In piazza

 

Certe volte le amichette di Francesca si mettono a giocare a campana in piazza, all’uscita da scuola. Lei però va di corsa che dice che mamma ha detto che devono mangiare presto che poi papà ha il turno alla Sofim, così si ferma al massimo un minuto da Bellitti che sta proprio a fianco alla Marconi, che compra il Liquirone che costa solo 50 lire. Che però con 100 si poteva comprare le Cicci Polenta, poi però mamma se ne accorge che puzza di formaggio e non mangia. Oppure la cicca lunga alla fragola, dove se esce la scritta “Hai vinto” ti danno un’altra cicca in omaggio, che a lei gliene sono uscite quattro “Hai vinto” una dietro all’altra e però il signore di Bellitti si è arrabbiato e ha detto che se voleva le dava il Liquirone, la cicca alla fragola che si vince non la ordinava più che non è che lui stava là a regalare le cicche.
La verità è che Francesca in piazza non si vuole fermare, che ci sta quel quadro gigante con tutte le vele che sembra una barca che lei si chiede sempre come è che non se ne va al vento. E ci stanno tutte quelle facce che sono tutte arrabbiate che sembra che vogliono uscire dal quadro e camminare veloce per strada e gridare e sopra a tutte c’è quella faccia gigante con la bocca aperta, che a Francesca le fa troppa paura, quella faccia senza il corpo che sta sempre ferma là pronta a gridare e non dice mai niente, che a lei sembra quella del quadro che ha a casa nonna, un quadro con una foto antica che sta sopra al lettone che lei non ci vuole dormire mai ma certe volte la mamma la lascia a dormire là e lei tutta la notte non chiude occhio perché sta sempre girata a vedere il quadro con la foto antica che hanno detto che è la foto dello zio che è morto alla guerra.
Un giorno però Mattea che abita nel palazzo suo l’ha presa in giro e ha detto alle altre amichette della terza che Francesca racconta solo chiacchiere perché non è vero che il papà va al turno perché tanto sta sempre a casa che sta in cassa integrazione e da casa loro si sente sempre che urlano lui e la moglie.
Francesca se ne è andata senza dire neanche una parola perché non si voleva fare vedere a piangere. Nemmeno ha visto che Sabrina, la cugina sua grande che fa la prima media è andata da Mattea e le ha tirato i capelli tanto che l’ha buttata a terra e le ha detto: “Tu ti devi fare i cazzi tuoi!”.
Lei è andata a casa di corsa che quasi andava a finire sotto una macchina, poi dentro ha trovato solo il papà che la mamma era andata al mercato e la sorellina stava all’asilo dalle suore che restano pure il pomeriggio e mangiano là. Quando ha aperto la porta il papà di Francesca stava ancora col pigiama, Francesca ha detto: “Ciao” in mezzo ai denti ed è corsa in cameretta e il papà è tornato in cucina a vedere la televisione.
Francesca si era messa sul letto a sedere a gambe incrociate, stringeva forte le coperte coi pugni che faceva tutte le pieghe e intanto fissava il pupazzo a forma di rana che aveva davanti, finché prende coraggio e scende dal letto, esce dalla stanza e piano piano si affaccia alla cucina che il padre nemmeno se ne era accorto.
“Papà”, dice con una voce che non sentiva nemmeno lei. Il papà infatti continuava a guardare la televisione, c’era un signore che faceva delle domande e il papà di Francesca diceva sottovoce le risposte.
“Papà”, ripete Francesca più forte e questa volta il padre si gira. Francesca si accorge che aveva la faccia con le spine, perché non si faceva la barba e così la pungeva quando le dava i baci. Però ormai aveva deciso di parlare.
“Che vuol dire cassa integrazione?”, chiede.
“Giusè!”.
Francesca riconosce la voce di sua madre gridare dalla strada. Suo padre invece sembrava immobile sul suo divano.
“Giusè!”, si sente di nuovo. Suo padre si riscuote e si affaccia al balcone.
“Aiutami a salire le scale che sto piena di buste!”.

