Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena San Gimignano – Colle Val d’Elsa

Francigena. Un nome segnato in rosso nell’agenda delle cose da fare, da un paio d’anni ormai. E il trekking che sembra sempre più una passione che appare a momenti alterni, come fosse un tour di Springsteen, dove però non sei tu che fai le date, quando invece ne avresti la possibilità.

Francigena. Un ricordo di una sconfitta, poi addolcito da quello di un incontro. Finora l’Alto Lazio, Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, Viterbo. Erano due, poi un anno fa. La differenza è che ora non sono in solitaria. Dunque, si va in Toscana. San Gimignano è terra di inglesi ma, scopriamo subito, anche di baristi calabresi, i quali ci risolvono una rogna non da poco, in questi tempi che non sono per pellegrini ma per lavoratori con la reperibilità e l’obbligo di mandare report anche quando sono in mezzo ai boschi. Internet point, esistono ancora, inviamo il report e ci lasciamo le rogne di lavoro alle spalle. Felici. OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl paese lo percorriamo al volo, “tanto poi al ritorno ce lo vediamo con calma”. Giusto il tempo di notare segni gerosolimitani e templari su un paio di chiese, e che magari non è bello vivere in un posto espropriato dai turisti. Nel senso, se hai quattordici anni qua, non è che vai in piazzetta con gli amici e quello è il posto tuo.

Comunque, il vecchietto a cui chiediamo “per Porta San Giovanni” e ci dà le indicazioni precise mentre toglie i cespi d’insalata dall’orto è più preciso del cellulare che mi dice che Porta San Giovanni sta vicino via Merulana. Un pasticciaccio brutto, sì. E mi conforta vedere che anche qui, patrimonio Unesco, c’è una periferia, e gente normale, ucraini che scendono dai furgoni che parlano di lavori da fare con ingegneri panzoni dalla c aspirata.

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Siamo in cammino. Oggi tappa breve, siamo fuori allenamento. San Gimignano – Colle Val d’Elsa, una dozzina di chilometri, col nostro passo 3-4 ore, e speriamo che non piova. Macché, tempo ideale, ci togliamo i giacchetti che vanno giusto a pesare un po’ di più sopra gli zaini.

Dai un’occhiata alle tue spalle. Quelle sono le torri di cui si parla tanto. Be’, a ragione. Dai un’occhiata avanti, campi di colza, e quel verde che dentro di sé ha tanto giallo, come direbbe uno che ragiona in quadricromia. Bello il paesaggio, bello fare le foto, ma siamo qui per camminare e allora andiamo. Il percorso è facile, per il momento seguiamo ancora la segnaletica ufficiale poi ce ne scosteremo, utilizzando il pellegrinetto giallo della guida di Terre di Mezzo (una guida che definirei ascetica: dà tutte le indicazioni sul dove svoltare, a che albero trovare il segnavia, ma ben poche segnalazioni artistico-storiche-culturali, come dire, siam mica qui a guardare la bellezza del creato, dobbiamo arrivare a Roma, noi – buon per noi che chilometri non possiamo macinarne tanti).

OLYMPUS DIGITAL CAMERASi passa attraverso una gran parte di strade asfaltate e ville con cani, nemmeno troppo abbaianti. Siamo quasi a metà percorso e into the wild ci siamo stati ben poco: è quello che con difficoltà definisco “paesaggio antropizzato” ai miei alunni. “Ma come mae’, so’ tutti prati”. Sì, ma di naturale in un vigneto o in un campo coltivato non c’è proprio nulla. Per cui sì, le dolci colline senesi sono un bellissimo paesaggio, ma non è naturale (scevro il termine “naturale” da qualsiasi connotazione positiva o negativa).

