Capannelle Serenade

Una strana forma di afasia.
«Com’è stato il concerto?»
«Eh… eh…»
«Bello?»
«Non puoi capire».
Convivo da tre giorni con questa forma di impotenza. Vorrei tanto, davvero, dire come è stato il concerto di giovedì, ma non ci riesco.
«Se ti dico che ha fatto New York City Serenade che dici?»
«Mah… mi passi il pane per favore?». Continua a leggere

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Segui quel sogno

bruce

Da Laspro numero 24 

Tra 50 giorni a piazza Plebiscito, Napoli. Nella geografia springsteeniana, dici Napoli e pensi: “Thanx Adele” (striscione quasi sempre presente nei tour italiani, riferito alla gratitudine nell’orbe terracqueo per colei che in un giorno del 1957 accompagnò un mitomane di otto anni a comprare una chitarra Takamine da 60 dollari, perché il giorno prima aveva visto Elvis all’Ed Sullivan Show e aveva detto a sua madre: «Io voglio essere come lui», donna che risponde al nome di Adele Zerilli, newjerseyana con genitori di Vico Equense); poi, Thunder road dal balcone (1997, tour dei teatri per The ghost of Tom Joad – nella gerarchia dei fans italiani, aver visto una tappa di quel tour dà un punteggio quasi pari a Zurigo ’81, tappa del pre-Born in the U.S.A. e quindi per veri fans della primissima ora); e infine, per vicinanza geografica, la sagra paesana del Palamaggiò di Caserta per il Seeger Sessions tour del 2006 (porchette, Peroni, quadriglie, po-po-poooo post-mondiale, la fiera della maglietta abusiva e parcheggio in lande spaziali della brughiera campana).  Continua a leggere

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Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

Dal Monte Tuscolo a Frascati

Considerazioni sparse: se decidete di fare un percorso, magari perdeteci anche dieci minuti per studiarvi la strada da fare in macchina. La vostra esperienza di wilderness subirà un duro colpo se per raggiungere il posto prescelto il vostro navigatore insisterà per farvi prendere l’autostrada anziché una semplice Tuscolana. Sapete quanto può essere petulante un navigatore vero?
Secondo. Tra chi cammina c’è secondo me un vago piacere nel disseminare difficoltà a caso per chiunque intraprenda i sentieri. Come dire, mica la puoi fare troppo facile. Il segnale bianco-rosso non è che lo metto su un tronco bello grosso che incrocia il cammino, no, lo metto su quell’arbusto un po’ distante, oppure su quella roccia che sporge per una ventina di centimetri dal selciato, giusto due strisciate di pennello, che sennò dà troppo nell’occhio, che vedrai magari alla terza volta che ripassi sullo stesso tratto. Oppure. Le indicazioni su quei begli itinerari che si trovano su internet o nei libri che non si sa mai dove trovare (alle edicole, di fianco agli stradari, oppure alle fiere della piccola editoria; in libreria pare brutto), lasciano sempre un alone di mistero, come quando dicono ad esempio: “si attraversa la strada asfaltata e dopo un po’ si prende uno sterrato”, mica si possono dare banali indicazioni come “a destra” o “a sinistra”.

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In piazza

 

