Capannelle Serenade

Una strana forma di afasia.
«Com’è stato il concerto?»
«Eh… eh…»
«Bello?»
«Non puoi capire».
Convivo da tre giorni con questa forma di impotenza. Vorrei tanto, davvero, dire come è stato il concerto di giovedì, ma non ci riesco.
«Se ti dico che ha fatto New York City Serenade che dici?»
«Mah… mi passi il pane per favore?».
Perché voi tutti pensate che mi piglia quest’enfasi per qualche giorno e poi finisce tutto lì, nel mucchio dei ricordi, e che dopo ogni concerto l’ultimo è sempre il migliore e poi stai lì solo a vedere quand’è il prossimo tour.
Che io poi ora ne ha anche un po’ paura del prossimo tour, del prossimo concerto.
No, non è stato come gli altri, e non è stato semplicemente meglio degli altri. È stato un’altra cosa.
Premessa. Ci sono una serie di canzoni di Springsteen che, per un motivo o per l’altro, sono ricercate dai fan, quelle eseguite raramente, o meno conosciute. Credo sia anche per un motivo vicino al collezionismo o all’esibizione di medagliette, come il “quanti concerti hai visto, sei entrato nel pit, l’ho visto fuori dall’albergo”. Non che lo giudichi, questo, parliamo di passione e ognuno la vive come vuole.
Ma ci sono anche ragioni più genuine, una canzone che è legata a particolari ricordi, o che semplicemente piace di più e si vuol sentire dal vivo. Per me è Point Blank, e c’era anche Brilliant Disguise (fatta anche giovedì, tra l’altro). Ma da diversi anni, c’è anche la gara tra “pubblici prediletti”, per cui se a Stoccolma fa una scaletta clamorosa, o se a Barcellona fa dichiarazioni d’amore al pubblico e alla città o a Londra riserva l’onore del dvd live, gli italiani rosicano. E quindi cercano rivincite, tramite le richieste di canzoni preziose e quasi impossibili.
Fino a tre anni fa, Drive All Night. Poi, una volta eseguita (c’ero), New York City Serenade, con citazioni di statistiche e leggende per cui non la farebbe da decenni, la band neanche ricorda come si fa, mai eseguita in Europa, eccetera.
È un giochino, niente di grave. Che a me interessa relativamente. Non mi cambiava la vita, se faceva New York City Serenade (o NYCS, per sembrare ancora più scafati). Pensa che io ho desiderato per anni Born in the U.S.A., per dire, il pezzo che conoscono tutti, mica solo i fan adepti.
Poi inizia il concerto, e capita che faccia Roulette. Bum.
Poi Lucky Town. Bella. Steve suona, stasera.
Poi Brilliant Disguise. Ah. E qua cominci a colpire, dritto al bersaglio e fare male. Quante volte l’ho sentito questo pezzo, nel chiuso di una stanza, anche se non ero più adolescente, a contemplare i frutti della pena, quelli che portano gli amori finiti, e il dubitare anche di quello che si sa?
Occhi chiusi e comprensione di un legame forte che si crea con quel palco lassù. Non è divismo, non solo almeno. C’è sapere che certe parole, certi suoni e certi gesti riescono a entrarti in profondità e tirar fuori cose che nemmeno sapevi che ti erano riposte dentro. Brilliant Disguise è questo per me. Una costante lotta tra ciò che si è e ciò che si vuole mostrare, a se stessi e agli altri. Is that me, baby?
Passano un po’ di secondi, riapro gli occhi. Il palco è buio per un po’ e parte un giro di chitarra ben noto, che mi pare di aver già sentito dal vivo. Qual è? Ci metto un sacco a capire. È Kitty. Kitty’s back. L’ho già sentita dal vivo. Sì, l’ho sentita, non mi ricordo dove ma l’ho sentita. Invece no, scoprirò dopo. Poco importa. Per un quarto d’ora, la band ci dimostra come raccontare la storia di Kitty che torna in città, con più musica che parole.
Quanti sono, diciassette sul palco? Almeno una dozzina di assoli. Operazione noiosissima, solitamente. Qui, la composizione di un mosaico in cui ognuno porta un tassello.
