Chi comanda a Cerignola?

Tre fatti avvenuti a breve distanza di tempo, uno dopo l’altro: il 2 novembre, il presidente dei costruttori pugliesi viene arrestato in seguito all’inchiesta partita dalla denuncia del sindaco di Cerignola, Franco Metta, di un tentativo di corruzione, avvenuto con una mazzetta da ventimila euro in contanti trovata all’interno di una scatola di biscotti; il 3 novembre, l’inaugurazione della nuova collocazione del monumento-murale a Giuseppe Di Vittorio, abbandonato da decenni, nel giorno del sessantesimo anniversario della morte del sindacalista e leader delle lotte bracciantili; il 4 novembre, l’incendio, secondo gli ultimi resoconti doloso, al centralissimo bar all’interno della Villa Comunale, dato in concessione.

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Foto prese dal sito La Notizia Web

Tre fatti apparentemente scollegati tra loro che però mi riconducono a una domanda complessiva: chi comanda oggi a Cerignola?
Per spiegare il senso della domanda e del ragionamento che c’è dietro, occorre spiegare il contesto in cui nasce: ormai da decenni non abito più a Cerignola, che frequento in occasionali seppur non rare visite, ma non si può dire che interagisca nella società cerignolana, al di là di frequentare i miei familiari, alcuni amici, fare spese e così via. Non conosco bene le dinamiche sociali e ignoro del tutto quelle politiche locali. Insomma, non posso neanche definirmi un osservatore esterno delle vicende cerignolane. Tanto più che rispetto ai fatti di cui parlo non ho svolto inchieste o studi approfonditi, se non quello di leggere notizie su internet o ascoltare i commenti di persone che conosco. Parto però da una relazione affettiva con questo luogo, forse aumentato dalla distanza e dal senso di remota colpa che spesso coinvolge chi esperisce sulla sua pelle il fenomeno della migrazione in altri luoghi. Una sensazione che mi fa guardare con favore ai cambiamenti che noto da qualche anno a questa parte, nell’emergere di attività associative, culturali, imprenditoriali, nonostante abbia forti differenze ideali e di pratiche con molte di esse: dall’organizzazione di eventi come la Fiera del Libro, alla nascita di librerie, allo sperimentarsi di nuove forze che provano a fare artigianato e agricoltura di qualità, basandosi non più su improbabili contributi pubblici, ma unicamente sulle proprie forze.
Avevo visto amici e amiche presentare il proprio lavoro poche settimane fa, nel corso della rassegna dedicata all’oliva Bella di Cerignola, avevo chiacchierato con persone con una progettualità sul territorio. Poi, le tre notizie. Apparentemente in contrasto tra loro.
Per ripristinare il murale dedicato a Giuseppe Di Vittorio e alle lotte bracciantili, diverse persone hanno dedicato molto tempo ed energia per una questione che non è “solamente” relativa ai beni culturali, ma riguarda il rapporto con la propria storia e IMG_5851la propria identità. Il fatto che quel monumento sia riemerso da uno scantinato comunale è indubbiamente un fatto positivo e dobbiamo essere grati a chi se ne è fatto promotore. Ma allo stesso tempo, rischia di essere l’ennesimo tassello in continuità con una pratica normalizzatrice della straordinaria storia rivoluzionaria delle lotte bracciantili in Capitanata: Di Vittorio come unicum, non come espressione di un popolo (e sì che nel murale il volto di Di Vittorio, seppure in primo piano, occupa solo una parte dello spazio, dominato dai lavoratori in marcia), come gloria locale al pari di Nicola Zingarelli, Pietro Mascagni o Giuseppe Pavoncelli. Quel monumento, in una città in cui è risaputo l’impiego di manodopera bracciantile a condizioni semischiavistiche (che riguardano in particolare migranti ma non solo) rischia di assolvere alla funzione di santino, di atto dovuto alla memoria di qualcosa che non ha più un rapporto reale con la città. Di Vittorio non ha più un significato rivoluzionario. Dà lustro alla città, possiamo rispolverarlo senza alcun problema. Il monumento sembra essere un punto d’arrivo, non la tappa di un processo, quale sarebbe ristabilire i nessi, i collegamenti tra quella vecchia storia e la realtà attuale.
Di fronte ai ragionamenti di questo tipo, il fuoco che ha spettacolarmente investito la parte più centrale della città, la Villa Comunale (tra l’altro, il giorno prima dell’inaugurazione di un altro monumento all’interno della stessa Villa), mi è sembrato che sancisse in maniera inequivocabile come il discorso storico, culturale e anche quello politico stiano su un piano parallelo a quello più concreto della gestione dell’esistente nel territorio cittadino. Mi è sembrato di rivedere lo scenario di quel Mondo di Mezzo descritto per Roma, la città in cui vivo, in cui poteri economici e criminali determinano l’andamento reale di quello che accade, lavorando sottotraccia, in maniera poco evidente e sicuramente meno eclatante di quanto avveniva qualche decennio fa.
Poi, a un tratto, l’esplosione e il fuoco che (seppur ancora con tutti i dubbi del caso relativi allo svolgimento di indagini) riportano alla mente quegli anni ’80 e primi ’90 della nascita e dell’emergere di una criminalità organizzata cerignolana, con i negozi dati alle fiamme nel cuore della notte, gli omicidi, i sequestri-lampo di minori, apparentemente stroncati dall’operazione giudiziaria Cartagine del 1994.
La potenza del fuoco che sembra svelare per un attimo quel mondo di sotto che dice che, nonostante tutto, c’è ancora qualcosa che può tranquillamente permettersi di ignorare i cambiamenti che avvengono al suo esterno, perché niente mette in discussione il suo dominio. Che sembra dire: “Fate pure, le vostre belle iniziative, chiacchierate su quello che ha fatto il sindaco o di quello che ha detto l’assessore, giocate a far finta di contare qualcosa. Tanto alla fine decidiamo noi”. In un contesto in cui la denuncia per corruzione e l’arresto di un importante imprenditore – con modalità tra il maldestro e il poco credibile – sembrano essere solo incidenti di percorso poco rilevanti nella gestione del potere reale.
Da qui la domanda: chi comanda a Cerignola?
E chi è comandato?
Chi fa la parte e la controparte negli anni che viviamo?
Guardiamo con nostalgia a quel murale, che ci racconta anni in cui l’oppressione era più dura, ma almeno (forse) era più chiara: da una parte il padrone, dall’altra i cafoni.
Sembra di muoverci in un territorio in cui non solo la lotta per un cambiamento non ha prospettive, ma sia la lotta stessa a non essere contemplata, in un ripetersi ad libitum del mantra There Is No Alternative, non c’è alternativa, di thatcheriana memoria, rivisto in luce cerignolana, ma forse anche in prospettiva più ampia.
Solo che l’alternativa c’è sempre. Nel mondo vissuto alla luce del sole, di chi non deve vergognarsi di uscire allo scoperto, di vivere, di creare collegamenti, iniziative, cose belle da fare, da scambiare, da condividere, produrre e far conoscere. Altrimenti c’è solo la rassegnazione, l’indifferenza e la sconfitta. E allora non potremo neanche più chiederci chi comanda, ma solo chinare il capo al padrone.

 

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Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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