C’ho un rigurgito nazionalista

Col falafel ci voleva la birra, ma la scritta “halal” sull’insegna, là in quella traversa di via Giolitti, mi faceva immaginare che non ci sarebbe stata, in tempo di ramadan poi… infatti so’ andato di aranciata.
Non era buono, per niente. E il piccante era troppo piccante. Ma è stato un pasto proficuo, e quindi quel posto entra nella mia personale mappa con cui da circa vent’anni metto mentalmente le bandierine rosse sulla cartina di Roma, molto prima che esistesse o che si potesse anche solo immaginare Google Maps. Perché lì ho avuto un rigurgito nazionalista, sì insomma, ho pensato a Dante, alle Alpi, al mare, Roma, Venezia, la storia, i limoni, i mandolini, la pizza e tutto il resto.
La scena era questa: tavolini sparsi, un ragazzo africano, piccoletto, avrà avuto vent’anni, all’apparenza sfinito, per il caldo sembra, ricordando Luca che mi dice che gli africani si lamentano del caldo umido di Roma, e per il ramadan anche, capisco dalle frasi che si scambia con il pizzettaro-kebabbaro-falafelaro, insomma il tizio al bancone, arabo sui quarantacinque, barba curata e battuta pronta con tutti i clienti, che intanto sfida la coppia di innamorati seduti al tavolo, africani anche loro, a mangiare cose piccanti, ma loro declinano salutando e andando via mano nella mano e sorriso stampato in volto.
Il ragazzo cinese sta ordinando il kebab all’altro kebabbaro, indiano lui però, un po’ a voce un po’ a gesti, allora il ragazzetto africano si mette in mezzo e dice “do you speak english?” ma alla fine si capiscono e l’indiano può andarsi a fumare la sua sigaretta fuori, chiedendo da accendere al napoletano con la panza e la maglietta di Bob Marley che staziona davanti alla porta, che tira subito fuori uno Zippo d’altri tempi.
Un altro con la panza e i bermuda, tatuaggi col Joker e i quattro assi al polpaccio, ordina kebab con tutto, tanta cipolla tanto piccante, accento rumeno, mentre il viaggiatore milanese con trolley prende un mezzo pollo, ma senza scaldare che ha il treno fra poco. Un altro ragazzetto nero chiede cinque euro al tizio sfinito, perché è più sfinito di lui. Cinque euro, dice, non dieci, e quello glieli dà, col segno che vuol dire: “guarda che li rivoglio” e il tizio annuisce.
Non è che ci sono stato tanto, certo mangiavo con calma e non avevo alcuna fretta. Ma ho realizzato cos’avevano in comune tutte queste storie, queste persone e questi scambi: la lingua italiana. La mia lingua, quella che ho imparato da quando sono nato e che invece loro hanno imparato o stanno imparando, a un certo punto della vita. E ne sono stato orgoglioso, che fosse lingua franca tra cinesi arabi africani indiani rumeni e italiani e mi sono accorto di amarla, tanto, sia quando è usata dai poeti, sia quando resta viva, cambiando, accompagnando la vita, venendo usata, come in questo fast food halal pizza kebab di una traversa di via Giolitti, Roma, capitale d’Italia.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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