Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

La Via Francigena da Acquapendente a Bolsena

La coda tra le gambe, le pive nel sacco, il capo chino, le forche caudine. Ce ne sono di espressioni e di metafore nella lingua italiana per indicare la sconfitta, la Caporetto, l’ignominiosa fine di sogni di gloria, di ribalte e di platee. Ma nessuna di esse, credo, ha a che fare con ditoni di colore viola. Eccolo qua, invece, nel pieno del suo livore.
Come siamo arrivati a tutto questo? Partendo da Roma, zona Settecamini, in un venerdì d’agosto, zaino in spalla per raggiungere la stazione Ostiense. C’era stato un segnale poco propizio, la sveglia che non suona o che non la si sente, e quindi l’avvio ben oltre le ore 9. Già questo basterebbe per qualificare il partente come escursionista non ortodosso. Ma comunque si parte, treno per Viterbo, attraversata della città (“scusi per la stazione degli autobus?” “eh ma c’è da camminare parecchio” guardami, sono l’uomo che cammina, penso… meno di 48 ore e abbasserò questa cresta, oh, se l’abbasserò) e pullman per Acquapendente.
Con il pullman si passa attraverso tutta la Tuscia, si attraversa Montefiascone, mentre prima in treno si era passato da Vetralla, Sutri, e vicino Roma, superato il Cupolone, l’Olgiata e posti come Quattro Venti visti solo come stazioni metropolitane. Tutto quello che dovrebbe essere il percorso prefissato della Via Francigena, percorso definito e segnato in epoca medievale per arrivare a Roma e conquistarsi, dopo il duro pellegrinaggio, l’indulgenza plenaria, l’oltretomba in paradiso e un buffetto sulle spalle del prete, che dopo ti chiede l’obolo per le opere di carità. Parte da Canterbury, attraversa la Francia (da qui Francigena) poi la Val d’Aosta, il Piemonte, un tratto d’Emilia, la Toscana e l’Alto Lazio, qui dove sono io. Territori verdi e celesti, gialli e ocra, i colori degli alberi, del lago, dei girasoli e dei campi di patate.
Acquapendente è quasi il lembo estremo del nord laziale, l’accento è infatti uno strano miscuglio tosco-umbro-laziale, dove alle vocali trascinate e alle parole troncate si accompagna comunque il suono aspirato. D’Annunzio la descriveva come città non bella e un viaggiatore nordeuropeo sulla Francigena del ‘600 annotò: “Acquapendente: cattiva strada, cattivo pane, cattiva gente”.
Qui ho il mio primo impatto con l’ospitalità pellegrina – a proposito: nell’etimologia della parola non c’è alcun riferimento religioso, verrebbe da per agros, colui che va per i campi e arriva, straniero, o meglio forestiero. Casa del pellegrino presso la chiesa di sant’Agostino, c’è un numero di cellulare, viene un tipo in scooterino, stringe la mano, saliamo, questa è la cucina, questo è il bagno, questa è la chiave, il letto scegli quello che vuoi tanto non c’è nessuno, arrivederci. Wow. A malapena mi indica la cassettina per le offerte, rigorosamente libera perché tanto nessuno ti vede se e quanto metti.
Passiamo attraverso la serata con la Festa della Civiltà Contadina e Artigiana, il che vuol dire che per tutte le vie del paese si mangia, bastoncini fritti per stuzzicare insieme con un ottimo vino rosso dolce e poi buione di maiale e minestra di pane (“cos’è il buione di maiale?” “il maiale con un sugo fatto a buione” “e la minestra di pane?” “il pane con le verdure”) e che orde di ragazzi che non sembrano nemmeno tanto ubriachi cantano il karaoke a squarciagola, fino a notte più che inoltrata, anche sotto le finestre dei pellegrini che il giorno dopo devono mettersi in cammino.
WP_20130823_002[1]Acquapendente è bella, a dispetto di quello che dice D’Annunzio, e anche particolare, con più centri e non un unico luogo verso cui convergono tutti. La basilica del Santo Sepolcro, chiamata così perché la cripta interna ricalca quella omonima di Gerusalemme, il chiostro di san Francesco, la piazza centrale con la statua di Girolamo Fabrizio, acquese celebre, anatomista del ‘600 e amico di Galilei, la piazza del teatro Boni, notevole all’interno perché sembra una miniatura di teatro con la platea e gli spalti coi palchetti.
WP_20130824_002[1]Ma sono qui per camminare. La Francigena parte da via Roma, al centro del paese, e prosegue verso fuori sulla Cassia, giusto un tratto di statale e dopo qualche minuto si gira sulla sinistra, alla provinciale per Torre Alfine, dove c’è anche il museo del Fiore.
