventassimo scenari da brivido. Si pensa che vada così per uno strano scherzo del destino, per una congiuntura economica, o semplicemente avviene come avviene il temporale o come arrivano le zanzare e bisogna accettarlo, ma pochi pensano sia giusto.

Ognuno di noi ha in mano una scelta e anche lei. Si è messa contro di Giusi e questa è solo una della microfisica di azioni quotidiane che le fanno scegliere fini e obiettivi che contrastano il comune sentire, che fanno star male le persone anziché bene, che creano infelicità mascherata da conti economici chissà quanto trasparenti poi. Non ha creato niente, non ha migliorato niente. Ha distrutto del lavoro. E ora la vada a trovare una come Giusi, una delle migliori lavoratrici che io conosca. La dignità di Giusi non è intaccata per niente, la conosco io e la conoscono tantissime persone che hanno lavorato con lei.

Ma immagini soltanto per un momento che cosa accadrebbe se saltassero tutte le convenzioni sociali che la tengono inchiodata al ruolo che ha ora: quali capacità potrebbe mettere in campo, che cosa saprebbe fare? Fuori dal suo, dal vostro mondo del lavoro, le vostre chiacchiere quanto valore hanno?

Ma non è questo il punto. Dirà che sto sognando e forse è vero. Ma tornando alla realtà, lo faccia questo esperimento e provi a chiederlo a chiunque, al barista da cui prende il caffè, al tassista che l’accompagna, alla giovane bigliettaia del cinema, al commesso di Feltrinelli da cui comprerà tanti libri, al ragazzo della tipografia che le stampa i volantini per il centro estivo, chieda cosa ne pensano, di una responsabile che al momento di pagare un’operatrice, e pagandola meno del previsto, non trova niente di meglio che attaccarla e farla uscire dall’ufficio sconvolta.

Il verdetto sarà pressochè unanime: stronza.

 

 

Sinceramente

Luigi Lorusso

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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3 risposte a Lettera a una licenziatrice

  1. Pingback: Referenze « Note Briganti

  2. Giusiana ha detto:

    Da stampare e portare in tasca, come promemoria. Grazie ancora.

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