Segui quel sogno

bruce

Da Laspro numero 24 

Tra 50 giorni a piazza Plebiscito, Napoli. Nella geografia springsteeniana, dici Napoli e pensi: “Thanx Adele” (striscione quasi sempre presente nei tour italiani, riferito alla gratitudine nell’orbe terracqueo per colei che in un giorno del 1957 accompagnò un mitomane di otto anni a comprare una chitarra Takamine da 60 dollari, perché il giorno prima aveva visto Elvis all’Ed Sullivan Show e aveva detto a sua madre: «Io voglio essere come lui», donna che risponde al nome di Adele Zerilli, newjerseyana con genitori di Vico Equense); poi, Thunder road dal balcone (1997, tour dei teatri per The ghost of Tom Joad – nella gerarchia dei fans italiani, aver visto una tappa di quel tour dà un punteggio quasi pari a Zurigo ’81, tappa del pre-Born in the U.S.A. e quindi per veri fans della primissima ora); e infine, per vicinanza geografica, la sagra paesana del Palamaggiò di Caserta per il Seeger Sessions tour del 2006 (porchette, Peroni, quadriglie, po-po-poooo post-mondiale, la fiera della maglietta abusiva e parcheggio in lande spaziali della brughiera campana). 

Ognuna delle grandi città italiane, nella mia personale mappa di fan-atico, è stata indelebilmente marchiata. Torino, la scaletta più bella (Loose ends, Drive all night e Backstreets in una sola sera spazzarono via in poco meno di tre ore il luogo comune del: «Sì, ma le emozioni del concerto non hanno a che fare con la setlist»); Milano, 38 gradi, l’inizio con Summertime blues («Fa abbastanza caldo!?») e i 22 minuti che rischiarono di mandar bevuto Claudio Trotta della Barleyarts; Roma, la scaletta più brutta (Outlaw Pete, Working on a dream e Surprise, surprise, queste ultime due in fila, rischiano di frantumare la fede dello springsteeniano più ortodosso; con l’album Working on a dream del 2009 ho lo stesso rapporto sereno che ha Chicco Lazzaretti de I ragazzi della 3° C con l’incontro di calcio Roma-Liverpool); Firenze, il concerto più bello, l’acqua che ci siamo presi
E poi Oslo e la notte che non veniva mai, la scandalosa Londra che non si fila John Fogerty e stacca la spina, Dublino che si prende la rivincita sui maledetti inglesi, Amburgo in delirio per la Turchia agli Europei, Parigi dove a cantare The river sono solo italiani e spagnoli, Barcellona che se la crede una cifra ma ha i suoi motivi.
E Steve a fare shopping su via Po a Torino, che gli stringo la mano e gli dico: «Thanks for yesterday, thanks for everything» e mi fa: «Yeah, yeah, my friend», Mighty Max che esce con le buste della spesa da un negozietto a Dublino, Ed Manion e Charlie Giordano a spasso per Bergen dopo il concerto con la tuta da pensionati, Jon Landau turista a Perugia, che è lui che ci riconosce e ci saluta.
E la competitività, tra fan e con fan di altre specie («bello il concerto dei Radiohead, poi hanno suonato un botto, quasi due ore», sorrisetto di superiorità – «quanti concerti hai visto?», «mah, una quindicina, mi pare…», certo che lo so, sono diciassette e rosico solo che a ‘sto tour ne seguo due e non arrivo a venti).
Tutto questo ha un costo, anche abbastanza alto. Ad esempio, io vorrei sapere che ci ha fatto Bruce Springsteen con tutti i miei soldi. Non dobbiamo rendicontare anche le caramelle? Se sapessi che i miei soldi hanno pagato le forniture mensili di bandana per Steve Van Zandt, ci potrei anche stare. Magari potrebbe arrivarmi un messaggio stile adozione a distanza: «Caro Luigi Lorusso, grazie a lei anche questo mese i cavalli di Jessica Springsteen (figlia del Capo, ndr) hanno avuto la loro biada». Il fatto è che quando escono le date di un tour, il prezzo del biglietto è l’ultima cosa che si va a vedere – anche se solitamente, quando lo si vede, fuoriescono riflessioni sulla contraddizione, e sull’ingranaggio dello star-system, e sul capitalismo, le major, la crisi. Il tutto condito da una sana dose di bestemmie.
Perché sì, a volte lo pensi che devi solo tornare a casa, darti una lavata e andare a correre per strada, e il traffico della mattina è un fischio che piange e qualcuno si farà male, stasera, che quegli occhi che guardi sono un biglietto di sola andata per la terra promessa, che quel fantasma te lo troverai davanti quando vedi un poliziotto picchiare un ragazzo, che hai reso ricche persone solo perché si dimenticassero il tuo nome e preghi solo che quella pattuglia non ti fermi, ché hai da guidare tutta la notte solo per portarle un paio di scarpe e sei perduto da dieci, venti, venticinque anni e non hai un posto dove andare, perché un sogno è una bugia, se non diventa vero e anche se la promessa è stata infranta ringrazi per quel desiderio realizzato e non riesci a capire come mai alla fine di una dura giornata la gente trovi una ragione per credere.
Siamo cresciuti insieme. E quando Jake Clemons ha suonato l’assolo, quell’assolo, eravamo tutti lì a soffiare con lui, come eravamo tutti ad applaudire Danny, quell’ultima sera a Indianapolis.
And night and after night and after night and after night.
E non fa niente se mi dici che sono enfatico. E va bene se mi guardi ironico. Ok.
Basta che non mi freghi il posto per il pit.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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