Stavolta sono riuscito ad alzarmi presto, e il sole ancora basso avanti a me disegna ombre che danno sul verde e sul giallo, e il gregge di pecore davanti sembra quasi zebrato. Il cane che le insegue e la coppia di pastori che lo chiamano e ci giocano. Sono in cammino, ora, e non c’è niente di meglio. Ho una mappa, sono partito da poco e già vedo avanzarmi sul percorso, va tutto bene. Si gira di nuovo e si va per i campi. Mais e girasoli sulla destra, fotovoltaico a sinistra. Il sole si sta alzando, poche nuvole lontane, ci saranno un 20 gradi, vado che è un piacere.
Perdersi sembra praticamente impossibile, i cartelli e le segnalazioni sono evidenti. Quello che mi colpisce di più è il campo di patate. No, non l’avevo mai visto, uno degli alimenti che uso di più, nel suo luogo naturale, lì buttato per terra, con quella terra che poi ritroviamo nei sacchi dei supermercati, astrazione dalla sua produzione.
Quando incrocio i contadini mi chiedo cosa pensino di questo che se ne va in giro negli stessi posti dove loro faticano, in ogni caso ci scambiamo il buongiorno, almeno con quello che sta sul ciglio del sentiero a far andare le pompe per il mais. WP_20130824_004[1]Neanche due ore di cammino e mi trovo già a più di metà strada con San Lorenzo Nuovo, il paese tra Acquapendente e Bolsena e che segna il momento della pausa. Il ritmo è buono, non fa caldo e non sono per niente stanco. Si fanno un altro po’ di giri tra i campi e si riattraversa la Cassia, ora bisogna svoltare e in lontananza vedo un gruppetto fermo, saranno contadini in pausa. Man mano che mi avvicino però riconosco che sono altri camminatori come me. L’istinto asociale si allarma e mi chiedo come faccio a proseguire da solo. Ma quando passo avanti viene naturale poggiare un attimo lo zaino e fermarsi a fare due chiacchiere. “Sei un pellegrino?” e non so cosa rispondere. “Cammino…”.
Viene naturale anche proseguire insieme. E chiacchierare, in lingua inglese soprattutto. Gruppo non numeroso ma eterogeneo e ben assortito. Ci si conosce subito, da queste parti e sì, è una cosa bella. San Lorenzo Nuovo arriva quasi in fretta, lunga sosta al bar della piazza ottagonale. Avrà qualcosa a che fare con i templari, penso. Costruivano tutto ottagonale, pare di ricordare perché forma intermedia tra cerchio e quadrato, e può essere che ha a che fare con l’alfa e l’omega? Boh.
Si riparte, il gruppetto di sei si divide tra chi va prima e chi dopo, tanto ci si rivede tutti in strada o alla fine, e ognuno va col suo passo, ché a stare al passo altrui si fa più fatica. Usciti da San Lorenzo Nuovo, le prime incertezze sulla direzione: un segnavia dice davanti, sulla strada asfaltata, un altro manda in giù, verso lo sterrato. Intanto, compare alle viste il protagonista di giornata: il lago, tanto grande che la riva di fronte si vede solo un po’ sbiadita e se non ci fai caso sembra quasi il mare, con le due isolette dentro come faraglioni. Ovvio, preferiamo lo sterrato e andiamo in giù, la strada è ripida. Sono i primi dislivelli, e mi accorgo che c’è qualcosa che non va: in discesa il piede tocca la scarpa e le dita fanno male, prima un poco, poi sempre di più. Avrò le scarpe troppo strette?
Primo tratto, arriviamo al segnale “Proprietà privata, attenti al cane”. Torniamo indietro, sempre sullo sterrato, un altro tratto, finisce in un campo e non prosegue. Al mio compagno di cammino, austriaco di Vienna, scappa un “Fuck!”. Sbagliare strada e mettere una mezz’ora di cammino in più in una strada già lunga di suo non è come sbagliare strada in macchina. Qui sono i piedi e le gambe che ne risentono. I miei di piedi, stanno lanciando segnali.
Ma non ci si può certo fermare, ritorniamo sulla Cassia e dopo poco certo che c’è la deviazione per i campi, ma è segnalata bene, con i cartelli marroni. Non ci si può perdere, il segnavia se c’è si vede, se non si vede bene vuol dire che non è un segnavia. Facciamo una pausa, siamo in due e ormai ci conosciamo quasi bene e parliamo del bello di viaggiare così, che non c’è da prenotare treni o aerei e le date del tuo viaggio te lo dicono i segnali del tuo corpo. Lo capirò fin troppo bene e capirò che il mio viaggio sarà corto. In questa pausa ci togliamo le scarpe, è sempre bene farlo, se possibile anche i calzini. Il piede deve respirare. Leggerò sulla guida dei miei compagni di viaggio: “Il piede è il vostro unico strumento. Necessita delle stesse cure e delle stesse attenzioni che riservereste a un’auto, una moto o una bici per ognuno di questi tipi di viaggi. State attenti ai segnali che vi invia e cercate di anticiparne le necessità”.
