Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Dal Monte Tuscolo a Frascati

Considerazioni sparse: se decidete di fare un percorso, magari perdeteci anche dieci minuti per studiarvi la strada da fare in macchina. La vostra esperienza di wilderness subirà un duro colpo se per raggiungere il posto prescelto il vostro navigatore insisterà per farvi prendere l’autostrada anziché una semplice Tuscolana. Sapete quanto può essere petulante un navigatore vero?
Secondo. Tra chi cammina c’è secondo me un vago piacere nel disseminare difficoltà a caso per chiunque intraprenda i sentieri. Come dire, mica la puoi fare troppo facile. Il segnale bianco-rosso non è che lo metto su un tronco bello grosso che incrocia il cammino, no, lo metto su quell’arbusto un po’ distante, oppure su quella roccia che sporge per una ventina di centimetri dal selciato, giusto due strisciate di pennello, che sennò dà troppo nell’occhio, che vedrai magari alla terza volta che ripassi sullo stesso tratto. Oppure. Le indicazioni su quei begli itinerari che si trovano su internet o nei libri che non si sa mai dove trovare (alle edicole, di fianco agli stradari, oppure alle fiere della piccola editoria; in libreria pare brutto), lasciano sempre un alone di mistero, come quando dicono ad esempio: “si attraversa la strada asfaltata e dopo un po’ si prende uno sterrato”, mica si possono dare banali indicazioni come “a destra” o “a sinistra”.


