Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Via Francigena Colle Val d’Elsa – Castellina Scalo
(segue da qui)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl sonno sarà pure stato quello dei giusti, ma il ticchettio della pioggia notturna sul finestrone della mansarda in cui ci troviamo non ci sembra giusto per niente. 3BMeteo e MeteoAM si contraddicono: chi dice che pioverà dalle 15, chi dalle 18. In ogni caso, a noi dovrebbe andare bene: avviandoci alle 9, 9 e mezzo, per le 3 dovremmo essere belli che arrivati a Monteriggioni, poi da lì a Castellina Scalo, dove ci aspetta il nostro uomo, rumeno, bulgaro o comunque dell’est, tuttofare della parrocchia, che ci ha trovato uno strapuntino nonostante fosse tutto pieno, che è sabato di Pasqua. Saluti con il nostro ospite, che di sicuro ci prende per cattolici ferventi, e colazione al bar di fronte, calorica come è d’uopo per chi si appresta a camminare, poi frutta e pizza ai negozi di vicinato della strada. Grandi sorrisi ma qua costa tutto un occhio. Si va, e a vedere che si passa davanti l’Eurospin un pensiero ce lo fai, che magari spendevi un terzo, ma vada per la sopravvivenza dei piccoli negozi, per questa volta.
Siamo a Colle Val d’Elsa ma potremmo essere a Morena, a Trinitapoli, a Trebisacce, a Corsico o alla periferia di Siracusa. Rotonde, capannoni e cartelli sbiaditi. Ci puoi aggiungere o togliere cassonetti di immondizia o cani randagi, giusto a cercare la differenza. Poco male. È giornata foriera di discorsi, il tempo regge e non c’è neanche da OLYMPUS DIGITAL CAMERAOLYMPUS DIGITAL CAMERAguardare il percorso, sempre dritto fino ad attraversare il fiume Elsa, un ponte abbastanza largo e ci passiamo sulla ciclopedonale, con i piccioni che si rintanano dentro buchi che sembrano costruiti apposta. È la seconda volta che vediamo piccioni in questo viaggio, fuori dal contesto urbano non sembrano stolidi rovistatori di briciole ma uccelli con la loro dignità. Anche noi visti fuori dal solito siamo così diversi?
Si esce da Colle e ci si trova su campi coltivati. Mi si prende in giro perché i capelli sono ancora gli stessi da quando ce li avevo ancora poggiati sul cuscino e non danno mostra di rimettersi a posto, mi si fanno foto notando che sono vestito sempre di blu, in queste uscite. Reciprocamente, noto che il livello delle soste è notevolmente aumentato, a un certo punto dico: “Certo, se ci fermiamo ogni due metri…”, ma non credevo sarei stato così letterale.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAAttraversiamo nuclei di case, il primo si chiama Scarna, che però mi torna alla mente come Stronca. Di Scarna ricordiamo solo: che non è frazione di nessun comune, quindi è a se stante, e penso che ci potrei andare a fare il sindaco; che non si vede neanche un bar; che c’è l’abbaiatore più costante incontrato finora, che si fa decine di metri di cancello per continuare ad abbaiare contro, e vien voglia di rimanere là per vedere se va avanti.
Poi si passa ad Acquaviva, ma per arrivarci c’è da fare una strada dritta e lunga, come cantavano i Nomadi nella tristemente nota e apotropaica canzone, e che comunque in qualche misura portatrice di sventura fu, dacché iniziò sotto un cielo velato ma a tratti ancora terso e con una leggera brezza e si trasformò, neanche un chilometro (ma quasi un’ora) dopo, in vento contrario di tramontana e cielo che annuncia burrasca. La F. che è con me ha studiato meteorologia, e dice: “Forse ora piove”, ci passa al fianco un cavallo al trotto mentre noi arranchiamo ché lo zaino effettivamente si fa sentire – pesa troppo e mi fa male, dice lei, e a te? sì che pesa, certo – e passato Acquaviva, che al contrario di Scarna non ha né cartello, né probabilmente sindaco e nemmeno cani abbaiatori, ci ritroviamo a Strove, frazione di Monteriggioni, dove la guida dice “si può proseguire oppure entrare nel paese, allungando per un po’”, ma noi siamo orientati per la sosta ormai, e pure prolungata, e magari per un autobus o anche, perché no, un ostello, un affittacamere locale. Interroghiamo un uomo, che reca tre ova da un locale all’altro della sua rurale magione. Autobus non ce n’è, ostelli tanto meno. C’è un bar, più avanti. In verità (ripassando davanti a vie rosse, Matteotti, Gramsci, eccetera – in una ventina di metri totali) ci sarebbe un albergo-ristorante-enoteca, ma bastano i prezzi dei primi, dai 15 euro in su, a spostarci verso il bar tabacchi. La pioggia aumenta, e d’altra parte, al nostro ritmo forsennato, s’è fatta pure ora di pranzo (e avremo fatto cinque chilometri…). Pecorino di Pienza? Sì, sì… e mortadella pure… di Bologna? Sennò c’è la finocchiona… vai co’ quella! Ma un bicchiere di vino bianco ci sta pure va’… solo che la signora abbonda e all’orlo non ci arriva solo perché il bicchiere è bello grosso.