Certe volte le amichette di Francesca si mettono a giocare a campana in piazza, all’uscita da scuola. Lei però va di corsa che dice che mamma ha detto che devono mangiare presto che poi papà ha il turno alla Sofim, così si ferma al massimo un minuto da Bellitti che sta proprio a fianco alla Marconi, che compra il Liquirone che costa solo 50 lire. Che però con 100 si poteva comprare le Cicci Polenta, poi però mamma se ne accorge che puzza di formaggio e non mangia. Oppure la cicca lunga alla fragola, dove se esce la scritta “Hai vinto” ti danno un’altra cicca in omaggio, che a lei gliene sono uscite quattro “Hai vinto” una dietro all’altra e però il signore di Bellitti si è arrabbiato e ha detto che se voleva le dava il Liquirone, la cicca alla fragola che si vince non la ordinava più che non è che lui stava là a regalare le cicche.
La verità è che Francesca in piazza non si vuole fermare, che ci sta quel quadro gigante con tutte le vele che sembra una barca che lei si chiede sempre come è che non se ne va al vento. E ci stanno tutte quelle facce che sono tutte arrabbiate che sembra che vogliono uscire dal quadro e camminare veloce per strada e gridare e sopra a tutte c’è quella faccia gigante con la bocca aperta, che a Francesca le fa troppa paura, quella faccia senza il corpo che sta sempre ferma là pronta a gridare e non dice mai niente, che a lei sembra quella del quadro che ha a casa nonna, un quadro con una foto antica che sta sopra al lettone che lei non ci vuole dormire mai ma certe volte la mamma la lascia a dormire là e lei tutta la notte non chiude occhio perché sta sempre girata a vedere il quadro con la foto antica che hanno detto che è la foto dello zio che è morto alla guerra.
Un giorno però Mattea che abita nel palazzo suo l’ha presa in giro e ha detto alle altre amichette della terza che Francesca racconta solo chiacchiere perché non è vero che il papà va al turno perché tanto sta sempre a casa che sta in cassa integrazione e da casa loro si sente sempre che urlano lui e la moglie.
Francesca se ne è andata senza dire neanche una parola perché non si voleva fare vedere a piangere. Nemmeno ha visto che Sabrina, la cugina sua grande che fa la prima media è andata da Mattea e le ha tirato i capelli tanto che l’ha buttata a terra e le ha detto: “Tu ti devi fare i cazzi tuoi!”.
Lei è andata a casa di corsa che quasi andava a finire sotto una macchina, poi dentro ha trovato solo il papà che la mamma era andata al mercato e la sorellina stava all’asilo dalle suore che restano pure il pomeriggio e mangiano là. Quando ha aperto la porta il papà di Francesca stava ancora col pigiama, Francesca ha detto: “Ciao” in mezzo ai denti ed è corsa in cameretta e il papà è tornato in cucina a vedere la televisione.
Francesca si era messa sul letto a sedere a gambe incrociate, stringeva forte le coperte coi pugni che faceva tutte le pieghe e intanto fissava il pupazzo a forma di rana che aveva davanti, finché prende coraggio e scende dal letto, esce dalla stanza e piano piano si affaccia alla cucina che il padre nemmeno se ne era accorto.
“Papà”, dice con una voce che non sentiva nemmeno lei. Il papà infatti continuava a guardare la televisione, c’era un signore che faceva delle domande e il papà di Francesca diceva sottovoce le risposte.
“Papà”, ripete Francesca più forte e questa volta il padre si gira. Francesca si accorge che aveva la faccia con le spine, perché non si faceva la barba e così la pungeva quando le dava i baci. Però ormai aveva deciso di parlare.
“Che vuol dire cassa integrazione?”, chiede.
“Giusè!”.
Francesca riconosce la voce di sua madre gridare dalla strada. Suo padre invece sembrava immobile sul suo divano.
“Giusè!”, si sente di nuovo. Suo padre si riscuote e si affaccia al balcone.
“Aiutami a salire le scale che sto piena di buste!”.

