Sciopero

Domani parteciperò allo sciopero generale. Uno sciopero generale indetto da diversi sindacati, tra cui sindacati di base che sciopereranno per 8 ore e la Cgil, che sciopererà per 4 ore. Nessuno sciopero è stato invece indetto dalle altre due principali organizzazioni sindacali italiane, Cisl e Uil, che nel pomeriggio hanno ricevuto la visita di alcune persone che hanno lanciato uova ed esposto lo striscione “Cisl e Uil servi dei padroni”, all’interno della loro sede, per poi lamentarsi di attacco squadrista, non ricordo bene se hanno detto anche fascista.

Partecipare a uno sciopero non è, per me, solo non recarsi al lavoro. Non è un “non fare”. Certo, domani i miei alunni rimarranno probabilmente a casa, non disegneremo insiemi alla lavagna da poi ricopiare sul quaderno, con i rettangolini precisi, mi raccomando, larghi 8 quadretti e alti 12, da fare col righello sennò vengono tutti storti, poi non andremo a mensa, non li farò mettere in fila e non dirò loro di girare i bicchieri per passare a mettere l’acqua, nessuno distribuirà il pane e non andremo in giardino a fare ricreazione anche se è una bella giornata, non torneremo in classe a chiacchierare per capire se lo squalo, la tigre e il leone che mangiano gli altri animali sono cattivi oppure no e poi non andremo tutti di corsa in palestra, velocemente perché finché ti togli le scarpe, ti allacci le altre e quelle Superga viola che non entrano mai, fai giusto in tempo a fare un paio di giri con i diversi ritmi, da 1 a 5 finché stop e prendi birilli, cerchi e asta per fare il percorso, che devi andare via. No, domani tutti a casa e fa niente che ginnastica si fa solo una volta alla settimana, sarà per la prossima, che il maestro domani fa sciopero e ha fatto scrivere l’avviso sul quaderno che non si assicura il regolare svolgimento della giornata scolastica, e lui l’ha detto che quando fa scrivere l’avviso è perché lo sciopero lo fa, così i genitori capiscono e fanno restare i bambini a casa, e mica gli ha dato la fotocopia, no, gli ha fatto scrivere quell’avviso lunghissimo con tutte parole difficili che per scriverle, in prima, ci mettono mezz’ora e quello che finisce prima dice “e ora che faccio?” e si scoccia che gli dice “aspetti che finiscano gli altri”, che c’è sempre quello che si incanta e poi a volte il maestro perde la pazienza e li chiama pure lumachine o certe volte si arrabbia proprio perché c’è quello che non ha nemmeno iniziato, finché alla fine prende e glielo scrive lui che ci mette mezzo secondo. Che però poi gli dice pure che lo sciopero non è la festa, non è come domenica, ma si fa perché alcuni sono arrabbiati e fanno una protesta, che è come se io a loro gli dicessi “adesso fate cinque schede di matematica e in palestra non ci si va e il giardino lo saltate per una settimana, perché comando io e decido io” e allora gli dico che se io gli dico così senza motivo allora loro fanno bene a dire “no, non è giusto” e allora si fa una protesta.

Però domani non me ne vado a fare la protesta con gli altri maestri e le altre maestre, ma con ragazzi e ragazze che sono tanto più piccoli di me e alcuni avranno pure l’età di quelli che sono stati i miei primi alunni, bambini e bambine fino a pochi anni fa, che sentivo parlare oggi sull’autobus e si davano indicazioni su che fare se succedono i casini, “non scappare che è peggio e poi se la pigliano con te, pensano che sei stato tu”, la polizia, credo.

Starò con loro, perché ho imparato in questi anni che è vero quello che si diceva, che non puoi stare bene se non stanno bene anche gli altri e la mia è una generazione ormai troppo lunga di gente che non sta bene, non per una finanziaria o una spending review o una manovra in più o in meno ma per un intero sistema che ha prodotto la nostra stanchezza ormai cronica, il nostro disincanto, il nostro scorrere di agende sempre troppo piene o troppo vuote, e la mia vita è fatta dei pezzi sparsi di chi mi è vicino, di chi a furia di nominare il futuro si è resa conto che il tempo è passato e si rende conto solo ora che è tempo di pensare al presente, di attese di svolte che portino al prossimo anno, poi al prossimo mese e via via fino a domani, subaffitto, part-time e ovviamente tutto a nero, oppure due lavori per fare uno stipendio o ancora vite avventurose, tra occupazioni e proteste che a volte ci scappa pure un po’ di galera, e quei quaranta ormai più vicini dei trenta, oppure passati da un po’, che a volte ci pensi e tante volte meglio di no, e io me ne faccio peso, cerco soluzioni come sono abituato a fare e aumento le rughe sulla fronte che non sono come quelle degli zigomi, di chi è abituato a sorridere che pure ce le ho.

Domani sto con quelli che lo sciopero neanche lo possono fare perché per fare lo sciopero un lavoro ce lo devi avere e non ce lo hanno perché è troppo presto oppure è troppo tardi o è troppo buono o è troppo cattivo e insomma il lavoro non c’è, anche se mi guardo attorno nella città e penso che troppo lavoro ci sarebbe da fare per farla essere un po’ meno mostro di quella che è. Perché ci vuole forza per dire che bisogna cambiare tutto e non solo un pezzo, per essere sempre e comunque contro perché sai che un po’ meglio a volte vuol dire solo che è sempre peggio e non è un paradosso se pensi che tutto ciò che hai vissuto negli ultimi vent’anni è sempre e solo frutto di un paradosso. E i ragazzi forza ce ne hanno ed è facile capire da dove gli viene: guardano noi, e capiscono che così no, non ci vogliono certo finire.

Poi certo ritornerò lì tra i miei banchi a sudare e a parlare e se ci riesco pure ad ascoltare, che dopo lo sciopero poi si torna e si ricomincia e quasi sempre va sempre peggio, ma una scintilla, hai visto mai, e mica puoi sapere quello che succede se una farfalla sbatte le ali.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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