Aridatece Kay Sandvick

Nota acida su donne (e musica) in televisione 

«Ma perché a un certo punto Kay Sandvick diventò Kay Rush?»
«Ma che anno era la trasmissione di Portelli su Radio3?»
«Ma che davero?».
Tre domande a caso tra le tante che mi sono frullate per la testa ieri sera, mentre guardavo i venti minuti finali di una trasmissione su Rai 2 chiamata Leggende Rock (qui potete vederla, se proprio volete) che in teoria avrebbe dovuto parlare di Bruce Springsteen. E in particolare nei due minuti e mezzo di surreale intervista a Gianni Boncompagni (sì, è ancora vivo) in cui un’intervistatrice che continuava a pronunciare “Springsting” metteva su una simpatica gag in cui Boncompagni diceva di non conoscere questo Springsteen. Ovviamente ci si attendeva una sorpresa finale, tipo Boncompagni che alla fine si alza e si metteva di spalle alla telecamera con un cappellino rosso infilato nella tasca posteriore. No, rimaneva senza senso e inutile come tutta la trasmissione: un misto di incompetenza, pressapochismo, ignoranza e menefreghismo. Tutto, ma proprio tutto, a cazzo di cane.
Sì, quando si parla di Bruce Springsteen sono piuttosto sensibile, lo ammetto.
Però, alcune considerazioni vanno oltre, e la principale è: perché si sono scelte due conduttrici (già, non ne bastava una: tali Elena Ballerini e Perla Pendenza) molto belle, secondo canoni correnti e stereotipati di bellezza, ma che in maniera evidente non sapevano neanche di che cosa stavano parlando?
Mi è venuta in mente Kay Sandvick, conduttrice in tempi in cui c’era ancora la musica in tv: competente, sapeva parlare e introdurre bene gli artisti, fare interviste, il tutto in un buon italiano, pur non essendo madrelingua. Anche bella. Ragionando con gli schemi del 2013, mi dico che probabilmente se non fosse stata “anche” bella, pur con tutta la competenza, non avrebbe condotto un programma tv.
Ma il risultato concreto rimane: in vent’anni, per le donne in televisione, la competenza sull’argomento di cui parlavano è diventata, da requisito necessario ma non sufficiente, requisito totalmente irrilevante, almeno, per le donne “parlanti”, che restano comunque una minoranza in tv. Basta imparare un paio di cose, o meglio, leggerle dal gobbo, tanto il pubblico del rock, fan di Springsteen e quindi maschio ruvido e muscolare, vuole solo guardare una bella figliola tra un Born in the U.S.A. e l’altro (e l’eventuale spettatrice starà solo fremendo per il culo del Boss e sognando languida di ballare come Courtney Cox in Dancing in the dark – esempi tutti tratti da Born in the U.S.A., ovviamente, che oltre quello non si va).
Gli intervistati ovviamente tutti uomini: un fan con figlio, un paio di giornalisti, un produttore musicale (musicale, vabbè… di Vasco Rossi), un Boncompagni (no, ma davvero, che cazzo c’entrava!?), un dj.
Ma davvero c’è bisogno di “comunicazione di genere” per portare avanti il principio che a parlare di qualsiasi argomento ci deve essere qualcuno/a, donna o uomo, che conosca l’argomento di cui parla? Che dare il microfono a una donna perché “bella” ed esporla a magre figure (nonché agli improperi sessisti di chi non aspetta altro per riproporre il cliché dell’oca) è avvilente quanto l’esposizione di corpi dominante nelle televisioni e nelle comunicazioni di massa, ancora esistenti e ancora forti?
Evidentemente sì. Ed evidentemente ci sarebbe bisogno pure di qualcuno in Rai che gli dica che dai tempi in cui i Beatles venivano trasmessi come fenomeno di costume della “musica leggera”, su quella musica ci sono nate cattedre universitarie, studi accademici.
Pare che un certo Robert Zimmermann sia stato anche candidato al Nobel per la letteratura, per dire.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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