Francesca sta in piazzetta con gli amici suoi seduti alle panchine che là c’è meno gente che li rompe perché stanno vestiti strani, coi jeans strappati o le camicie fuori dai pantaloni, che portano gli anfibi e sentono la musica dei fissati. Là poi può fumare le sigarette senza che nessuno la sgama, anche se quando fuma sta sempre attenta a vedere chi passa. È la fine dell’estate ed è piacevole stare all’aperto.
“Ma perché non te ne vieni pure tu a Roma? Che stai a fare qua?”.
Ogni volta Sabrina le attaccava la stessa storia.
“Neh, Sabrì, e mica possiamo essere tutti come te, io non ho mai avuto testa a studiare…”, le risponde Francesca.
“E chi ha detto che devi studiare? Te ne vieni a casa con me e paghiamo l’affitto a metà, un lavoretto si trova. Al massimo all’inizio chiedi un aiuto a zio, e che cavolo, non hai chiesto mai niente!”.
“Se non ho chiesto niente è perché non potevo chiedere niente, Sa. E poi mamma e papà se devono aiutare qualcuno aiutano mia sorella che lei è brava a scuola e già ha detto che vuole andare all’università”.
Francesca si rigira i braccialetti che ha al polso, poi si accende una sigaretta.
“E poi ora lavoro”, aggiunge.
“Sì, bel lavoro!”, sbotta Sabrina. “Francè, non mi fare incazzare!”.
“Non fare la snob”, interviene Mattea. “Mò perché stai a Roma ti sei montata la testa? La commessa al supermercato è un lavoro onesto, che c’hai da dire?”.
“Certo che è onesto, sono le 12 ore al giorno a 250.000 lire al mese che non sono oneste! Tutto a nero, ovviamente!”.
“Madò, e che credi che non lo sappiamo? Io e tua cugina ci spacchiamo la schiena ogni giorno, a caricare e scaricare sugli scaffali oppure a stare le ore in piedi alla cassa che ci dobbiamo ricordare tutti i codici a memoria, che poi se manca mille lire a fine giornata ci fanno un sacco di storie e le dobbiamo mettere noi, e devi stare a combattere coi vecchi che ti chiedono dove sta la salsa, tutti i giorni, che poi ti devono mettere la mano sul culo, ma che ne sai?”, dice Mattea, tutto d’un fiato.
“Ah, non lo so?”, risponde Sabrina. “Ci vuoi provare a portare le pizze a tre alla volta che ti ustioni il braccio e a correre tutta la sera che se perdi il ritmo poi i clienti sbroccano e il padrone se la piglia con te? A dormire alle tre e alle otto in piedi per prendere l’autobus, che segui la lezione sulla soglia dell’aula pigiata che nemmeno senti una parola, e poi ti mangi una cosa al volo e ti ritrovi a studiare un paio d’ore su una panchina al freddo che posto in biblioteca non c’è? E però il pomeriggio a riunione per scrivere il volantino ci vai, perché se non lotti tu contro ‘ste cose chi pensi che lo fa al posto tuo?”.
“Voi due è da quando eravamo piccole che vi appiccicate sempre”, dice Francesca ridendo.
“È che le voglio bene a ‘sta stronza”, fa Sabrina, tirando il ciuffo di Mattea, colorato di blu elettrico.
“Ancora con ‘sta fissa di tirare i capelli?” protesta Mattea. “E non ti è bastata quella volta?”, dice iniziando a fare il solletico a Sabrina, imitata da Francesca. Ben presto si ritrovano a terra, tutte e tre, rotolandosi una sull’altra.
Ancora con l’affanno, Sabrina, Francesca e Mattea sono appoggiate di schiena al muretto al centro della piazza, da cui escono delle piante incolte. Il muro però è curvo, quindi sono praticamente sdraiate per terra.
“Tu hai ragione che dici che ci sfruttano, Sabrina”, dice Mattea. “È che ci troviamo proprio come dice il volantino tuo, come in…”.
“Equilibrio precario?” suggerisce Sabrina.
“Sì, sì, proprio precario”, dice Mattea.
“Come un equilibrista, che se fai un passo sbagliato ti ritrovi col culo per terra”, completa Francesca. “E però che devi fare? Così è e così dev’essere, lo dice pure papà, dopo che ha fatto il comunista e l’operaio tutta la vita”, aggiunge, quasi tra sé e sé.
“Che mi tocca sentire, ‘sta rassegnazione, a 18 anni, nel paese di Di Vittorio!”, dice Sabrina, sbattendo le mani.
“Vittorio? E chi è Vittorio?”, dice Francesca.
“Madò, Francè, però pure tu!” le dice Mattea. “Tiè, accendi ‘sta canna che mò ti facciamo la lezione di storia”, aggiunge, passandole spinello e accendino.
“A proposito, ma ve lo ricordate il murale di Di Vittorio che stava qua in piazza?”, chiede Sabrina.
“L’hanno tolto quando hanno fatto i lavori… Boh, chissà che fine ha fatto!”, risponde Mattea.
“Cicileu”, dice Francesca, riprendendo un rito dell’estate precedente. “A chi la passo?”.