WP_20130824_006[1]Dopo un’altra pausa, siamo di nuovo tutti in gruppo. Senza volerlo, semplicemente seguendo il mio passo, mi ritrovo ora con l’uno ora con l’altro dei miei compagni di viaggio, ed è una nuova forma di cammino quella fatta con gli altri. Intanto il paesaggio è più vario, si alternano forme boscose, si aprono gli scenari del lago, passiamo da una cava di roccia vulcanica, rossa però, e ci sono diversi saliscendi.
Il piede mi fa sempre un po’ più male, rallento il ritmo, anche gli altri hanno vesciche, scarpe non adatte o altri problemi. Sono in cammino da giorni o settimane. Comunque si va.
Nuvole. Pioggia. Tiriamo fuori il poncho o il coprizaino, tempo di trovarlo nello zaino e quello che sembrava un acquazzone si riduce a quattro gocce – la pioggerellina fine fine che ti fracica ma che non ti va di aprire l’ombrello o di mettere il poncho in questo caso.
“Io vado avanti, tanto mi raggiungete che vado piano” dico. E infatti. Stando solo ascolto forse di più che mi fa male, mi fa davvero male il piede. Le scarpe sono strette e non c’è niente di peggio. L’arrivo a Bolsena non dovrebbe essere lontano, ma l’ultima ora non passa mai. Il lago è ora fisso sotto di noi, sulla destra, non più celeste ma grigio di nuvole che si annunciano cariche di pioggia, l’idea del bagno appena arrivati oramai sfuma. Si vedono le torri della Rocca Monaldeschi di Bolsena, ormai trascino i piedi tenendoli più in dentro possibile per non far sbattere la punta, ma così è come se portassi il corpo contemporaneamente avanti e indietro e faccio un doppio sforzo. Ma non è lo sforzo il problema, non mi sento nemmeno troppo stanco, anche se la ventina di chilometri ormai c’è tutta, è il dolore, quella di un piede gonfio che dentro quelle scarpe ormai minuscole non ci vuole stare più e preme per uscire e il sangue scorre veloce nei capillari e preme.
Arriviamo a Bolsena, scalinate per scendere ancora d’altitudine e ormai ogni passo è una tortura. Non ce la faccio più, sto per fermarmi, non lo so neanch’io ma riesco a stare dietro agli altri, coraggio, siamo arrivati, un passo alla volta, uno dietro l’altro, quanti ne mancheranno, cento, cinquecento, mille?
Le suore, mai desiderate tanto delle suore in vita mia, sono quelle del Santissimo Sacramento e ho così dolore che non mi viene nemmeno da bestemmiare, benvenuti, benvenuti, siete stanchi? Vi porto l’acqua, dopo potete andare a fare la confessione e la comunione, se andate sul luogo del miracolo c’è l’indulgenza plenaria, mi date i documenti per favore, sì la carta d’identità va bene, l’offerta è libera, se volete dare dieci euro ma come volete eh, sì ma ci fai andare sui nostri stracazzo di letti che c’ho un piede che va in cancrena cristo santo, e cosa cazzo mi viene in mente di chiedere se santa Cristina è la figlia di santa Brigida, che erano due straccione mistiche e farneticanti di un libro di Evangelisti e Eymerich non le sopportava? Che poi nemmeno è lei.
Dai, fammi togliere queste scarpe, fammi fare una doccia, stendermi e vedere se ce la faccio a proseguire o se domani me ne torno a casa. Ma dove voglio andare, non ce la faccio nemmeno a camminare.
Sì, l’indomani facciamo colazione insieme e ci salutiamo, piove, io sono quello che non ce la fa.
Il ritorno a Roma è doloroso e non in senso metaforico. Escoriazioni ma non fa niente, il peggio è quel viola sulle unghie e quelle dita gonfie gonfie, che di solito le dita dei piedi dovrebbero essere un po’ rugose, no? E invece queste sono lisce lisce e tirate come la pelle dopo un lifting. Delusione fu. Un occhio a Google: “trekking scarpe strette”.
Un coro unanime: la scarpa deve essere una misura, una misura e mezza più grande di quella che si usa di solito. Bisogna provarla anche su un piano inclinato e verificare che la punta non vada a sbattere e che resti lo spazio di almeno un dito dal tallone. Al limite, se troppo larga, ci metti del cotone. Stretta, mai. Ok, l’ho capita, per la prossima volta.
La sconfitta è uno zaino sfatto e un ditone viola.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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