Il camminatore deve trovare da solo le risposte a tali domande. Possibilmente in salita.
Si vede che non sono ancora a pieno titolo nella comunità di chi cammina: infatti a me piacciono molto di più quei banali percorsi ben indicati, con pannelli esplicativi (magari non in acciaio inox e multicolor), con un inizio e una fine. Delle robe che si trovano nei percorsi all’estero, gente che non ha voglia di faticarsi il cammino. Qui in Italia, te lo devi sudare il percorso.
Comunque. Da Grottaferrata, seguire le indicazioni Tuscolo sulla strada provinciale con un numero che non mi ricordo – che mica tocca dare indicazioni qui, eh – e parcheggio in area picnic.
Si sale su un breve tratto in basolato romano, chiamato “Via Sacra” sul pannello, che viene quasi il dubbio di essersi sbagliati e ritrovarsi sulla Via Sacra che porta a Monte Cavo, ma comunque il basolato finisce presto e ci si ritrova sul sentiero che porta alla collina del Monte Tuscolo. Che a scuola ci hanno insegnato che oltre i 600 metri si chiamano montagne, quindi, anche se ha tutte le caratteristiche del colle, chiamiamolo Monte come è giusto.
WP_20130707_006[2]Le querce e i pini sono spettacolari, ma quello che colpisce di più sono i verbeschi, WP_20130707_003[1]arbusti (piante grasse?) alti e nodosi che per la loro compattezza, pare che venissero usati come stoppini per le torce. Grandi farfalle che non fanno problemi a farsi fotografare, e cumuli di terra agitati a caso dalle talpe. Ci sono diverse persone in giro, gitanti in cerca dell’ombra e del tavolo sotto le querce, birra e carbonella, ciclisti in mountain bike, corridori e corridrici, vecchietti a far legna, persone che camminano come me. Tutti e tutte o quasi salutano quando ti incrociano e questa cosa mi piace ma non riesco bene, mi viene un “ciao” che rimane in gola, praticamente apro solo la bocca, metà.
Salendo il colle – ok, non mi viene di chiamarlo monte – sulla sinistra ci sono le rovine di un anfiteatro. Il pannello dice che è ancora utilizzato per “rappresentazioni teatrali e letterarie”. Sarà. A me sembra completamente circondato da recinzioni metalliche (brutte, ma brutte) e si vedono a malapena le gradinate e parte del proscenio. Quello che si vede sembra bello, ma è poco. E i pannelli scintillanti con gli acquerelli dei romantici e le citazioni di Goethe non servono a niente se quello di cui parlano è nascosto.
Com’è che in Italia dobbiamo dire sempre le stesse cose? Che le cose sono stupende ma non c’è nessuna cura, e che un panorama come quello del Tuscolo, fosse stato in Norvegia, avrebbe punti di avvistamento, mappe, cartoline, indicazioni, un punto informativo con un piccolo bar, ecc.?
WP_20130707_008[1]Sulla destra invece c’è una larghissima vallata dove si vedono buona parte dei Colli Albani, si riconoscono Monte Cavo di fronte (dalla selva di antenne radio in cima) e l’abitato di Rocca Priora. Si può anche provare a immaginarlo come parte della conca creata dall’esplosione del vulcano laziale. Qui la morfogenesi data da 500.000 a 30.000 anni fa.
Morfogenesi. Ho detto morfogenesi. Due esami di scienze geologiche non si passano mica per caso.
I colori sono quelli tipici dell’estate mediterranea: tutte le sfumature di verde possibile, vaste macchie di giallo. Pochi fiori che non si notano dall’alto.
È bellissimo si può dire? Dai, è solo una rubrica su un blog.
Si arriva fino in cima, non fa neanche tanto caldo, solo un po’ di atavica paura di quello che può nascondere il terreno e di fastidio per il continuo ronzio. Certo, non può essere solo cinguettio. Altra considerazione polemica (non si dovrebbe andare in campagna o in cammino per trovare la pace? Lo so, sono fatto così, ultima poi basta): in base a quale criterio paesaggistico mettere un’enorme croce di ferro arrugginito in cima a un colle (ops, un monte) è cosa buona e giusta?
Comunque, ecco, la orribile croce di ferro arrugginito segna la cima del Monte Tuscolo, 670 metri, dopo circa un’ora di cammino – cammino mio, io vado piano e mi fermo a guardare, sennò che sono venuto a fare?
Tutt’intorno, si spazia a 180 gradi – non 360, ché dall’altra parte c’è una specie di falsopiano – sullo stesso panorama di prima, e come prima merita l’ammirazione e lo stupore.WP_20130707_009[1] Qui c’era l’antichissima città di Tuscolo, prima di Roma, probabilmente etrusca, e qui c’era il castello dei conti di Tuscolo, distrutto da papa Clemente VI nel XIII secolo per chissà quali beghe. Non c’è rimasto niente, ma forse è meglio così.
Si ridiscende dallo stesso sentiero di prima, ma arrivati all’anfiteatro lo si costeggia andando dall’altra parte (“lo si costeggia” fa molto itinerario, come parlare in terza persona impersonale, “dall’altra parte” invece è una di quelle indicazioni che ci si potrebbe fare un’esegesi per capire di quale altra parte stia parlando il tipo – io comunque non mi assumo responsabilità) seguendo le indicazioni – toh, le indicazioni!
Il mio itinerario dice di seguire le indicazioni per l’eremo di Camaldoli, sentiero 509. Qui per Camaldoli non dice niente, parla di Frascati, Salomone qualcosa (colle?) e Rocca Priora, sentieri 501 e 502, mi pare. Seguo lo stesso. Si entra nel bosco, fitto come piace a me. Buio, da togliere gli occhiali da sole altrimenti non vedi più niente. Scivoloso, a tratti, sennò come le vendono le scarpe da trekking? (Servono, altroché. Occhio che ti sfracelli).
Prosegui per un po’ (“Che vuol dire per un po’? Non puoi dirmi quanto?” “No, non lo so. Un po’”), fino a girare a destra su un sentiero che si biforca in discesa e poi di nuovo a destra, anche se quei burloni di pittori di indicazioni bianche e rosse le avevano messe a sinistra, pensa un po’ che simpatici! Te ne accorgi solo dopo che rifai il tratto al contrario!
Quindi, arrivi con una discesa piuttosto ripida (sai già che dovrai tornarci su quel tratto, e sai anche che discesa ripida al ritorno diventa salita assassina) alla fine del sentiero, su una strada semiasfaltata. Da lì vedi un viale alberato con i sampietrini che porta all’eremo di Camaldoli.
Ora, io sentendo eremo di Camaldoli immaginavo il chiostro con i monaci che passeggiano con le mani dietro la schiena, i canti gregoriani in sottofondo, gli uccellini che cantano armonie melodiose e i prigionieri dell’inquisizione nelle segrete. Ma soprattutto, immaginavo il piccolo e fresco angolo ristoro con le bevande dei monaci, le marmellate, le birre, il miele, la cioccolata, come Tognazzi muto nel capolavoro “Straziami ma di baci saziami”.