“Certe volte che ci vuoi fare, la fatalità… Poi tuo padre un po’ fumava, vero?”.
“Fatalità un cazzo, Mattea. E mio padre non si è mai acceso una sigaretta in vita sua. A casa se veniva un ospite e voleva fumare se ne andava sul balcone. L’unico schiaffo che mi ha mai tirato è stato quando mi ha scoperto le sigarette nella borsa. Tu non sai lo schifo che si respirava al reparto verniciatura. Ogni giorno, per 32 anni. Quindi non mi parlare di fatalità. E puoi pure continuare a far finta di non vedermi per strada, è meglio”.
Francesca era l’unica ad aver mai fatto vertenza nel supermercato dove lavorava. Da un giorno all’altro, dopo anni, le dicono di non presentarsi più. Altre ragazze, più giovani, potevano permettersi di lavorare a una paga che a lei non bastava più. Così si rivolse al sindacato. Trovò tanta solidarietà, e braccia allargate. “Se fai causa, poi non lavori più”.
Sabrina esercitava a Roma, ma per sua cugina poteva anche sobbarcarsi le trasferte a Cerignola.
“Ma per dimostrare il rapporto di lavoro devi avere delle prove, magari delle testimoni. Se foste più d’una a fare vertenza sarebbe più facile. Hai chiesto alle altre?”, le disse.
“Lascia perdere, Sa. Fatica sprecata”, rispose Francesca.
“Però devo avvertirti che ci saranno delle spese da anticipare e non è detto che vinciamo, anzi”.
“Mamma e papà mi aiuteranno” disse Francesca. “Hanno detto che è giusto”.
Neanche Mattea testimoniò in suo favore. Anzi, da allora non si fece più vedere. Ma incredibilmente, Francesca vinse la vertenza. Con i soldi ottenuti, frequentò un master in web design, e avviò la sua attività. Ora poteva anche permettersi un mutuo.
Dopo il funerale, Sabrina e Francesca passano la serata in un bar. Come spesso accade in questi casi, parlano d’altro, e di ricordi.
“Hai visto su Facebook che stanno facendo una petizione per il restauro del vecchio murale di Di Vittorio?” dice Sabrina, posando la sua birra sul tavolo in legno. È primavera inoltrata e si può star fuori, ma il vento in questa città cambia il tempo in pochi minuti.
“Pensa che da piccola facevo dei giri enormi pur di non incontrare lo sguardo di quel faccione… E ora è buttato in mille pezzi in qualche deposito comunale!”, dice Francesca.
“Qua ci siamo dimenticati tutti la storia, chi siamo e da dove veniamo. Per questo sono tutti aggressivi, uno contro l’altro. Basterebbe solo un po’ di gentilezza. E anche gratitudine, per chi c’era nel passato. E invece lo buttiamo in un magazzino con la roba vecchia, che non serve più”. Quando discute, a Sabrina vengono sempre le guance rossastre. In un altro momento Francesca ne avrebbe riso, ma non ora. Beve una lunga sorsata di birra e ne assapora il gusto sotto il palato, poi volge lo sguardo altrove.
“La gratitudine è per i morti”, dice.
Sabrina la guarda, interrogativa.
“Per chi non può più far niente”, continua Francesca. “Chi non ha più niente da dire. Chi vive, fa le cose, le dice, non perde tempo a cercare gratitudine o memoria. Per questo quel murale non è più là”, conclude.
“Altrimenti cosa farebbe?”, dice Sabrina.
“Camminerebbe con noi”, conclude Francesca.
Sabrina annuisce.
La mattina dopo, Francesca fa colazione con comodo, intanto con una sola mano invia sms. L’acqua della doccia le scivola addosso mentre resta con gli occhi chiusi. Con ancora i capelli umidi esce di casa. Per arrivare in piazza sono solo poche centinaia di metri. Si guarda attorno, la strada è animata, per un istante sente gli sguardi su di sé. Incontra facce amiche, una è Sabrina, ha un fazzoletto al collo, le si avvicina.
Francesca srotola la sua bandiera. È rossa, ha un nastrino nero sul manico di legno. Non ha simboli, solo una scritta, cucita nella notte, a lettere in corsivo, gialle: “Per mio padre, operaio e comunista, cerignolano”.
Francesca prende Sabrina sotto il braccio, le due donne iniziano a camminare, piano, tanti occhi ironici le fissano, due ragazzi si avvicinano, hanno la metà dei loro anni, Sabrina offre loro il suo gomito da intrecciare e camminano, lo sguardo dritto, un altro vecchio si fa un pezzo di strada, e camminano, un uomo che parla una lingua diversa dell’altra parte dal mare capisce però il segno dei colori e camminano, sono in dieci, undici, dodici, venti, due file di gente unita da un legame di pelle cammina, in piazza, in silenzio finché Sabrina grida: “In alto i nostri cuori, gente. È il Primo Maggio!”.
Francesca può finalmente sciogliere il suo pianto e mandare il suo saluto al cielo, col pugno stretto e alto su di sé.

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Su Argentina, Chiesa e Bergoglio

Note per rimettermi in ordine le idee sull’ex cardinale Jorge Mario Bergoglio, da due giorni papa Francesco. Non credo fossero in molti a conoscere il suo nome prima dell’altroieri, io lo conoscevo. Anni fa, lavoravo per realizzare un documentario sulla dittatura argentina, in particolare sulle complicità e i rapporti che ha avuto con l’Italia, i governi e le autorità diplomatiche, le industrie italiane, la P2. Anche, pur se in misura minore, ci occupavamo della Chiesa cattolica. Il documentario poi non lo abbiamo mai finito.