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiove serio. I tipi dietro di noi chiamano dei taxi, e noi iniziamo a informarci. Loro poi rimediano il passaggio, e il taxi lo aspettiamo noi. Scrupoli da cittadini ci fanno prendere in ordine ancora caffè e gelato, perché non è che a casa nostra puoi startene seduto al bar per ore senza niente, eh. Qui nessuno si farebbe problemi, e intanto contempliamo la sorte del povero Jack, cagnolino dalla faccia triste, perduto tra i campi di Strove, e chissà se lo ritroveranno, e a me pare difficile. Il taxi alfine arriva, e ci tiene a dire che viene da Colle, quindi più lontano. Da lì parte il tassametro e neanche siam saliti e già sono 15 euro. Altri 10 fino a Castellina Scalo, e ormai Monteriggioni ci abbiamo rinunciato. È strano andare in macchina, sulle strade che fino a poco prima percorrevi a piedi, e come quello sforzo, quello spazio e quel tempo siano irrisi da un nonnulla di motore, e pensare che comunque quello sforzo, quello spazio e quel tempo continuano ad avere un valore.
E però, pensiamo all’unisono, quando ferma davanti alla chiesa di Castellina Scalo (grande in maniera sproporzionata rispetto al resto del paese), proprio qui davanti ci devi scaricare? Potevi fermarti cento metri prima, così sotto la pioggia battente, bagnati e coi bastoncini un po’ la nostra figura ce la facevamo? E invece no, ci ribattezzano subito “i taxigrini”, con me che mi sono pure scordato la credenziale e il tipo che mi dice “Ma che pellegrino sei?”. Si vede che so’ infiltrato dentro a sta combriccola che mescola Decathlon e rosari?
OLYMPUS DIGITAL CAMERANiente, ci trovano posto nella biblioteca della parrocchia, dove evidentemente si tiene il catechismo. I nostri letti stanno sotto due manifesti scritti a penna: uno è il “Confesso”, l’altro è l’”Atto di dolore”. Paura, pentimento e passione. Tra i libri ce ne sono però di interessanti, scelgo un “Memoriale di Ignazio Silone dal carcere in Svizzera”, giusto una lettura evasiva. Intanto ci informano che se vogliamo alle 22 inizia la veglia di Pasqua. Per fortuna non mi esce nessuna frase inopportuna (né nel senso di irrispettosa, né di promessa di esserci).
Accada quel che accada, io comunque a certe cose ci tengo, come al fatto che un paio di volte al giorno si mangia. La mia compagna ci bada un po’ di meno, per cui mi avventuro per le due strade di Castellina Scalo, diretto verso l’unica pizzeria del paese. Entro con fare sorridente e aperto al mondo. Chiedo di mangiare, perché che altro vuoi fare in una pizzeria a Castellina Scalo? No, non si può. Non c’è posto. “C’è una tavolata da 18”. E se con me fate 19 non ce la fate? Dove mi rimandate a quest’ora in giro sotto la pioggia con il nulla? Niente. Gli tiro le maledizioni come Alex Drastico. Ritorno al Circolo Arci, c’è il circoletto di prima dei vecchi, ringalluzziti dal fatto che la Fiorentina ha vinto 2-0, e che fra un po’ c’è la Messa e ci sono un po’ di belle signore (così dicono loro, eh). Ma non mi va ancora di tornare a casa, faccio il giro dei bar, come si faceva in Spagna ai tempi belli. C’è il Bar Sport di fronte alla parrocchia, entro e c’è Benigni alla televisione, che mi ricorda di quando stavo a Bologna sulle scale di San Petronio e mi passa davanti Lucio Dalla, o di quando facevo manovra in retromarcia a Napoli e a fianco avevo una vespetta con la pizza fumante appoggiata sul sedile. Se vado a Milano mi ritrovo Gino Bramieri che mi racconta le barzellette col medium. Mi dà un panino freddo di frigo, ma non ci capiamo, in Toscana è proprio un’altra lingua, “quant’è” gli diventa “caffè”, e soprattutto il tipo non conosce alcune formule arcaiche, tipo “grazie” o “buonasera”, nonostante le ripeta a voce alta e scandita più volte.
Vado a dormire sotto l’Atto di dolore, accumulando una certa ostilità.

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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