Occhio che ti sfracelli ovvero rubrica di trekking

La Via Sacra verso Monte Cavo – alla ricerca del wilderness

Proprio ieri, un’amica che tiene una rubrica sulla rivista che pubblico, sulla quale mi ha recentemente citato in forma anonima, si chiedeva utilizzando un social network dai prevalenti colori bianco e azzurro: “Ma perché vanno tutti ai Castelli?”. Continua a leggere

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Non sulle Pussy Riot ma sul Free Pussy Riot sì o no

In questi giorni si è parlato del caso delle Pussy Riot su diversi blog e mailing list. In parallelo, si parlava anche della Siria e dei crimini commessi dall’esercito di Assad. In entrambi i casi, a chi rimandava notizie sulle tre compagne femministe russe (tali sono, a giudicare da tutto ciò che hanno scritto) o sulle vittime civili siriane provocate, in gran parte, dall’esercito siriano, si rimproverava di accodarsi a una campagna mediatica occidentale per screditare i regimi siriano e russo che, pur non essendo difesi (in alcuni casi, in altri sì), sono visti oggettivamente come un ostacolo all’imperialismo americano. Continua a leggere

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Day 9-10-11 Hebron – Al Khalil

Ci sono dei posti il cui solo suono è associato a una sensazione.

Hebron.

Un senso come di un vento forte dritto in faccia, che fischia, lento e violento e ti butta polvere negli occhi. Perché li vorresti chiudere quegli occhi e uscire fuori all’aria aperta, come quando sbuchi dalla rete metallica che chiude il cielo. Continua a leggere

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Day 8 – Bet Sahour

Chi lavora ha ragione, chi comanda ha torto. Anni di postfordismo non sono riusciti a incrinare questa elementare sentenza materialista. Vera, anche quando le condizioni sono un po’ particolari, anche quando i lavoratori e le lavoratrici fanno un parte di un gruppo misto di volontari europei, americani, asiatici e palestinesi e chi comanda sono vari impiegati amministrativi palestinesi.

Va così: siamo a Bet Sahour, sobborgo di Betlemme, cantiere per la realizzazione di un centro servizi commerciali e turistici, realizzato con la collaborazione della cooperazione internazionale italiana, vari comuni della Toscana. Continua a leggere

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Agosto

 Chilometri in macchina per trovare un tabaccaio aperto. Alle due del pomeriggio del 5 di agosto. Solo distributori automatici, che richiedono il tesserino del codice fiscale, perso mesi prima in una fessurina simile e mai più richiesto.

Non faceva nemmeno troppo caldo e le strade vuote facevano aumentare la velocità, vento forte dai finestrini.

Il cellulare squillò e non feci in tempo a rispondere. Un semaforo rosso nel nulla mi diede il tempo di richiamare.

«Venti minuti che aspetto. Muoio di caldo».

Incazzata. Proprio quello di cui avevo bisogno.

«Sto arrivando».

«Guarda, mi è passata la voglia. Ora vado da sola».

«Dai, cinque minuti e sono lì».

«Mi trovi all’ombra». Continua a leggere

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Occhio che ti sfracelli (ovvero rubrica di trekking)

I lagustelli di Percile (parco regionale dei monti Lucretili)

Dopo il trionfale tour trekkarolo in Norvegia e Irlanda, l’impavido lonely walker si appresta a ricalcare orme tracciate e da tracciare anche in terre prossime e paesanotte come quelle laziali e a darne conto a chi ne vorrà aver traccia, sotto l’auspicio che egli stesso rivolge spesso a se stesso allorquando si accinge a svariati passaggi.

Approfittando dell’ottima posizione geografica in cui abitualmente si ritrova, come rampa di lancio per l’esplorazione della zona est della regione e della zona centro della nazione, ci si spinge lungo quella che viene comunemente definita A24 (che richiama alla mente rustichelle, arrosticini, strade ghiacciate, code e Ovindoli laddove, per la consueta esterofilia, dire ad esempio Highway 9 porta alla mente fughe per la vittoria, cuori infranti e paesaggi lunari). Continua a leggere

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Brava gente di Oslo

Casualmente mi trovavo a passare per la piazza che si affaccia sulla baia centrale di Oslo, quella da cui parte il fiordo che appartiene alla capitale della Norvegia, Oslofjord. Casualmente mi trovavo nella piazza, non a Oslo.