Ma dopo la salita (“siamo ai trecento metri finali, in vista del traguardo, l’ultimo tratto è durissimo, il campione non molla, vuole guadagnare più secondi possibili, prenderà anche la maglia del Gran Premio della Montagna”) il portone è chiuso. Non si accettano visite turistiche né devozionali, dice il cartello. Quasi quasi busso. No, né turismo né devozione. Volevo solo sapere quanto pagate di IMU.
Torno indietro, la strada semiasfaltata continua dall’altra parte (va’ a capire quale) fino a sbucare sulla provinciale, via del Tuscolo, con tutti i villoni, i macchinoni e le microcar (meglio note come “macchinette del cazzo”).
Si attraversa A SINISTRA, NON A DESTRA, fino a via della Croce del Tuscolo, che scende giù per circa mezz’ora, superato un complesso residenziale si apre uno sterrato che dovrebbe portare fino a Villa Falconieri, in teoria la meta di questa seconda parte del mio cammino (la prima era fino al Tuscolo).
WP_20130707_012[1]Scendendo si apre sulla destra un’altra parte dei Colli Albani, quella che dà su Monteporzio Catone e anche sulla cupola dell’osservatorio astronomico. Dopo un bivio in cui si va a sinistra, c’è un altro quarto d’ora buono di cammino che costeggia un muro di cinta fino a uno spiazzo con un bellissimo arco in pietra con scritto “Falconibus” o qualcosa del genere, insomma fa capire che siamo nel territorio dei Falconieri – famiglia nobile romana, immagino.WP_20130707_013[1]

Il cammino prosegue con ruderi della villa che si alternano al fitto bosco.
Arrivati a Villa Falconieri, sorpresa: scopro che questo bel posticino è la sede dell’Invalsi, incubo ricorrente della popolazione docente italiana. Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione, credo, che quindi qui nell’arietta fine dei Castelli romani decide che cosa deve sapere un bambino o una bambina in seconda e in quinta elementare, poi alle medie, poi alle superiori. Una crocetta in più, gloria e soddisfazione. Una crocetta in meno, infamia e sventura.
Beviamoci su. Un’indicazione (un’indicazione!) dice Frascati h. 0.15, cioè a un quarto d’ora di cammino c’è Frascati. È quasi ora di pranzo e Frascati allittera troppo con fraschetta, perciò il percorso è obbligato anche se il ritorno a stomaco pieno sarà un po’ più lungo.
Effettivamente dopo pochi minuti si entra in città, giro un pochetto, pieno di “ristoranti tipici” ma il tempo delle vacche grasse è finito da un pezzo. Osteria dell’Olmo è fin troppo tipica, un vecchio e una vecchia col loro bicchiere di bianco, bello il posto ma non c’è niente da mangiare.
Soluzione di compromesso, piazza del Mercato, gastronomia coi tavoli, mortazza, formaggio, pizza bianca, olive e pomodori secchi, bottiglietta d’acqua e un bicchiere di bianco, 11 euro e 50. Non mi sono regolato, ma infatti la roba è pure troppa e me la porto via.
Ne farò merenda nel pomeriggio, mentre fuori fischia il vento e infuria la bufera.

Annunci

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
Questa voce è stata pubblicata in Trekking e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...