Il collegio docenti e la banalità del male

«Una scuola in punto di morte! E io mi sento sola e in lutto, ma con lo strazio di chi non può piangere sul morto, di chi non può seppellire il morto ed elaborare il dolore».

(Giusi Tartaro, Io non sono una brava maestra)

 

Noi maestre e maestri andiamo a scuola, tutti i giorni, sapendo che la scuola di oggi non è come quella di ieri e sarà diversa da quella di domani. Perché peggiora, sempre di più, un pezzo alla volta.

Ho avuto la fortuna di conoscere le ultimi propaggini di una scuola differente, testimoniata da maestre differenti, che facevano dell’inclusione, delle diversità, della progettualità, della condivisione e dell’apertura una pratica quotidiana, non la stanca ripetizione di concetti vuoti, buoni solo per le introduzioni dei documenti ufficiali. Quelli che poi annunciano i cambiamenti.

Ho avuto la fortuna di partecipare alle lotte contro ministre e governi che facevano annunci di riforme punitive per chi la scuola la vive, e con giusto un poco di retorica la ama. Le vuol bene, va’.

Ma poi ci si rende conto che non è con le grandi riforme che si sarebbe cambiata la scuola, ma giorno per giorno, in un assedio continuo e sfiancante.

Parlo per quello che conosco, la scuola elementare del tempo pieno.

Si comincia dalle inezie. Il materiale di facile consumo, soldi a disposizione di ogni classe per comprare materiali didattici a loro scelta: cartelloni, pennarelli, vernici, piccoli strumenti musicali, giochi. Oltre ai gessi. Carta per le fotocopie, sapone e carta igienica non inclusi, forniti dalla scuola, ovvio. Un paio di centinaia di euro, 7-8 anni fa, poi sempre meno, una cinquantina di euro, inclusa la carta per le fotocopie, tre anni fa, carta igienica e sapone date dalla scuola, certo non abbastanza. Poi, a un tratto, più niente. Non è che c’è stato un annuncio, «da quest’anno non c’è più il facile consumo», semplicemente non è più arrivato.

Le compresenze, ufficialmente abolite, le si fa ricomparire sotto il nome di “ore eccedenti” l’orario frontale, innominabili compresenze, quelle in cui una maestra lavora con la classe e l’altra (senza uscire fuori dalla classe) lavora individualmente con un alunno o un piccolo gruppo; oppure le ore destinate alle recite, ai progetti, agli immancabili “lavoretti”, oppure alle gite (giornate di “straordinari” regolarmente non pagati né recuperati): per farle, bisogna presentare relazioni, carte e scartoffie per “giustificare” quelle due ore settimanali. Ti ho beccata, eri insieme con l’altra maestra, che cosa hai fatto per due ore? Giustificati! Dalla relazione che hai inviato non risulta che cosa hai fatto nei martedì di dicembre, dov’eri? Che hai fatto? Matematica, motoria, scienze, informatica, cosa? Ma veramente se ricordo bene quel giorno abbiamo preso la frutta avanzata delle merende e abbiamo fatto la macedonia e i frullati in cucina coi bambini, approfittando che eravamo in due… Ah! Orrore! Non si può preparare cibo a scuola! Dev’essere confezionato! Fai una relazione! E carte e ancora carte.

La lingua inglese. Aboliti gli insegnanti specialisti, dopo aver spacciato corsi di 50 ore in cui le maestre sprovviste di specializzazione avrebbero dovuto per magia apprendere sia la lingua che come insegnarla, si è passati a chiedere agli specializzati (come me) di donare la propria “competenza” altrove, in cambio di altre (così io non faccio più geografia, la mia materia preferita): un’altra classe, un’altra programmazione, altre scartoffie. Tutto gratis, ça va sans dire – facciamo vedere che sappiamo le lingue e anche se ci chiamano maestrini abbiamo fatto le scuole grosse.

Un tempo si parlava di specialisti anche per la musica e lo sport. Ora c’è solo religione. L’unica parte della scuola a non avere avuto tagli di nessun tipo.

Il sostegno. Il fatto che nella scuola italiana non esistessero (e ancora non esistono) scuole differenziate per nessun alunno. Che non esistono motivi linguistici, etnici, religiosi, di handicap, di genere, di classe, di rendimento scolastico, per cui un bambino o una bambina non possa stare con tutte le altre bambine e tutti gli altri bambini. Non esiste. Non come in altre parti d’Europa. Sempre stato motivo d’orgoglio. A tutte le statistiche con i rendimenti eccellenti in matematica o in altre materie sfoggiate da altre nazioni europee rispondevamo:«Sì, ma da noi i bambini ci sono tutti. Lì i down e quelli che hanno bassi rendimenti stanno altrove». E stanno in classe con noi, non fuori in corridoio o in una stanzetta a parte, sia pure tutta arredata e attrezzata. Nella stessa aula, sgarrupata ma insieme. Con l’insegnante di sostegno. Anche se hai uno “svantaggio socio-culturale”. No, lo svantaggio socio-culturale non più. Dicono che discrimina. A me sembrava che il sostegno aiutasse, pensa un po’. Per 22 ore. No, per 16. Anzi, per 7. Facciamo 6 ore settimanali e non se ne parla più. Ma guarda che il sostegno non gli serve, non ha mica un handicap, no. Ha un bisogno educativo speciale. E chi non ha un bisogno educativo speciale? Ok, ma in cambio cosa mi dai? Il sostegno no, va bene, ma attrezzature, sussidi, formazione? No, però puoi fare una programmazione a parte. Scartoffie.