Nella piazza in cui oggi si teneva il concerto a un anno dall’attentato che un anno fa uccise 77 persone, giovani che si trovavano a un raduno del partito socialista, o socialdemocratico, non so bene. Un nazista e razzista, per niente folle e malato di mente ma lucido e soddisfatto di sè, così è apparso nelle sedute del processo in cui è imputato, aveva deciso di far esplodere una bomba e poi sparare a caso tra la folla, per combattere la società multiculturale, dice.

Ora, davvero non credo che nella formazione di base di questi eredi dei vichinghi ci sia l’esternazione dei propri sentimenti. Ma passando tra quella gente, in tanti radunati nella piazza, per stare insieme, espressioni abbastanza impietrite su volti dalla pelle chiara, efelidi, biondi come da noi nemmeno con la tinta, o scuri, velati, neri come appena giunti dall’Africa ma che parlano questa strana lingua che sembra quella dei Klingon di Star Trek, capisci cosa vuol dire stare uniti. 77 persone, 77 ragazzi e ragazze. Moltiplicali per cinque, per dieci e vedi che in questa piazza piena di questa città non così grande, chissà quanti di quei volti sono amici, amiche, sorelle, fratelli, mamme, papà, nonni e none, fidanzati e fidanzate, mogli o mariti, figli o figlie, o tanti dei possibili legami che l’appartenenza alla specie umana rende possibili.

Stavano in silenzio, tanti, molti si abbracciavano, alcuni avevano lacrime appena accennate e seguivano le parole e le canzone e la musica sullo schermo con attenzione, ho seguito la prima, una brava cantante che ripeteva “some die young”. Non li conosco, ma sono come me. Sono come me, quelli che sono morti. Sono come me, quelli che li ricordano. Bisogna amarla, la gente, per il solo fatto di esserla. Poi certo, devi combattere tanto di quello che fanno o pensano o dicono. Ma se non ami la persistenza del calore che abbiamo sotto pelle non hai niente per cui lottare.

È questo che ho visto oggi, per questo grazie, brava gente di Oslo.

