20 anni fa potevamo cambiare il mondo.

Una rapida occhiata al calendario, alla fine di una normale giornata di gennaio, in cui si riprendono i ritmi che sono stati per qualche giorno spezzati dalle vacanze di Natale, e realizzo: domani è 10 gennaio 2018.
Il 10 gennaio 1998 venivamo sgomberati dalla polizia dalla presidenza della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma che avevamo occupato esattamente un mese prima, il 10 dicembre, e dove eravamo rimasti per tutto il periodo delle vacanze di Natale.
È come un altro me che cerca il contatto da un altro tempo. Uno col mio stesso nome, cognome e patrimonio genetico che comunica con me attraverso un passaggio spaziotemporale, una data: 1998-2018.
20 anni.
Non mi interessa, qui, fare considerazioni sul tempo che passa, su quello che fai quando si è giovani e cose del genere. Mi interessa quello che dicevamo, che facevamo, il progetto che avevamo.
Non mi interessa nemmeno riprendere i nostri volantini e le nostre piattaforme per dire “avevamo ragione noi”. Però da quest’ultimo punto mi vengono delle considerazioni da fare.
Eravamo nel 1997. Presidente del Consiglio era Romano Prodi, in un governo di centrosinistra con Giorgio Napolitano ministro dell’Interno – già responsabile dello sgombero violento della facoltà di Lettere della Sapienza, l’anno prima, con lancio di lacrimogeni all’interno dell’edificio, Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università, Tiziano Treu ministro del Lavoro, Massimo D’Alema segretario del Partito Democratico della Sinistra (PDS).
Il governo, tra le altre cose, proseguiva la politica cosiddetta di concertazione con le parti sociali, sindacati e Confindustria. Governo e parti sociali si accordavano così sulle riforme del mercato del lavoro eliminando così la tradizionale conflittualità, gli scioperi e le vertenze. La più importante è una legge delega che prese il nome di pacchetto Treu, con il quale si introducevano le agenzie interinali ma, soprattutto, si incentivavano forme di lavoro all’epoca considerate atipiche: il tempo determinato, il lavoro a chiamata, il part-time e così via. In pratica, l’inizio della fine per i diritti del lavoro conquistati con la stagione delle lotte degli anni ’60-’70 e l’inizio di quella precarietà lavorativa ed esistenziale che avrebbe contraddistinto le nostre vite e quelle di chi ci avrebbe seguito da allora in avanti.
Contemporaneamente, il progetto di riforma dell’università e della scuola di Berlinguer andava di pari passo, con l’introduzione dei crediti, il 3+2 e una programmazione dei curricoli scolastici e universitari pensati esclusivamente in funzione delle esigenze del mercato del lavoro e non della formazione della persona.
Vent’anni dopo, possiamo dirlo?
Avevamo ragione noi. Con i nostri comunicati sgrammaticati, con le infaciture ideologiche, con il nostro mischiare microrivendicazioni e macroprogetti rivoluzionari, intuivamo che per noi la ricerca di un lavoro stabile sarebbe stata molto difficile. Forse non credevamo che la maggior parte di noi un lavoro stabile non l’avrebbe mai trovato.
Ritornando a quei giorni all’università, pochi giorni dopo l’occupazione finimmo nei titoli di tutti i telegiornali, perché andammo a un convegno che si teneva lì vicino e contestammo D’Alema, Sergio Cofferati, segretario della Cgil, e Innocenzo Cipolletta, direttore generale di Confindustria. Avevamo identificato chiaramente chi erano i bersagli della nostra protesta: non le autorità accademiche (che non ci hanno mai cercato per aprire un confronto, a dire il vero) ma governo, sindacato e Confindustria. Eravamo molto lucidi.
Peccato però che non lo fossimo altrettanto nel delineare un programma e una strategia. Altrimenti, chissà come sarebbe andata. All’indomani della fine delle vacanze di Natale, volevamo fare un’assemblea con gli studenti. Volevamo che anche le altre facoltà della Sapienza si mobilitassero. Ed eravamo in contatto con altre università in Italia.
Ci hanno bloccato prima di cominciare, sgomberandoci.
Non avremmo cambiato la storia. Forse.
Chissà, un movimento nazionale di protesta contro le leggi che precarizzano il lavoro, mettono l’universià al servizio dei privati, che richiede servizi pubblici garantiti…
Era il 1998.
Forse avremmo potuto bloccare quell’ingranaggio in cui siamo ancora dentro.
Forse quel centrosinistra non avrebbe continuato a fare politiche di destra.
Forse ci saremmo strutturati in tempo per non farci spazzare via nel 2001.
Forse ora saremmo meno soli.
Volendo trarre un paio di spunti da questa cosa, capisco questo:
gli obiettivi intermedi a volte ti sviano da quello finale;
è importante darseli, gli obiettivi;
è importante capire come raggiungerli;
è importante trovarsi alleati.

Informazioni su thisishooverville

C’è una Hooverville alla periferia di ogni singolo luogo abitato. Il rione riservato agli straccioni vagabondi è ammassato sulla sponda d'un corso d’acqua, e le case sono tende, o capanne di cartone e di paglia. Il nomade scende dal suo trabiccolo e diventa un cittadino di Hooverville. Si chiamano tutte Hooverville. Il nomade rizza la sua tenda il più possibile vicino all’acqua, o se non ha tenda va dove si scaricano i rifiuti, a cercarvi pezzi di cartone o di lamiera per fabbricarsi la capanna. Si stabilisce a Hooverville, e continua a perlustrare la campagna in automobile, in cerca d’un lavoro, e i pochi soldi che gli rimangono vanno in benzina.
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