Giusto per un po’ ci addentriamo in un sentiero brullo e circondato da rovi, dove chi mi segue ha da ridire sul fatto che non segnalo lo scostamento di rami che poi si ritrovano con gesto plastico sulla faccia di cui sopra. Piccoli screzi tra compagni di cammino, come ricordare all’altro/a le proprie necessità fisiologiche o appiopparsi maggiori o minori pesi nello zaino.

birreria-pietrafittaMa ci sembra appena di avere iniziato il tragitto e siamo già ben oltre metà percorso. La sosta alla Birreria Pietrafitta (riconoscibile dalle corna di cervo appese fuori, vere o false non ho capito) è ben accetta, col cartello che indica da un lato Poggibonsi, presenza che aleggia profetica sulle nostre teste ignare. Gelato ancora non ce n’è, ci indicano i proprietari, ché la primavera è giunta inaspettata (oddio, stiamo pure ai primi di aprile, eh…). Va bene andiamo… Ma no, il posto è bello, è pomeriggio va bene, ma una birretta ci può stare. Piccola, certo. Ichnusa, come no, in Toscana, è tipica. Questo è il lusso, dico. Stare fermi il pomeriggio a bere una birra piccola senza niente da contare e valutare. Quasi commovente. Ora andiamo però. Certo non se n’è vista gente in giro, anche se per il giorno dopo a Monteriggioni pare che l’ostello avesse tutto pieno per un gruppone da 50, qui sulla strada, tolti un paio di signori, ci siamo solo noi. Bel tratto in discesa, l’ultimo che si fa sentire, un pochetto di fatica c’è, e lo zaino inizia un po’ a pesare, lo alleggeriamo delle banane, ma ormai ci siamo, il tratto ciclopedonale entra dentro Colle Val d’Elsa, che credevamo un paesino invece è una cittadina, anche lei con le periferie, le baracchette con i nomi di gruppi latinoamericani sui citofoni, le rotonde, le banche e gli hard-discount. Entriamo in città e c’è pure una libreria, gli lascio un catalogo dei libri miei che hai visto mai, magari gli fa curioso ‘sto personaggio tutto sudato che fa il piccolo editore.

Paese diviso in due, tra Colle Alta e Colle Bassa, ovviamente il primo è più bello (ma anche il secondo non è male). Come collegamento ci sarebbe un comodo ascensore, ma che ti pare che lo pigliamo? No, e quindi l’arrivo – passando tra vie con nomi gloriosi della Toscana rossa, Garibaldi, Gramsci, Matteotti, Di Vittorio, che si ripeteranno anche nei paesini più minuscoli come nella patinata San Gimignano per arrivare a un’impareggiabile “Monteriggioni comunista” – a proposito, qui Rifondazione esiste ancora, il Pd scrive i tazebao e l’Arci è un circolo di vecchietti, giocatori di biliardo e tifosi della Fiorentina – si fa in salita, e con la lingua in fuori, abbastanza per giungere come degni pellegrini, con le scarpe un po’ infangate e i bastoncini da trekking, alla meta che non è proprio da pellegrini ma vabbe’: bellissima casa a Colle Alta, su tre piani, con terrazzino che dà sui colli, bei quadri, caminetto e il padrone di casa che ci consiglia un posto per mangiare dove ci rimedia un tavolo pur se è tutto pieno. Ci sta. Officina di Cucina Popolare: rostincioni e salsiccia di cinta senese, è roba mia – chi mi passa dietro fa espressioni strane e goderecce, ché la ciccia è la ciccia – preceduto da zuppa di ceci e rosmarino, con pancetta arrosto, e stranamente anche chi è vegetariano casca bene, ribollita e poi carciofi su letto di pecorino fuso, e radicchio al forno con aceto balsamico. In due, col vino, 45 euro. Un giretto a vedere le chiese aperte, oggi è il giorno che è morto Gesù, e poi a chiederci che cos’è un baluardo, nell’uso corrente in italiano, sulle indicazioni di un autoctono, che si sa, qui parlano un italiano un poco diverso dal resto dell’Italia, sarà forse che è quello vero? Ma sta a vedere che c’è un italiano vero? Diatriba antica. E poi a letto, ché domani si cammina, e la stanchezza è quella dei giusti.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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