Agata

La mattina di Natale Agata si svegliò un po’ più tardi del solito. Nemmeno troppo, però. Aveva da preparare il pranzo per la sua numerosa famiglia. Tra figli, generi e nipoti non sarebbero stati meno di una decina a tavola, ancora doveva calcolare il numero preciso.

La sera prima avevano fatto tardi, anche se lei e suo marito non erano certo tipi da veglione. Da sua figlia, tra cena, brindisi e apertura dei regali, avevano fatto l’una.

Non erano ancora le nove e mezza, che aveva già messo sul fuoco il sugo per la pasta al forno. Ora, preparava le polpette e man mano ve le immergeva. Dava disposizioni a suo marito su come preparare i piatti degli antipasti. Da anni, il menù non cambiava mai, per ogni cerimonia, Natale, Pasqua o occasioni particolari.

Dalla pentola, l’odore del sugo si spargeva in tutta la casa. Suo figlio fece colazione ricavandosi uno spazio sul tavolo tra il tagliere e i vasetti di acciughe e sottoli.

Agata si fermava a tratti per rispondere alle telefonate di auguri. Persone che aveva sentito l’anno prima, promesse di rivedersi presto. Vere, mica ipocrite.

Suo figlio e suo marito uscirono e rimase sola in cucina. Non aveva ancora tanto da fare, poteva guardare un po’ di televisione, ma tanto la mattina di Natale che vuoi guardare, o la Messa o qualche vecchio film.

L’importante è potersi mettere seduta in poltrona qualche minuto, intanto che cuoce la pasta. Siamo ancora tutti qua. Tante altre famiglie hanno avuto dispiaceri. Noi ci siamo andati vicino, abbiamo sofferto, lottato anche. Ma è di nuovo Natale e tutti a chiedere le uova sode con il salame e l’alicetta avvolta attorno al burro. I dolci, almeno quelli, sono pronti da giorni. Basta toglierli dalla vista, nella stanza grande, sotto chiave.

La pasta è da scolare a mezza cottura, ché poi continua a cuocere in forno. Mescola bene con il sugo, poi tutto nella teglia, già oleata. Spolvera con il parmigiano, uova sode a pezzetti e fette di scamorza ben distribuite. Ma non sono abbastanza. A cucinare per dodici è sempre difficile regolarsi sulle quantità, anche se Agata ci è abituata. È quasi l’una, deve infornare. Prende un’altra scamorza dal frigo, c’è solo quella affumicata, va bene lo stesso. Taglia a fettine sottili con il coltello da bistecca, direttamente sopra la teglia. Trattiene a stento un grido quando si incide un pollice sinistro col coltello. Deve aver preso un capillare, è uscito subito un fiotto di sangue, quasi a zampillare. Continua a uscirle sangue che si versa tutto sulla pasta. Senza pensarci, passa il pollice per tutta la larghezza della teglia, a far gocciolare sangue. Ben distribuito, anche quello.

Possono starci le polpettine, che male fa un po’ di sangue mio?” e le scappa da ridere da sola, ad Agata. Poi si mette un cerotto e inforna.

Neanche un’ora dopo, la sala è piena di voci, rumori di posate e bicchieri, grida di bambini. I volontari si alzano per aiutare Agata a fare i piatti in cucina. Come ogni anno, potresti dire chi prenderà il secondo piatto.

Buona, nonna”.

Ma com’è che a mia moglie non viene mai così?” sfotte un genero.

Agata, come al solito, prende solo mezzo piatto. Ha quasi dimenticato il suo incidente e il suo piccolo segreto e deve controllare i piselli per il contorno.

 

 

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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