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Day 7 Nablus, Ramallah

Maledetta subcultura pop. Quella che fa sì che andando a Nablus, attraversando tutta la West Bank da sud a nord, tra colonie crescenti, checkpoint ogni dieci chilometri, musica araba e i pensieri che ritornano a una delle esperienze più belle e coinvolgenti mai fatte, la mente non riesca a ripropormi niente di meglio di “Nostalgia canaglia” di Al Bano e Romina Power.
È venerdì, giornata libera dal lavoro del campo, alcuni sono andati al mar Morto, altri a Betlemme, io vado a Nablus, la città dove ho svolto il workcamp dello scorso anno. È la prima volta che mi sposto da solo nella West Bank, i ragazzi palestinesi mi danno fiducia, “tanto tu sai come muoverti, no?”, più che altro perché potrei essere loro zio, ma non sono mica tanto convinto.
“A Ramallah devo cambiare vero?”
Ed è un viaggio vero, lungo, solitario, nel taxi collettivo dove ogni giorno mille storie si incrociano e sentirle tutte ognuna sarebbe fuori dall’ordinario, dal mio e nostro ordinario. Mi hanno chiesto via mail com’è cambiata la situazione rispetto all’anno scorso, è migliorata, è peggiorata.
A me sembra uguale, se non che è passato un altro anno di occupazione e ora sono 45. Se fosse una partita di calcio e ogni anno un minuto, ora finirebbe il primo tempo e la squadra per cui faccio il tifo entrerebbe negli spogliatoi col morale a terra. Stanno vincendo gli altri, e di brutto. Magari non fanno cose eclatanti, ma tengono il possesso palla e fanno accelerazioni improvvise. Non sai proprio come impostare un’azione.
L’occupazione avanza, piano. Il sindaco di Iraq Bureen lo mostrò bene: “Vedi quella casa sulla collina, appena fuori della colonia? E quell’altra a qualche centinaio di metri? Tempo sei mesi e saranno unite da altre case, e avranno strada, elettricità, acqua, e la toglieranno a noi”.
Avanzando col minibus non c’è quasi mai un momento in cui non ci sia una colonia in vista. E uscendo da Hebron ci passiamo vicino come non ci sono mai stato, a Gush Ezion. Ne vedo le finestre, i cortili. Immaginavo filo spinato a tutto spiano, sbarre alle finestre, telecamere ovunque. Vedo siepi curate e fiorite, tendine, vetri aperti che danno direttamente sulle strade.
I coloni non sembrano temere attacchi. E quando sarà stata l’ultima volta che una colonia è stata attaccata?
La sicurezza di Israele di non avere nulla da temere è l’impressione costante che dà il dispiegamento di forze utilizzato nella Cisgiordania occupata dal 1967.
Nel taxi un signore parla forte al telefono, riconosco le parole “computer, software, hard disk”. Abita in Canada da diversi anni, torna a Nablus a salutare i parenti, ci viene ogni anno ed è orgoglioso della sua città. Vorrei arrivare alla stazione dei taxi ma appena riconosco le strade scendo, un ragazzo che era sul taxi mi chiede se mi servono delle indicazioni, “grazie, conosco la città”, rispondo orgoglioso.
Nostalgia canaglia. Sulla destra la scuola dell’UNRWA, alle spalle la strada per Balata, a sinistra la vecchia stazione e le colonne romane, davanti a me il centro e la città vecchia. Vado in quella direzione.
È venerdì, ora di pranzo e ora di preghiera, non c’è quasi nessuno in giro. Un caffè sulla piazza, giusto per dare un’occhiata, sedie sui tavoli ma non sta chiudendo. Poi entro deciso nella città vecchia, nessuno mi guarda, “hai visto mai che quando non sto nel gruppone degli occidentali passo per arabo?”, mi avvicino al banco dei falafel senza aprire bocca e il tizio fa: “hello, my friend”.
Il falafel di Nablus è sempre il falafel di Nablus. Davanti alla moschea, un sacco di gente prega e quando è finita la funzione aprono le porte e sciamano per le strade del suq che si rianima con le grida dei bambini che vendono e quelle dei saluti tra uomini. Non ci sono donne, per strada, solo alcune davanti alle porte delle case che danno sulla strada.
Tempo dieci minuti, e il quartiere è di nuovo vuoto. A farmi compagnia, la facce dei martiri sui manifesti murali. Fortunatamente, tutte facce già conosciute: il baffone, il capo col naso storto, il ragazzino. Rifaccio le stesse strade una, due volte, decido di andarmene quando i bambini iniziano “hello, what’s your name, how are you”.
Due passi fino al vecchio ostello, poi di nuovo taxi per Ramallah.
Un giretto anche qui, dai. Un caffè e dato che ho tempo mi taglio anche i capelli.
“Come li vuoi?”
“Rasati, come i suoi.”
“Number two?”
“Number two.”
Poi più niente, che non è che ci sia poi granché a Ramallah. Perché “c’è solo una differenza tra Nablus e Ramallah: seimila anni di storia”.