Ma prima di arrivare a Bergoglio, breve excursus sulla dittatura, il Proceso de Reorganizacion Nacional. Vado a memoria. Il colpo di stato avviene il 24 marzo 1976, Rafael Videla, capo dell’esercito, Emilio Eduardo Massera, capo della Marina, tessera P2 numero 478, Orlando Agosti, capo dell’aeronautica, annunciano di aver destituito Isabelita Peron, vedova di Juan Domingo Peron, al governo dal 1974, dopo la morte del marito. Il loro insediamento non è spettacolare come quello di tre anni prima in Cile, dove l’11 settembre 1973, per rovesciare Salvador Allende, Augusto Pinochet manda gli aerei a bombardare il palazzo presidenziale. Continua a leggere

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Su Prospero Gallinari

Il fischio stanco di Oreste Scalzone davanti alla bara di Prospero Gallinari è stato il gesto perfetto. Non in favore di telecamere, non rivendicazioni di purezza ideologica né di contrizione colpevole, né pentito né superbo. Il gesto umano e politico di chi si trova di fronte a una bara a riassumere una storia che è stata umana ed è stata politica.

Fischiare l’Internazionale vuol dire che la storia di Prospero Gallinari, quella delle Brigate Rosse e della loro generazione, tutta intera, con le loro differenze, non è stata una storia impazzita, né la perdita dell’innocenza, né violenza insensata, ma una storia che sta tutta dentro la lotta che siamo soliti chiamare la lotta di classe. E chi si scandalizza per la presenza di giovani nel salutare Prospero Gallinari, nel rispetto che viene attribuito a lui e a quelli come lui che non hanno cercato la strada della dissociazione, umanamente comprensibile, né quella del pentitismo, o a seconda dei punti di vista della delazione, umanamente meno comprensibile, finge di non vedere quello che sta avvenendo da un po’ di anni: che in mancanza di un discorso culturale e politico su quegli anni, che coinvolga chi ha combattuto nello stato e chi ha combattuto contro lo stato, riconoscendo gli errori, le forzature e i delitti commessi da una parte e dall’altra, buona parte delle nuove generazioni se la è costruita da sola, la propria interpretazione, con chi era disponibile a parlarne, mettendosi a nudo anche in maniera spietata con se stessi, a volte.

Invece si è preferito costruire una verità ufficiale che è l’unica ammessa, quella dei buoni contro i cattivi, quella che siamo soliti vedere ripetere, su più piccola o grande scala, in ogni occasione, dalle manifestazioni di piazza alle guerre su scala internazionale, e se la si mette in discussione si rischia anche solo a parlarne.

Ci sono stati libri in questi ultimi anni (penso in particolare a quelli di Manolo Morlacchi, Salvatore Ricciardi e Barbara Balzerani, pur diversissimi tra loro) che hanno spiegato a chi non c’era quale è stato il percorso, singolo e collettivo, che ha portato alla scelta della lotta armata, cosa ha mosso un numero non piccolo di persone a rischiare in prima persona tutta la vita per il loro ideale, il comunismo. E in molti casi ci hanno raccontato perché, a un certo punto, si sono dichiarati sconfitti. Militarmente, certo, ma non solo. Perché seppur guidati da una logica in cui l’avanguardismo aveva un ruolo importante, non erano scollegati dalla realtà, una realtà che, a un certo punto, aveva ben poco a che fare con quella che avevano attorno quando avevano iniziato la lotta armata.

La dichiarazione dei militanti storici delle Brigate Rosse di sostanziale fine della loro esperienza risale al 1988. Venticinque anni fa. Venticinque anni in cui nessuna storia di presunte infiltrazioni ad alto livello nelle Brigate Rosse è mai stata dimostrata. Venticinque anni in cui pian piano è emersa un’altra interpretazione sulla loro storia, quella più rimossa, quella più temuta, ma in fondo anche la più ovvia: che la storia delle Brigate Rosse non è stato altro che parte della storia di un movimento rivoluzionario che ha attraversato l’Italia dall’inizio degli anni ’60 alla prima metà degli anni ’80, non l’unica, non la principale, ma parte di quella storia.

Una storia che è uscita sconfitta, a pezzi, umanamente e politicamente, non solo per l’accumulazione di ergastoli, secoli di galera, anche al di là delle responsabilità individuali, in buona parte scontati per intero, ma soprattutto per l’essere tacciati di essere nient’altro che vigliacchi, criminali, terroristi, schegge impazzite. La spirale della demonizzazione porta solo altri demoni perché non fa comprendere.

