Nadhaa e la sollevazione

Nadhaa ha sette anni e vive a Roma da poco meno di due mesi. Prima era in Tunisia, in una casa in campagna con i nonni, badava all’orto e non sempre riusciva ad arrivare a scuola, nel paese lì vicino. Ma sa leggere e scrivere, in arabo certo, e anche un poco di francese. Tutte le mattine sgambetta dietro al padre con la sorellina, trascina il suo zainetto fucsia con le ruote in tinta col giacchetto rosa, che spicca sul grigio della Tiburtina, la strada coi lavori e il palazzo lungo dove abita, con gli striscioni e le bandiere della lotta per la casa e dell’occupazione. La fermata è un po’ più avanti, 040, 041, o gli autobus blu del Cotral che vengono da Tivoli o più in là, arriva a scuola a San Basilio, a volte un po’ in ritardo perché coi mezzi non si può sapere mai.
Nadhaa crede che le case a Roma sono tutte grigie e lunghe, di ferro, cemento e vetro come Telespazio, Telecom o quella tutta curva con la scritta Cts che quando c’è il sole brilla da lontano dal riflesso. E invece lei credeva che Roma era fatta di rovine, di mattoni gialli e marroni e di colonne, come quelle vicino casa sua, che una volta c’era andata con i nonni, un teatro tutto rovinato, del tempo dei romani che era un tempo antichissimo. I romani erano della città dove stava suo papà e forse ora lei lo raggiungeva.
Quando è finita l’estate le hanno detto di prepararsi per partire, si sono messi in taxi con i nonni che piangevano e sono andati all’aeroporto. Doveva stare attenta, a lei e a sua sorella, e non doveva avere paura dell’aereo. Quando è arrivata, ha visto Roma, che era tanto calda dentro l’autobus dove stava con papà, la strada grigia che faceva il fumo come quando vedeva il sole andare via d’estate.
Per arrivare dall’aeroporto a casa era stato un viaggio lunghissimo, più lungo di quello dentro l’aereo e anche più pauroso, perché c’era tanta gente che spingeva e che gridava e non capiva niente e papà suo le diceva sempre di tenerlo per la mano e faceva un caldo che si sentiva tutti i capelli appiccicati.
Casa sua era quella lì, lunga, grigia, con le bandiere rosse e le scritte sui lenzuoli e un po’ le faceva paura, così grande e brutta. C’erano tantissime persone nel palazzo, un poco strette, e facevano anche un po’ di chiasso giorno e notte, c’erano alcuni neri come quelli che aveva visto a casa sua, che i nonni avevano paura, ma questi erano amici di papà, altri coi capelli tanto strani, a treccine ma non come le sue, capelli grossi come tubi di quelli che usava per le piante. E poi c’erano un sacco di bambini, un cortile grosso per giocare e anche se papà era al lavoro c’è sempre qualche grande che può stare con loro.
Nadhaa ha visto Roma al centro per la prima volta a ottobre, il 19, camminava stretta vicina a suo papà che come al solito le diceva di darle la mano e non perderla mai, poi le mostrava quella grande chiesa bianca con le statue di angeli e santi, e allora Nadhaa vedeva che Roma non era solo palazzi grigi e strade piene di macchine e vuote di persone, perché quel giorno di macchine non se ne vedevano ma c’era un fiume di gente e anche se papà a volte era un poco preoccupato Nadhaa si guardava attorno senza sosta.
A volte gridavano e sembravano tutti un po’ arrabbiati, dicevano che non avevano la casa, proprio come loro, perché non avevano il lavoro o perché dovevano sempre nascondersi dalla polizia anche se non avevano fatto niente di male, ma sembravano anche un poco allegri e quel giorno Nadhaa si è divertita, le è piaciuto stare a Roma, al centro di Roma, e ha capito che se i romani avevano fatto un teatro vicino a casa sua, tantissimi anni fa, allora anche lei poteva fare casa a Roma, lì al palazzo grigio sulla Tiburtina e da quel giorno ormai, Roma era anche sua.

Annunci

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...