Francesca sta in piazzetta con gli amici suoi seduti alle panchine che là c’è meno gente che li rompe perché stanno vestiti strani, coi jeans strappati o le camicie fuori dai pantaloni, che portano gli anfibi e sentono la musica dei fissati. Là poi può fumare le sigarette senza che nessuno la sgama, anche se quando fuma sta sempre attenta a vedere chi passa. È la fine dell’estate ed è piacevole stare all’aperto.
“Ma perché non te ne vieni pure tu a Roma? Che stai a fare qua?”.
Ogni volta Sabrina le attaccava la stessa storia.
“Neh, Sabrì, e mica possiamo essere tutti come te, io non ho mai avuto testa a studiare…”, le risponde Francesca.
“E chi ha detto che devi studiare? Te ne vieni a casa con me e paghiamo l’affitto a metà, un lavoretto si trova. Al massimo all’inizio chiedi un aiuto a zio, e che cavolo, non hai chiesto mai niente!”.
“Se non ho chiesto niente è perché non potevo chiedere niente, Sa. E poi mamma e papà se devono aiutare qualcuno aiutano mia sorella che lei è brava a scuola e già ha detto che vuole andare all’università”.
Francesca si rigira i braccialetti che ha al polso, poi si accende una sigaretta.
“E poi ora lavoro”, aggiunge.
“Sì, bel lavoro!”, sbotta Sabrina. “Francè, non mi fare incazzare!”.
“Non fare la snob”, interviene Mattea. “Mò perché stai a Roma ti sei montata la testa? La commessa al supermercato è un lavoro onesto, che c’hai da dire?”.
“Certo che è onesto, sono le 12 ore al giorno a 250.000 lire al mese che non sono oneste! Tutto a nero, ovviamente!”.
“Madò, e che credi che non lo sappiamo? Io e tua cugina ci spacchiamo la schiena ogni giorno, a caricare e scaricare sugli scaffali oppure a stare le ore in piedi alla cassa che ci dobbiamo ricordare tutti i codici a memoria, che poi se manca mille lire a fine giornata ci fanno un sacco di storie e le dobbiamo mettere noi, e devi stare a combattere coi vecchi che ti chiedono dove sta la salsa, tutti i giorni, che poi ti devono mettere la mano sul culo, ma che ne sai?”, dice Mattea, tutto d’un fiato.
“Ah, non lo so?”, risponde Sabrina. “Ci vuoi provare a portare le pizze a tre alla volta che ti ustioni il braccio e a correre tutta la sera che se perdi il ritmo poi i clienti sbroccano e il padrone se la piglia con te? A dormire alle tre e alle otto in piedi per prendere l’autobus, che segui la lezione sulla soglia dell’aula pigiata che nemmeno senti una parola, e poi ti mangi una cosa al volo e ti ritrovi a studiare un paio d’ore su una panchina al freddo che posto in biblioteca non c’è? E però il pomeriggio a riunione per scrivere il volantino ci vai, perché se non lotti tu contro ‘ste cose chi pensi che lo fa al posto tuo?”.
“Voi due è da quando eravamo piccole che vi appiccicate sempre”, dice Francesca ridendo.
“È che le voglio bene a ‘sta stronza”, fa Sabrina, tirando il ciuffo di Mattea, colorato di blu elettrico.
“Ancora con ‘sta fissa di tirare i capelli?” protesta Mattea. “E non ti è bastata quella volta?”, dice iniziando a fare il solletico a Sabrina, imitata da Francesca. Ben presto si ritrovano a terra, tutte e tre, rotolandosi una sull’altra.
Ancora con l’affanno, Sabrina, Francesca e Mattea sono appoggiate di schiena al muretto al centro della piazza, da cui escono delle piante incolte. Il muro però è curvo, quindi sono praticamente sdraiate per terra.
“Tu hai ragione che dici che ci sfruttano, Sabrina”, dice Mattea. “È che ci troviamo proprio come dice il volantino tuo, come in…”.
“Equilibrio precario?” suggerisce Sabrina.
“Sì, sì, proprio precario”, dice Mattea.
“Come un equilibrista, che se fai un passo sbagliato ti ritrovi col culo per terra”, completa Francesca. “E però che devi fare? Così è e così dev’essere, lo dice pure papà, dopo che ha fatto il comunista e l’operaio tutta la vita”, aggiunge, quasi tra sé e sé.
“Che mi tocca sentire, ‘sta rassegnazione, a 18 anni, nel paese di Di Vittorio!”, dice Sabrina, sbattendo le mani.
“Vittorio? E chi è Vittorio?”, dice Francesca.
“Madò, Francè, però pure tu!” le dice Mattea. “Tiè, accendi ‘sta canna che mò ti facciamo la lezione di storia”, aggiunge, passandole spinello e accendino.
“A proposito, ma ve lo ricordate il murale di Di Vittorio che stava qua in piazza?”, chiede Sabrina.
“L’hanno tolto quando hanno fatto i lavori… Boh, chissà che fine ha fatto!”, risponde Mattea.
“Cicileu”, dice Francesca, riprendendo un rito dell’estate precedente. “A chi la passo?”.