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Day 6 Betlemme, Aida camp

Nel quale si scopre che il punto di vista e` davvero importante. Per una volta, non siamo noi a chiedere informazioni, ma a darle. Durante la mattina, ci dividiamo in due gruppi per lavorare all`Heritage Center di Betlemme, il centro che lavora alla tutela del patrimonio della citta`: il gruppo di cui faccio parte andra` al municipio di Betlemme per un workshop sulla realizzazione di una guesthouse in un edificio storico della citta`, l`altro gruppo si spostera` a Bet Sahour, un centro appena fuori Betlemme e discutera` della realizzazione di un centro di servizi commerciali e turistici.
In pratica, vogliono conoscere la nostra esperienza di turisti e “utenti di servizi”. Il coefficiente di rischio aria fritta e` alto.
Ci portano a visitare il posto in cui stanno tenendo i lavori: un edificio del 1769, molto bello, diviso in ambienti piccoli e altri piu` larghi, su diversi piani, terrazze, pietre in vista, archi. Diversi servizi previsti: stanze, reception, media center, ristorante, bar, negozio di prodotti locali. Il posto non e` messo neanche cosi` male. Quando termineranno i lavori? Tipo Salerno – Reggio Calabria: nel 2030. Ma che davvero? No, e` solo quello che credero` per un po` di tempo, a causa della somiglianza tra “two thousand thirty” e “two thousand thirteen”. Finiranno nel 2013, sperano entro Natale.
Dopo, nel municipio, presentazione Powerpoint, aria condizionata a palla, i saluti del responsabile del dipartimento, poltrone in pelle con le ruote, eccetera.
Ci sono anche due studenti di architettura con noi, un ragazzo e una ragazza. Ci chiedono che tipo di servizi vorremmo che trovassimo in un posto del genere, che prezzi dovrebbe avere, quali materiali impiegare, se il personale debba essere del posto oppure no, eccetera. Insomma, si va abbastanza sul concreto e questo sembra utile. Ci sono anche momenti di “tensione”: c`e` chi dice che il personale dovrebbe portare una divisa con costume tradizionale e a noi non sembra una buona idea.
La direttrice dei lavori, una donna bionda che sembra europea, vorrebbe dipingere le pareti di diversi colori. Lo studente, Fuad, quand`e` nel gruppo di brainstorming, timido, un po` balbuziente, dice, con tutto il rispetto, che gli sembra una cazzata: prende matita e taccuino e ci spiega come sono fatte le case antiche, tutte con intonaco bianco e pietre vive, cos`e` sta roba delle pareti colorate?
E insomma, ci sembra che il nostro punto di vista conti qualcosa. O forse il “workshop con volontari internazionali” e` solo una voce da far risultare nel budget della cooperazione internazionale.
Nel pomeriggio andiamo all`Aida camp di Betlemme, campo profughi nato nel 1951 poi man mano cresciuto fino ad avere i “soliti” problemi dei campi profughi: sovraffollamento – 5000 persone in 1,5 chilometri quadrati, l`acqua che arriva una volta al mese, l`UNRWA che taglia i fondi (ad esempio quelli per i centri giovanili come l`Aida Youth Center che ci accoglie) e cosi` via.
Ma, di diverso, c`e` la presenza incombente e ingombrante del muro, che si presenta da ogni finestra, da ogni balcone, da ogni parte appena guardi un po` verso fuori. E allora ci portano su una terrazza, a guardarlo dall`alto, per apprezzarne l`andamento zigzagante, ad arrivare fin sotto qualsiasi costruzione e prendere (rubare) quanto piu` terreno possibile.
C`e` una casa agricola, a meta` strada con la colonia che spicca con le sue solite casette a schiera bianche col tetto beige e i palazzi a piu` piani, a nemmeno 500 metri. Ci abita una famiglia di 9 persone, che non vuole cedere la propria casa, nonostante i coloni la attacchino spesso e nonostante i leggeri disagi creati dal muro: i bambini frequentano la scuola dell`UNRWA all`interno del campo, che si raggiungerebbe a piedi in 5 minuti se non ci fosse il muro di mezzo.
Invece, all`inizio, dovevano andare al checkpoint piu` vicino e da li` entrare nel campo. Tra tragitto e attesa, circa 40 minuti. Ma cosi` dovevano tagliare per i campi e le esigenze di sicurezza non lo permettevano: le esigenze di sicurezza richiedono che i bambini vadano sulla strada di fronte la colonia, attendano l`autobus che li porta a Gerusalemme, da li` l`autobus per Betlemme e poi il taxi per il campo. Risultato: per essere nella scuola distante 200 metri da casa alle 8.30, devono alzarsi alle 4 di mattina.
E allora andiamolo a vedere sto muro da vicino, e anche qui e` una questione di punti di vista: ogni centinaio di metri circa c`e` una torretta e un cancello di ferro. E` sollevato da terra di una decina di centimetri, e se ti pieghi puoi vedere cosa c`e` dall`altra parte: uomini con la kippah che camminano a nemmeno 10 metri da te. E realizzi che sei davvero da un`altra parte del muro.
Facciamo una scritta, va`. Che sia corta, incisiva, che dia solidarieta` alla Palestina ma abbia un riferimento all`Italia.
Va bene “Saviano vaffanculo”?