Applausi, tanti.
Un pianoforte, una chitarra, Spanish Johnny drove in from the underlworld last night…
Sandy! No, che cacchio dico, come ho fatto a sbagliare, mi chiederò (tutti gli altri pezzi azzeccati alla prima nota, nella serata, eh). Incident. Incident on 57th Street, per essere completi.
Altro pezzo da The Wild, the Innocent & the E-Street Shuffle, secondo disco, 1973. Stiamo parlando di quarant’anni fa, e Bruce Springsteen, che faceva la spola in autobus tra New York City e il Jersey Shore, racconta le storie di strada che vede dal finestrino, o fuori dai locali e dai bar in cui suona, capellone e cantautore come mille altri. Niente proteste contro il Vietnam, però. Dizionari di sinonimi e contrari, troppe cose da dire per farle entrare in una canzone da tre minuti, sensazione di essere già vecchio a 24 anni, e la consapevolezza di essere uno di quei romantic young boys, che però ain’t got no money.
Chi altro racconta storie di papponi e prostitute? Mi viene in mente Fabrizio De Andrè, di sicuro ce ne sono mille altri. Ma qui vedo il fumo uscire dai tombini, i muri coi mattoncini rossi, la nebbia che sale. Li abbiamo visti in mille film, ed è strano pensare che Taxi Driver doveva ancora essere girato, magari c’è ancora Marlon Brando in quelle storie.
Questo pezzo finisce dove ne inizia un altro. Ed è così che continua la storia: quello spiantato ha avuta una grossa offerta da una casa discografica. Sì, raccontala a un altro.
Fermi.
Succede qualcosa.
È un vanto che abbiamo, che nello show non ci siano pause.
Però c’è qualcosa di imprevisto, scende dal palco e va tra il pubblico, prende qualcosa da uno lì in transenna, sembra quasi strapparglielo di mano, il tipo fa resistenza. Prende e porta su, c’è Steve a srotolare lì con lui. C’è scritto New York City Serenade. La fa.
Non ci sono urla da stadio, come mi ero figurato tante volte questa cosa. Chi non sa aspetta, chi sa non reagisce. Un minuto che non passa più, quelle mani coi bracciali d’argento che vanno sui tasti, veloci e duri. La paura che sbagli qualcosa, che rovini il momento. Io e altri cerchiamo silenzio. Roy è perfetto.
Chitarra e voce, ora.
I brividi. Viene da chiudere gli occhi ma voglio vedere.
Inizia il tempo piano, Max sa accarezzare, anche.
Billy è vicino alla ferrovia, qua ci sfrecciano gli aerei invece.
Luci accese, è un quadro antico. Archi.
Disegnano reti eleganti per la pescatrice.
È mezzanotte a Manhattan, ora, sai?
Lo sento, il pezzo. Lo sento che non me lo scordo. Lo sento che non era solo un pezzo in più. Lo avverto. Questa è una magia. Non ci sono mai stato a New York. Nel 1973 non ero ancora nato. Ma la storia è proprio quella che mi stai raccontando, è proprio il motivo per cui sono qui, ora, è quello per cui passo il tempo a inseguire storie, a provare quella sensazione che a volte hai afferrato qualcosa e ora è una lezione da imparare e io sarò un bravo allievo. La ricorderò tutta, ricorderò questi dieci minuti e sento che è tutto diverso, ora, anche se lei non prenderà quel treno.
Ma cammino a testa alta, oppure non cammino affatto.
Ho ascoltato il mio spacciatore, l’ho fatto, tutto il tempo.
E ora posso solo ritornare a respirare.
Il concerto dura ancora, un’ora e mezza, non lo so. È un’aggiunta piacevole, ma per me è finita là.
Nient’altro che mi potesse dare, niente più da chiedere.
Riportare tutto quanto a casa, da qui, Capannelle, Roma, 11 luglio 2013, a sempre.
«Com’è stato il concerto?»
«Eh… eh…».

WP_20130711_002[1]

 

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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