Le supplenze. Fino a quattro, cinque anni fa, una cosa normale. Manca la collega, arriva la supplente. Il tempo di presentarle la classe, dirle a che ora devono andare a mangiare, chi è allergico, magari lasciare un paio di compiti da fare il pomeriggio. E la ramanzina per dire ai bambini «mi raccomando, non facciamo brutte figure». Poi, sempre più rare. Solo oltre i cinque giorni, si dice. Perché non ci sono soldi. Poi, i soldi ricompaiono, ma queste supplenti non ne vogliono sapere di venire. Mah, forse perché è venerdì pomeriggio. O perché siamo quasi fuori dal raccordo. O si è sparsa la voce che siamo scuola a rischio. Perché c’è sciopero dei mezzi. Perché c’è il derby. Perché piove. Fatto sta, saranno quattro anni che supplenti non se ne vedono. Eppure prima c’erano, com’è? Hanno assunto tutte le precarie? Quindi, ogni giorno o quasi, bambini e bambine “divisi”, sparpagliati in giro per la scuola, in aule piccole e affollate (lavoro in una scuola a rischio, non ho dati numerici, ma fino a 5-6 anni fa il numero “normale” di alunni per classe era tra i 16 e i 18, ora tra i 18 e i 22 – la differenza si sente eccome). Loro saltano una mezza giornata di scuola, chi li accoglie ha grossi problemi a sistemarli. Sento dire di insegnanti cui viene chiesto di tenere due classi contemporaneamente, magari portandoli in palestra. E si litiga tra insegnanti. «No, non me li dare!» «Sì ma ‘sti bambini io a chi li lascio?» «Non lo so ma io non li posso prendere, c’ho già i problemi miei qua io!» «Senti io me ne devo andare…» «E vabbè, dammi ‘sto foglio!».

E la burocrazia, ovunque: vorrei andare… la liberatoria; vorrei fare… l’autorizzazione; ho fatto… come!? senza la delega, il permesso, il timbro, il fax, la delibera!? Devi presentare il progetto, il piano finanziario, il monte ore, un’unità didattica. Ma io volevo solo far venire i nonni di Valentina a scuola a raccontare… Cosa? Ma ce l’hanno il cartellino? Sono passati in segreteria?

I libri di testo: una volta li sceglievamo noi, certo si trattava di scegliere tra 4-5 libri più o meno tutti uguali, ora te li ritrovi in classe e non sai neanche il titolo.

E il nostro contratto è quello del 2006-2009, e ovviamente anche il nostro stipendio.

Com’è successo tutto questo? Discussioni, lotte, prove di forza?

No, un passo alla volta. Tutto votato e deliberato eh, con decisioni democratiche prese in collegio dei docenti, al consiglio d’istituto, in sede di rappresentanza sindacale. E quanto dura oggi, due ore? Speriamo che ce ne andiamo a casa… ma che ha detto quello? Boh, che faccio voto? Vedo che fa la collega, ah, ha alzato la mano, allora la alzo anch’io… e sempre quella che interviene, che palle, mò facciamo le otto…

Oggi si decideva se fare orari aggiuntivi al nostro orario di servizio, da farci pagare come straordinari, wow, in via del tutto emergenziale, perché comunque bisognerebbe avere le supplenze, ma così, in emergenza, potrebbe succedere, forse qualcuno sarebbe disponibile, ma sì insomma chi vuole andare a fare supplenze? No, mica lasci le compresenze, sia mai… no… per ora no, almeno… e poi, subito dopo, mentre stavamo con le giacche addosso, si parlava di cambiare i curricoli, quelli che abbiamo discusso per due anni, quando nella riunione di ambito il collega ti spiegava come fare la divisione a due cifre, mentre le fan della Palazzolo si scambiavano blocchi multibase e tangram come se fossero calici della conoscenza («non usi il metodo Palazzolo!? e come fai!?», una setta, davvero).

La nostra scuola è morta, e non possiamo piangerla, perché ci tocca entrarci dentro, tutti i giorni. E ci entra dentro, con il suo tanfo di morte, ce la portiamo dietro anche in classe. Di quello che poteva essere, di quello che è stato e ora non è più, e io ho fatto solo in tempo a sfiorare. Perché quello che c’è fuori c’è anche a scuola. E se fuori la passività e la delega e il conformismo la fanno da padroni, è così che si impone il peggio. Tra un’alzata di mano e una chiacchiera della collega. Pezzo dopo pezzo, in maniera banale.

 

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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