“Certe volte che ci vuoi fare, la fatalità… Poi tuo padre un po’ fumava, vero?”.
“Fatalità un cazzo, Mattea. E mio padre non si è mai acceso una sigaretta in vita sua. A casa se veniva un ospite e voleva fumare se ne andava sul balcone. L’unico schiaffo che mi ha mai tirato è stato quando mi ha scoperto le sigarette nella borsa. Tu non sai lo schifo che si respirava al reparto verniciatura. Ogni giorno, per 32 anni. Quindi non mi parlare di fatalità. E puoi pure continuare a far finta di non vedermi per strada, è meglio”.
Francesca era l’unica ad aver mai fatto vertenza nel supermercato dove lavorava. Da un giorno all’altro, dopo anni, le dicono di non presentarsi più. Altre ragazze, più giovani, potevano permettersi di lavorare a una paga che a lei non bastava più. Così si rivolse al sindacato. Trovò tanta solidarietà, e braccia allargate. “Se fai causa, poi non lavori più”.
Sabrina esercitava a Roma, ma per sua cugina poteva anche sobbarcarsi le trasferte a Cerignola.
“Ma per dimostrare il rapporto di lavoro devi avere delle prove, magari delle testimoni. Se foste più d’una a fare vertenza sarebbe più facile. Hai chiesto alle altre?”, le disse.
“Lascia perdere, Sa. Fatica sprecata”, rispose Francesca.
“Però devo avvertirti che ci saranno delle spese da anticipare e non è detto che vinciamo, anzi”.
“Mamma e papà mi aiuteranno” disse Francesca. “Hanno detto che è giusto”.
Neanche Mattea testimoniò in suo favore. Anzi, da allora non si fece più vedere. Ma incredibilmente, Francesca vinse la vertenza. Con i soldi ottenuti, frequentò un master in web design, e avviò la sua attività. Ora poteva anche permettersi un mutuo.
Dopo il funerale, Sabrina e Francesca passano la serata in un bar. Come spesso accade in questi casi, parlano d’altro, e di ricordi.
“Hai visto su Facebook che stanno facendo una petizione per il restauro del vecchio murale di Di Vittorio?” dice Sabrina, posando la sua birra sul tavolo in legno. È primavera inoltrata e si può star fuori, ma il vento in questa città cambia il tempo in pochi minuti.
“Pensa che da piccola facevo dei giri enormi pur di non incontrare lo sguardo di quel faccione… E ora è buttato in mille pezzi in qualche deposito comunale!”, dice Francesca.
“Qua ci siamo dimenticati tutti la storia, chi siamo e da dove veniamo. Per questo sono tutti aggressivi, uno contro l’altro. Basterebbe solo un po’ di gentilezza. E anche gratitudine, per chi c’era nel passato. E invece lo buttiamo in un magazzino con la roba vecchia, che non serve più”. Quando discute, a Sabrina vengono sempre le guance rossastre. In un altro momento Francesca ne avrebbe riso, ma non ora. Beve una lunga sorsata di birra e ne assapora il gusto sotto il palato, poi volge lo sguardo altrove.
“La gratitudine è per i morti”, dice.
Sabrina la guarda, interrogativa.
“Per chi non può più far niente”, continua Francesca. “Chi non ha più niente da dire. Chi vive, fa le cose, le dice, non perde tempo a cercare gratitudine o memoria. Per questo quel murale non è più là”, conclude.
“Altrimenti cosa farebbe?”, dice Sabrina.
“Camminerebbe con noi”, conclude Francesca.
Sabrina annuisce.
La mattina dopo, Francesca fa colazione con comodo, intanto con una sola mano invia sms. L’acqua della doccia le scivola addosso mentre resta con gli occhi chiusi. Con ancora i capelli umidi esce di casa. Per arrivare in piazza sono solo poche centinaia di metri. Si guarda attorno, la strada è animata, per un istante sente gli sguardi su di sé. Incontra facce amiche, una è Sabrina, ha un fazzoletto al collo, le si avvicina.
Francesca srotola la sua bandiera. È rossa, ha un nastrino nero sul manico di legno. Non ha simboli, solo una scritta, cucita nella notte, a lettere in corsivo, gialle: “Per mio padre, operaio e comunista, cerignolano”.
Francesca prende Sabrina sotto il braccio, le due donne iniziano a camminare, piano, tanti occhi ironici le fissano, due ragazzi si avvicinano, hanno la metà dei loro anni, Sabrina offre loro il suo gomito da intrecciare e camminano, lo sguardo dritto, un altro vecchio si fa un pezzo di strada, e camminano, un uomo che parla una lingua diversa dell’altra parte dal mare capisce però il segno dei colori e camminano, sono in dieci, undici, dodici, venti, due file di gente unita da un legame di pelle cammina, in piazza, in silenzio finché Sabrina grida: “In alto i nostri cuori, gente. È il Primo Maggio!”.
Francesca può finalmente sciogliere il suo pianto e mandare il suo saluto al cielo, col pugno stretto e alto su di sé.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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Una risposta a In piazza

  1. Bravo/a, mi piace la tua prosa. ripasserò a leggere altro.
    Ben Apfel

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