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Day 4-5 Hebron, Battir, Betlemme

Conferma che “lavorare con una causa” premia… Spostare massi, pulire strade, togliere terra, costruire un muretto a secco. Ok, lo fai. Ma quando te ne spiegano il senso dentro ci metti il doppio del lavoro.
Battir e` un villaggio agricolo al confine con la linea verde, 8 km da Gerusalemme. Uno dei due villaggi che viene tagliato a meta` dai confini del 1948, ai cui abitanti viene pero` dato, dopo lunghe negoziazioni, il permesso di coltivare la propria terra in territorio israeliano. Ma ora, nei piani, c`e` la costruzione del muro e allora addio alle proprie coltivazioni (specie menta e melanzane).
Cosa fare, per opporsi? Valorizzare il proprio paesaggio, il proprio patrimonio storico-archeologico e giocarsi la carte del riconoscimento del proprio territorio come patrimonio mondiale dell`umanita` dall`Unesco, come avvenuto solo pochi giorni fa per Betlemme.
Le fonti d`acqua, ad esempio: qui ci sono sette fonti e canalizzazioni di epoca romana, che irrigano terrazzamenti di ulivi fatti con muretti a secco. L`acqua, talmente alla base della propria vita da essere, tradizionalmente, regolatrice del tempo: ci dice Hassam, ingegnere che non ha paura di sporcarsi le mani (quando si mette al piccone butta giu` in cinque minuti quello che io sposterei in mezz`ora), che il villaggio e` diviso in 8 famiglie, ognuna delle quali ha il proprio turno per rifornirsi d`acqua. Quel giorno, cosi`, e` quello che conta e su quel giorno si regola il tempo, in una settimana di 8 giorni ben piu` concreta e vitale di un astratto lunedi martedi eccetera.
Il nostro compito e` cosi` quello di ripulire un sentiero occupato da erbacce, sassi e immondizia e ricostruire il muretto a secco che lo delimita. Sentiero attualmente utilizzato dai contadini ma che, nelle idee dei responsabili dell`Ecomuseum of Landscape di Battir, potrebbe diventare un sentiero segnalato per trekking e percorsi in mountain bike, e ripulire la fontana centrale di Battir, dove le persone vanno a fare rifornimento d`acqua con taniche di plastica, ordinatamente in fila e i bambini fanno tuffi da 3 metri dentro una vasca che sara` alta un metro, ma nessuno si spiaccica.
E alla fine del lavoro, dopo due giorni, ti accorgi che in realta` non e` che lo conosci tanto il lavoro fisico, specie vedendo Mahmoud, vecchio operaio, muratore-contadino, instancabile, forzuto, rugoso, secco, gentile e sorridente. Ma poi lo senti il lavoro fatto, addosso, nelle braccia, nella polvere, nel sudore e nel pensare che una pausa te la meriti. E guardi il lavoro fatto, quei 50 metri di sentiero ripulito, bello come poche altre bellezze naturali ti puo` capitare di vedere e lo vedono anche le persone dalle case sopra il sentiero, che portano acqua, te`, caffe` e che Hassam addita: “Ecco, lui e` uno di quelli che butta la spazzatura nel sentiero!” e i ragazzi si vergognano e ci danno giu` di pala e piccone.
Be`, queste sono cose che io chiamo belle.

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