Io non lo so se la rivoluzione che sognava Prospero Gallinari assomiglia a quella che sogno io, probabilmente no, perché credo in una rivoluzione che si fa senza prendere il potere. O forse questa è una frase bella che ci raccontiamo per consolarci del fatto che nessuna rivoluzione è alle viste, oppure perché non abbiamo abbastanza coraggio per andare fino in fondo nelle nostre scelte. So però che la storia di Prospero Gallinari è collegata ad altro che c’era prima, a quello che gli era intorno e a quello che è venuto dopo. E in quella storia ci sono anche io, ci siamo anche noi, a cui non piace quello che ci circonda, quello stato di cose presenti e che ci arrabattiamo in tanti modi diversi a cambiarlo, a cambiarne un pezzo, e che pensiamo, come lo pensava Prospero Gallinari, che la rivoluzione è un fiore che non muore.

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Agata

La mattina di Natale Agata si svegliò un po’ più tardi del solito. Nemmeno troppo, però. Aveva da preparare il pranzo per la sua numerosa famiglia. Tra figli, generi e nipoti non sarebbero stati meno di una decina a tavola, ancora doveva calcolare il numero preciso.

La sera prima avevano fatto tardi, anche se lei e suo marito non erano certo tipi da veglione. Da sua figlia, tra cena, brindisi e apertura dei regali, avevano fatto l’una.

Non erano ancora le nove e mezza, che aveva già messo sul fuoco il sugo per la pasta al forno. Ora, preparava le polpette e man mano ve le immergeva. Dava disposizioni a suo marito su come preparare i piatti degli antipasti. Da anni, il menù non cambiava mai, per ogni cerimonia, Natale, Pasqua o occasioni particolari.

Dalla pentola, l’odore del sugo si spargeva in tutta la casa. Suo figlio fece colazione ricavandosi uno spazio sul tavolo tra il tagliere e i vasetti di acciughe e sottoli.

Agata si fermava a tratti per rispondere alle telefonate di auguri. Persone che aveva sentito l’anno prima, promesse di rivedersi presto. Vere, mica ipocrite.

Suo figlio e suo marito uscirono e rimase sola in cucina. Non aveva ancora tanto da fare, poteva guardare un po’ di televisione, ma tanto la mattina di Natale che vuoi guardare, o la Messa o qualche vecchio film.

L’importante è potersi mettere seduta in poltrona qualche minuto, intanto che cuoce la pasta. Siamo ancora tutti qua. Tante altre famiglie hanno avuto dispiaceri. Noi ci siamo andati vicino, abbiamo sofferto, lottato anche. Ma è di nuovo Natale e tutti a chiedere le uova sode con il salame e l’alicetta avvolta attorno al burro. I dolci, almeno quelli, sono pronti da giorni. Basta toglierli dalla vista, nella stanza grande, sotto chiave.

La pasta è da scolare a mezza cottura, ché poi continua a cuocere in forno. Mescola bene con il sugo, poi tutto nella teglia, già oleata. Spolvera con il parmigiano, uova sode a pezzetti e fette di scamorza ben distribuite. Ma non sono abbastanza. A cucinare per dodici è sempre difficile regolarsi sulle quantità, anche se Agata ci è abituata. È quasi l’una, deve infornare. Prende un’altra scamorza dal frigo, c’è solo quella affumicata, va bene lo stesso. Taglia a fettine sottili con il coltello da bistecca, direttamente sopra la teglia. Trattiene a stento un grido quando si incide un pollice sinistro col coltello. Deve aver preso un capillare, è uscito subito un fiotto di sangue, quasi a zampillare. Continua a uscirle sangue che si versa tutto sulla pasta. Senza pensarci, passa il pollice per tutta la larghezza della teglia, a far gocciolare sangue. Ben distribuito, anche quello.

Possono starci le polpettine, che male fa un po’ di sangue mio?” e le scappa da ridere da sola, ad Agata. Poi si mette un cerotto e inforna.

Neanche un’ora dopo, la sala è piena di voci, rumori di posate e bicchieri, grida di bambini. I volontari si alzano per aiutare Agata a fare i piatti in cucina. Come ogni anno, potresti dire chi prenderà il secondo piatto.

Buona, nonna”.

Ma com’è che a mia moglie non viene mai così?” sfotte un genero.

Agata, come al solito, prende solo mezzo piatto. Ha quasi dimenticato il suo incidente e il suo piccolo segreto e deve controllare i piselli per il contorno.

 

 

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